Venezia, Teatro Malibran, Stagione Sinfonica 2025-2026
Orchestra del Teatro La Fenice
Direttore Vincenzo Milletarì
Pianoforte Gianluca Bergamasco
Giuseppe Martucci:Notturno per orchestra op. 70 n. 1; Aleksandr Skrjabin:Concerto per per pianoforte e orchestra in fa diesis minore op. 20; Nikolaj Rimskij-Korsakov: Shahrazād op. 35
Venezia, 10 gennaio 2026
Vincenzo Milletarì, al suo debutto alla Fenice, ha guidato l’Orchestra del Teatro veneziano, affrontando un affascinante programma, comprendente tre titoli riferibili al tardo Ottocento musicale: il Notturno per orchestra op. 70 n. 1 di Giuseppe Martucci; il Concerto per pianoforte e orchestra in fa diesis minore op. 20 di Aleksandr Skrjabin – protagonista al pianoforte, il solista Gianluca Bergamasco, vincitore dell’edizione 2024 del Premio Venezia –; infine la suite Shahrazād op. 35 di Nikolaj Rimskiji-Korsakov. Alquanto diversi sul piano stilistico, i tre titoli rivelano, ad un’attenta valutazione, un aspetto fondamentale, che in qualche modo li accomuna. Tutti e tre, infatti, lasciano trasparire l’influenza del musicista, che più di altri contribuì al rinnovamento musicale, aprendo la strada alle generazioni successive: Richard Wagner. Nell’Italia post-risorgimentale, un’istanza di rinnovamento, nel campo della musica vedeva in prima linea, seppur isolato, Giuseppe Martucci, portatore del verbo wagneriano: a lui si deve la direzione della prima italiana del Tristano e Isotta al Comunale di Bologna nel 1888. L’autore capuano – fra i pochi musicisti italiani del suo tempo a non comporre opere liriche – intendeva promuovere la creazione di un repertorio strumentale italiano, guardando alla tradizione austro-tedesca. Pianista e direttore d’orchestra, Martucci si spese
anche come compositore. Molte sono le pagine concepite per pianoforte solo, tra cui il Notturno op. 70 (1891), che ripropone, in chiave martucciana, un genere tanto caro a Chopin. La trascrizione per orchestra di questa pagina famosa – che debuttò al Regio di Torino nel 1901 – rivela la maestria di un grande orchestratore, oltre a preannunciare certi climi armonici, melodici e timbrici, che ritroveremo nelle orchestrazioni di Catalani, Puccini e Mascagni. Affascinanti sonorità dell’Orchestra hanno soggiogato il pubblico durante l’esecuzione di questa pagina dal forte afflato sentimentale, quintessenza dell’autentico sinfonismo italiano, non a caso prediletta da Riccardo Muti. Un innovatore solitario fu anche Alexandr Skrjabin, altro ‘wagneriano’, come testimonia il diffuso cromatismo delle sue partiture. Anche se ad un certo momento il compositore russo prese le distanze da Wagner, rimane fondamentale il suo rapporto con l’autore del Tristano. Il suo Concerto per per pianoforte e orchestra op. 20 è caratterizzato da un andamento rapsodico capace di convogliare in un unico flusso spettacolari virtuosismi e una grande varietà di idee melodiche. La parte pianistica è modellata sull’esempio chopiniano, anche se nel concerto di Skrjabin il pianoforte e l’orchestra hanno pari dignità. Particolarmente prestante e, al tempo stesso, di rara sensibilità il pianismo di Gianluca Bergamasco, impegnato in un continuo dialogo con l’Orchestra: dall’iniziale Allegro, dove il
pianoforte si è fatto apprezzare duettando con i clarinetti e poi con i corni, all’Andante dal carattere nostalgico, basato su un tema con variazioni, in cui lo strumento solista si è messo in luce con i suoi interventi riccamente ‘ornamentali’, al conclusivo Allegro moderato, che ha visto il pianoforte intonare il primo tema come fosse una frenetica polonaise e più oltre una seconda idea cantabile, piena di slanci e venature tipiche del lirismo russo, per prodursi, all’interno dello Sviluppo, in trascinanti progressioni, prima del mirabolante Epilogo. Entusiastici applausi in particolare per il giovane concertista. Un fuoriprogramma: dallo “Schiaccianoci” di Čajkovskij, Danza della Fata Confetto. Un rapporto ambivalente legava a Wagner anche Nikolaj Rimskij-Korsakov, irrinunciabile punto di riferimento per una generazione di musicisti: da Prokof’ev a Stravinskij, da Respighi a Casella. Sebbene non fosse un wagneriano allo stato puro, Korsakov utilizzò ampiamente motivi conduttori nelle sue partiture, come nella suite sinfonica Shahrasād (1888), dove peraltro essi vengono usati con libertà, come materiali puramente musicali, funzionali allo sviluppo sinfonico, più che come motivi indissolubilmente legati a oggetti o a personaggi. In ogni caso la principessa Shahrasād e il sultano Shāhrīyār si identificano con due temi che sono presentati fin dall’inizio. Se il sultano è raffigurato da pesanti e minacciosi accordi, Shahrasād gli si contrappone con una leggiadra melodia – che funge anche da trait-d’-union tra i vari episodi –, dapprima tremante e incerta, poi sempre più affermativa. Grandiosa la prova offerta dall’Orchestra nell’affrontare, sotto la guida sicura del maestro Milletarì, questa partitura, ricca – oltre che di splendide melodie dal sapore esotico – di brillanti colori e raffinatezze strumentali. Una particolare menzione: per il primo violino e l’arpa, che hanno magnificamente intonato il tema di Shahrasād; per trombone, tuba, corni, legni e archi, che hanno reso con il giusto greve accento il tema del Sultano; per il fagotto, che ha ben delineato il principe Kalender; per la tromba, che ha punteggiato l’esecuzione di metallici bagliori dorati. E si potrebbe continuare citando tanti altri strumenti. Grande successo per tutti a fine serata.