Venezia, Teatro La Fenice: “Simon Boccanegra”

Venezia, Teatro La Fenice, Lirica e Balletto, Stagione 2025-2026
“SIMON BOCCANEGRA”
Libretto di Francesco Maria Piave con aggiunte e modifiche di Arrigo Boito dal dramma Simón Bocanegra di Antonio García Gutiérrez

Musica Giuseppe Verdi
Simon Boccanegra LUCA SALSI
Maria Boccanegra FRANCESCA DOTTO
Jacopo Fiesco ALEX ESPOSITO
Gabriele Adorno FRANCESCO MELI
Paolo Albiani SIMONE ALBERGHINI
Pietro ALBERTO COMES
Un capitano dei balestrieri SAFA KORKMAZ
Un’ancella di Amelia YEOREUM HAN
Orchestra e Coro del Teatro La Fenice
Direttore Renato Palumbo
Maestro del Coro Alfonso Caiani
Regia Luca Micheletti
Scene Leila Fteita
Costumi Anna Biagiotti
Drammaturgia e aiuto regista Benedetto Sicca
Light designer Giuseppe Di Iorio
Nuovo allestimento Fondazione Teatro La Fenice

Venezia, 25 gennaio 2026
Simon Boccanegra, quinta opera del catalogo verdiano – la cui versione originale vide la luce proprio al Teatro La Fenice nel 1857 –, ritorna sulla scena del Teatro veneziano, dopo circa un decennio di assenza, nella versione scaligera del 1881. Si tratta di un nuovo allestimento firmato da Luca Micheletti, che affronta per la prima volta la regia di quest’opera, mentre la direzione musicale è affidata a Renato Palumbo. Davvero eccezionale il cast, che vede, in particolare, Luca Salsi nel ruolo eponimo (in alternanza con Simone Piazzola) e – al loro debutto nel Simone – Francesca Dotto nei panni di Amelia e Alex Esposito nella parte di Fiesco. Il regista bresciano scorge in quest’opera i caratteri di un dramma ibseniano: un dramma borghese pienamente ottocentesco, i cui protagonisti sono assillati dagli ‘spettri’ del passato, che si annidano negli abissi delle loro coscienze. A questo proposito, Micheletti offre una lettura della vicenda decisamente personale, collocandola interamente nella coscienza del protagonista ormai maturo, nella quale tutto si svolge in un continuo presente. Così il Prologo non è che una rievocazione onirica e allucinatoria di eventi di venticinque anni prima, che hanno segnato in modo indelebile la psiche del futuro doge: la morte di Maria e, quasi contemporaneamente, la sua elezione alla massima carica politica di Genova, in quell’alba che sconvolse la sua vita per sempre. Del resto Simone stesso, alla fine del Prologo, esclama: “È sogno!… sì spaventoso atroce sogno il mio!”. Un sogno che continuerà a tormentarlo ogni notte. Anche nel prosieguo dell’opera, il doge resta immerso nella sua realtà fantasmatica, complice soprattutto il veleno, somministratogli dal perfido Paolo Albiani per vendetta contro Simone, che l’ha costretto a rinunciare ad Amelia (in realtà Maria Boccanegra). La ricerca di Micheletti è volta a penetrare nell’abisso dei personaggi, più che a determinare precisamente un luogo o un’epoca. La sua è una narrazione interiore, che si svolge tra un medioevo fittizio, com’è quello di Gutiérrez, e la realtà politico-borghese dell’Ottocento, quella in cui avvenne la stesura dell’opera. Sulla scena – ideata da Leila Fteita – si vede inizialmente una prigione di cemento, con un mare dipinto sul muro in filigrana, evocato dalla consonanza, che lega le parole ‘muro’, ‘Maria’, ‘mare’. Quel mare – cui allude continuamente la splendida musica di Verdi –, che è al tempo stesso metafora del mondo interiore del protagonista, ex corsaro: una dimensione privata, che si immagina racchiusa in una ‘fiorita’ cappella gotica – forse portale spazio-temporale –, che appare in palcoscenico ed è ora tomba ora letto per il Simone dormiente, immerso nei suoi deliri dopo l’avvelenamento, fino al momento della morte, in cui sussurra dolcemente per l’ultima volta il nome “Maria…”. Coerentemente rispetto alla concezione registica, le scene di Leila Fteita – rappresentano con il contributo determinante delle suggestive luci di Giuseppe Di Iorio – luoghi dell’anima, in cui è sempre presente il mare. Analogamente i costumi di Anna Biagiotti non si riferiscono ad una precisa epoca storica, guardando al Medioevo come all’Ottocento. Passando alla compagnia di canto, superlativa è risultata la prova offerta da Luca Salsi nel ruolo eponimo: autorevole il gesto scenico, sempre ben appoggiata la voce dal timbro scuro ed omogeneo, che sa alternare momenti di espressionistica potenza a squarci lirici senza mai perdere l’aplomb stilistico o la nobiltà del fraseggio. Ragguardevole il suo intervento nella Scena del Consiglio (“Plebe, patrizi, popolo”). Ben appoggiata anche la voce di Francesca Dotto – nella parte di Amelia/Maria Boccanegra –, che ha saputo coniugare omogeneità timbrica nei vari registri e raffinata articolazione del testo poetico, segnalandosi per compostezza nell’emissione nell’insidiosa “Come in quest’ora bruna”. Straordinaria la prestazione di Francesco Meli, come Gabriele Adorno, che ha sfoggiato potenza vocale e timbro brunito, controllo delle mezze voci e – superando quello che veniva considerato un suo punto debole – sicurezza negli acuti: lo si è colto nell’appassionata quanto impegnativa “Sento avvampar nell’anima”. Pienamente espressivo il Fiesco di Alex Esposito, che è riuscito ad adattare la propria vocalità, dal nobile timbro scuro, a diversi climi emotivi, passando dall’odio più feroce alla più toccante effusione lirica, come quella che caratterizza la sua prima aria: “Il lacerato spirito”. Scuri anche i colori vocali di Simone Alberghini, che ci ha consegnato un Paolo Albioni autorevole quanto ben caratterizzato. Positiva la prova di Alberto Comes (Pietro), di Safa Korkmaz (Un capitano dei balestrieri) e di Yeoreum Han (Un’ancella di Amelia). Indimenticabili le due scene finali dell’opera – tra le pagine verdiane più straordinarie –, grazie alla grandezza interpretativa di Salsi, Esposito e Meli, con l’incantevole sostegno dell’Orchestra, sapientemente guidata da Renato Palumbo. Il quale ha – più in generale – privilegiato tempi diffusamente distesi, oltre a un’ampia gamma dinamica, come richiede la scrittura verdiana ora densa ora rarefatta, curando in particolare il parametro timbrico: la tinta scura dell’opera, che ha l’importanza, a livello semantico, di un Leitmotiv. Perfetta l’interazione tra cantanti ed Orchestra, alla quale, in certi momenti, Verdi affida la linea melodica, a sostegno del declamato delle voci. Determinante per la buona riuscita dello spettacolo il Coro, istruito da Alfonso Caiani. Lunghi applausi finali per tutti, con ovazioni per Salsi, Meli, Esposito ed Orchestra. Nel frattempo, sembrava ripetersi ancora una volta una delle scene iniziali di Senso di Visconti – ambientata appunto alla Fenice in pieno Risorgimento – con una pioggia di volantini, che piovevano dall’alto in platea.