Torino, Teatro Regio: “La Cenerentola” (cast alternativo)

Torino, Teatro regio, stagione d’opera e balletto 2025/26
LA CENERENTOLA”
Dramma giocoso in due atti su libretto di Jacopo Ferretti
Musica di Gioacchino Rossini
Angelina VASILISA BERZHANSKAYA
Don Ramiro PABLO MARTÍNEZ
Dandini VINCENZO NIZZARDO
Don Magnifico GIULIO MASTROTOTARO
Alidoro DAVIDE GIANGREGORIO
Clorinda CLAUDIA URRU
Tisbe MARTINA MYSKOHLID
Orchestra e coro del Teatro Regio di Torino
Direttore Antonino Fogliani
Maestro del coro Piero Monti
Maestro al fortepiano Paolo Grosa
Regia Manu Lalli
Scene Roberta Lazzeri
Costumi Gianna Poli
Luci Vladi Spigarolo
Torino, 25 gennaio 2026
L’edizione 2026 de “La Cenerentola” rossiniana a Torino ha la fortuna di poter contare di una compagnia alternativa di livello decisamente assai alto tanto da non potersi neppure definire come tale viste le continue alternanze che caratterizzano entrambi i cast. Elemento unificatore è la mano sicura di Antonino Fogliani, direttore che con Rossini ha una lunga frequentazione – pensiamo alla sua abituale presenza al festival di Bad Wildbad – e di cui conosce ogni ragione espressiva. Ottimamente accompagnato dalle masse del Teatro Regio di Torino, sempre una certezza sia l’orchestra sia il magnifico coro, il direttore fornisce una lettura brillante e leggera. Ritmi rapidi, sonorità ariose e leggere come drappi di seta, impeccabile calibratura degli aspetti lirici. Una brillantezza che però non sacrifica quel lato patetico che di “La Cenerentola” è forse il tratto più moderno aprendo la strada a quella fusione di comico e patetico che sarà tipica dell’ultima stagione dell’opera buffa italiana, Donizetti in primo luogo. Una piccola delusione viene forse propria dalla cantante più attesa di questa produzione Vasilisa Berzhanskaya che nella recita cui abbiamo assistito ha vestito i panni di Angiolina. La Berzhanskaya ha sicuramente una voce più che ragguardevole, ampia e ricca di armonici, di colore assai bello e ottimamente controllata. Resta però una voce ambigua che forse non ha ancora trovato il proprio repertorio. Certi elementi farebbe pensare a un Falcon, di certo non è il mezzo-contralto previsto per la parte. La tessitura è spesso per lei un po’ troppo bassa con il risultano che la proiezione ne risente e anche le colorature non hanno sempre piena nitidezza. Interpretativamente ha convinto nel rendere un personaggio misurato, di elegante nobiltà, in cui emerge soprattutto un composto patetismo. La Berzhanskaya sacrifica un po’ il virtuosismo per una musicalità più contenuta e intimistica. Pablo Martínez è un tenore di grazia dalla voce tersa e luminosa, pulito nelle colorature e facile negli acuti. Don Ramiro richiederebbe – a parere dello scrivente – un maggior corpo in modo da dare risalta a tante frasi – specie nel secondo atto – che necessiterebbero di maggior robustezza e incisività. La prova di Martínez si inerisce però in una consolidata tradizione e nel complesso risulta ben centrata anche grazie a un gioco scenico spontaneo e coinvolgente. Spiccano anche i “buffi”. Giulio Mastototaro è un Don Magnifico dalla voce ricca e robusto, sonora in tutti i registri e davvero bravo nel nei “sillabati” che Fogliani stacca con ritmi sostenuti. Il fraseggi è vario, estremamente dinamico e sempre centrata sulla situazione, scenicamente rende bene una figura buffa ma anche temibile, non inutilmente caricaturale, che ben giustifica i timori di Angelina nei confronti del patrigno. Vincenzo Nizzardo è un Dandini giustamente istrionico. Voce bella e sonora con acuti facile e ben proiettati, anche lui mostra la  giusta facilità nel canto sillabato. Forse non sempre raffinatissimo piega bene però una certa spontaneità plebea nel rendere un personaggio che – chiamato a recitare un ruolo più grande di lui – tende a farsi prendere la mano. Davide Giangregorio è un Alidoro corretto e preciso anche se manca dell’ampia cavata che si vorrebbe in “Là del ciel nell’arcano profondo”. Spassosissima la copia delle sorellastre composta da Claudia Urru (Clorinda) e Martina Myskohlid (Tisbe), belle voci sonore, facili e dall’ottima presenza, capaci di dare il giusto valore alle parti, purtroppo tagliata come d’abitudine l’aria di Clorinda che la Urru avrebbe meritato. Molto apprezzabile la scelta di non stravolgerle con trucchi caricaturali, farne due belle ragazze – e non fosse così non sarebbero mai state prese in considerazione – ma volgari, ignoranti, sguaiate in contrapposizione alla bontà ma anche all’intelligenza di Cenerentola. Nella regia centrale è il ruolo dei libri che ovunque compaiono e che si fanno anche elemento architettonico, libri che però sono letti solo da Cenerentola mentre le sorelle si limitano a stracciarli. La regia di Manu Lalli, proveniente da Firenze va valutata tenendo conto della sua genesi. Nasce infatti come spettacolo per bambini poi riadattato per la stagione regolare ma con la precisa scelta di mantenerne la cifra originaria. Quindi più favola che commedia di carattere, quindi Cenerentola circondata da ballerine-fatine che incarnano i suoi sogni infantili – infatti l’abbandoneranno nel finale, quindi il ritorno degli elementi simbolici della favola come topolini e zucche. Certamente elementi che contrastano con il realismo voluto da Rossini e Ferretti e che tendono forse a mettere un po’ in secondo pieno quegli aspetti sociali che il libretto contiene. Lo spettacolo resta però molto godibile, di una leggerezza incantata che a far vibrare le semplici quinte di cartone e i fondali dipinti di un tocco di poesia. La recitazione e precisa e curata e molta attenzione è data alla caratterizzazione dei personaggi. Qualche piccola variazione del libretto per dare al tutto un tocco di piemontesità (la Longara diventa Collegno) diverte il pubblico e in fondo rientra nella tradizione. Sala gremita con grande afflusso di giovani e convinto successo per tutti.