Sassari, Teatro Verdi: Concerto del Quartetto Indaco

Sassari, Teatro Verdi, Stagione Agorà Dinamiche 2026
50 ŠHOSTAKOVIČ”
Quartetto Indaco
Orchestra Progetto Enarmonia
Musica  di Dmitrij Šhostakovič
Sassari, 24 gennaio 2026
Tra l’assuefazione al pop, l’eterno riciclaggio melodrammatico e le palle di Natale, può apparire fuori dal tempo ricordare l’anno appena concluso come l’anniversario di uno dei grandi autori del Novecento; eppure è stata la scommessa, vinta, di Progetto Enarmonia, associazione che da tempo lavora nel territorio sulla musica d’arte, producendo e organizzando concerti fondamentalmente legati al repertorio per archi. A tal proposito non si può prescindere dal monumento dei quindici quartetti che segnano tutto il percorso di Dmitrij Šhostakovič, ed è stato sicuramente opportuno ricordare il compositore russo con l’esecuzione di due opere emblematiche per la propria evoluzione espressiva: il quartetto n°9 in mi bemolle maggiore op.117 e il magnifico n°8 op. 110a nella versione orchestrale di Rudolf Barshai. Rimane ancora molto da analizzare e approfondire per un autore a lungo confinato e limitato dalla cortina di ferro e noto al grande pubblico solo per qualche musica di scena; tuttavia ne è emersa la grande forza drammatica in occasione della scorsa inaugurazione alla Scala: la Lady Macbeth del Distretto di Mcensk ha dimostrato nei fatti che tesori si nascondano al di fuori dei titoli del solito repertorio. Particolare interesse riveste proprio la sua produzione cameristica, di cui i quartetti per archi costituiscono la colonna portante e su cui, tra l’altro, fu più distratta la pressione ideologica del governo sovietico. Sono capolavori che testimoniano la temperie artistica, psicologica e storica di un compositore che non ha avuto paura né dei giudizi, né di un eclettismo spesso rimproveratogli anche al di fuori del proprio paese, mettendo sempre a nudo la propria anima con la forza di una personalità dirompente e dai tratti assai personali e caratteristici. Perfetto interprete di tale anima si è dimostrato il Quartetto Indaco, ormai una delle formazioni di riferimento nazionale in un repertorio di cui è inutile sottolineare il peso storico e l’impegno tecnico e interpretativo. È semplicemente superfluo soffermarsi sull’intonazione impeccabile, la precisione dell’insieme, il coordinamento del fraseggio e delle dinamiche di Eleonora Matsuno, Ida Di Vita, Jamiang Santi e Cosimo Carovani, meglio soffermarsi su una lezione che si può banalmente riassumere in un eccellente equilibrio tra le ragioni della testa e quelle del cuore; il lucido svolgimento ed elaborazione del materiale motivico e dei suoi ritorni, particolarmente importanti in un’opera in cui i cinque movimenti procedono senza soluzione di continuità, hanno infatti sempre mostrato la presenza costante di una febbrile attività espressiva. L’impressione è stata quindi di una coerenza e continuità assolute, difficili da realizzarsi specialmente in un lavoro, e in un autore, dove il polistilismo è evidente, rendendo difficile l’orientamento in tutti i suoi materiali. Se è stato ammirevole un procedimento del genere con l’opera 117, a maggior ragione va lodato senza riserve quello sul quartetto n°8 la cui versione orchestrale, come spesso succede, finisce per limitare certi aspetti esaltandone maggiormente altri. Indaco, come prime parti, ha quindi lavorato con l’ottima, e giovane, orchestra Progetto Enarmonia guidandola, senza direttore, in un’esecuzione intensa, precisa e a tratti emozionante, come nel bellissimo finale ricco di soluzioni timbriche e sfumature dinamiche. Il colore, maggiormente drammatico e scabro rispetto alla prima parte, è stato reso magistralmente nei contrasti, nel controllo del vibrato e, in generale, in una cura di tutti i parametri tecnici e interpretativi rari da sentire a organico allargato; una lezione su come sia possibile, col giusto metodo di lavoro, ottenere il meglio da un gruppo ben condotto e motivato. La scommessa è stata vinta anche col pubblico, decisamente numeroso in assoluto e, a maggior ragione, per il tipo di repertorio, in un concerto che ha avuto un gradimento inaspettato, staccandosi dalla media delle produzioni locali. Gli esecutori alla fine hanno ringraziato con un omaggio alla Regione ospite, con una versione di Non potho reposare impreziosita da un loro sorprendente stacco vocale, in cui il quartetto Indaco ha dimostrato nei fatti come il “cantare” sia comunque la base per la bella conduzione di qualunque brano, anche strumentale.