Torino, Teatro Regio Stagione d’opera 2025 – 2026
“LA CENERENTOLA”
Melodramma giocoso in due atti su libretto di Jacopo Ferretti, dalle opere di Perrault, Étienne e Fiorini.
Musica di Gioachino Rossini
Don Ramiro NICO DARMANIN
Dandini ROBERTO de CANDIA
Don Magnifico CARLO LEPORE
Clorinda ALBINA TONKIKH*
Tisbe MARTINA MYSKOHLID*
Angelina VASILISA BERZHANSKAYA
Alidoro MAHARRAM HUSEYNOV
* Artista del Regio Ensemble
Orchestra e Coro del Teatro Regio di Torino
Direttore d’Orchestra Antonino Fogliani
Maestro del Coro Piero Monti
Maestro al fortepiano Paolo Grosa
Regia Manu Lalli
Scene Roberta Lazzeri
Costumi Gianna Poli
Luci Vladi Spigarolo
Allestimento del Teatro del Maggio Musicale Fiorentino
Torino, 20 gennaio 2026
Già molta attesa e poi: non poco sconcerto e delusione per la nuova Cenerentola, che il Teatro Regio ha messo in scena in queste ultime settimane di gennaio. Un teatro, il Regio torinese, che ignora, da sempre, l’esistenza di un repertorio Barocco e che centellina con eccessiva parsimonia i titoli del Belcanto e tiene troppo
concentrate le sue attenzioni, oltre che sul sempiterno Puccini, sui francesi più “mattonosi” e il verismo. Quando poi eccezionalmente vi si programma Rossini, sempre si cade sui soliti 3 titoli del repertorio comico, infatti fin dalla ricostruzione, anno 1973, mai una Donna del Lago, né una Gazza ladra, per non parlare delle opere napoletana del pesarese, mantenute caparbiamente fuori campo. Siamo alle solite: una vecchia Cenerentola fiorentina, esterna per Boboli, del 2017. Il titolo ha comunque una lunga e salda tradizione in Piazza Castello, con protagonisti e direttori al top del ranking mondiale dei tempi. Più cocente quindi la delusione per l’offerta di una specie di opera-ballet in un contesto da commedia dell’Arte. La sinfonia, sonora assai, meccanica alquanto, è trapuntata da passi e movimenti di
fanciulle in fruscianti tutù, disperse tra il palco e la sala. La vicenda sortisce secondaria e indefinita, fumata, intrisa di paillettes luccicanti, da due cataste di libroni che la scenografa Roberta Lazzeri ha sistemato, simmetricamente, ai lati della scena, tra siparietti rococò color panna-montata. La regia, anch’essa al femminile, di Manu Lalli, coadiuvata dall’assistente Chiara Casalbuoni, non ci fa mancare la solita fanciulletta, di tutù vestita, con libro e bacchetta magica, vera alter-ego onnipossente di Alidoro. Le luci, rosate da favola e sparate, da gran finale, sono di Vladi Spigarolo e i costumi, femminili svolazzanti di veli, impettiti da divise per i signori, sono di Giovanna Poli. Efficace la metamorfosi della scena che dalle
succitate quinte rococò, si cangia, con bella e suggestiva proiezione, quando si è nella principesca dimora di don Ramiro, nella juvarriana Galleria di Diana della Venaria. Sinfonia mimata e danzata, su colonna sonora di Antonino Fogliani che dà una più che giusta carica agli ottimi strumentisti dell’Orchestra del Teatro Regio, ed accentua il geniale meccanicismo implacabile di Rossini che, in passato, le bacchette di Abbado e Campanella sapevano ben imbrigliare e umanizzare. Compaiono quindi le due ottime sorelle Albina Tonkikh Clorinda e Martina Myskohlid Tisbe che, con apprezzabile vivacità, animano la scena, mettendo nel contempo in evidenza quanto il concertatore tenga uditivamente in secondo piano il palcoscenico. Per tutta la durata dell’opera l’orchestra, in risalto, sfuoca i cantanti alle sue spalle. Una frase del singolo ottavino riesce ad ammutolire un intero concertato. Da qui anche recitativi spezzettati dagli interventi della fossa
e resi totalmente inintelligibili sia nella parola che nel significato. Per poi contar di favole: ci furon tempi in cui i direttori italiani varcavano addirittura le Alpi per addestrare ai recitativi rossiniani i teatri di Salisburgo, Monaco e Vienna, tanto ci badavano alla corretta e completa comprensione dei dialoghi. Ora al Regio pare imperare il confuso gramelot, proprio da commedia dell’arte e di Fo. Si perde la compartecipazione ai fatti e con essa anche l’umanizzazione dei personaggi che ormai vivono, come marionette, di soli gesti vocali e mossette corporali. Il Totò dei primordi e Fo si ergono a modelli per le buffonerie gesticolari di Don Magnifico e di Dandini. Questi, pur godendo
dell’esperienza, della professionalità e dell’arguzia di Carlo Lepore e di Roberto de Candia stentano a trovare i giusti spazi per valorizzare i loro spiccatissimi estri. Quando poi l’esperienza, la pratica, la natura e la lingua non sono altrettanto esercitate, come nel Don Ramiro di Nico Darmanin e nell’Alidoro di Maharram Huseynov il volume e l’autarchia orchestrale risultano impietosi. La voce e la tecnica di Vasilisa Berzhanskaya, la più attesa della serata, sono stupefacenti e si spiegano in tutto il loro splendido vigore nel siderale rondò finale. Nulla le è d’ostacolo: non le vette e neppure gli “abissi”, seppure qualche suono troppo concreto qua e là si colga. Le agilità sono di gran classe e di gran caparbietà. Fin dalla canzoncina “una volta c’era un re…” si avverte la ritrosia nell’abbandono patetico e, di conserva, l’assunzione di
un atteggiamento assolutamente volitivo. Padre e sorelle avrebbero dovuto guardarsi dalla sua risolutezza, non scoprirla al fine con sorpresa, fin dall’avvio ne potevan cogliere le avvisaglie. In una precedente Norma la Berzhanskaya ci era parsa più in carattere col personaggio, quindi in Rossini, se non subito quelli di Semiramide, forse gli sarebbero più indossabili gli abiti di Arsace, Neocle e Malcom. Per lei, a rondò concluso, il successo è stato strepitoso. Rimane da apprezzare la professionalità degli interventi del Coro del Teatro Regio questa volta diretto dal Maestro Piero Monti, nome che ci pare mai apparso in precedenza sulle locandine del Regio. Operato di gran stile e di altrettanto buon impegno sono stati gli “accompagnamenti”, robustamente variati, al fortepiano del Maestro Paolo Grosa. Ma, come sempre ormai avviene, tutti quelli della locandina sono stati molto applauditi e neppure un dissenso s’è levato. Per cui: tutto bene così! … alla prossima!