Brescia, Teatro Sociale: “Il lutto si addice ad Elettra”

Brescia, Teatro Sociale, Stagione 2025/26
IL LUTTO SI ADDICE AD ELETTRA”
di Eugene O’Neill – traduzione e adattamento Margherita Rubino
Ezra Mannon PAOLO PIEROBON
Christine Mannon ELISABETTA POZZI
Lavinia Mannon LINDA GENNARI
Orin Mannon MARCO FOSCHI
Adam Brant ALDO OTTOBRINO
Hazel Niles CAROLINA RAPILLO
Peter Niles DAVIDE NICCOLINI
Regia e Scene
Davide Livermore
Costumi
Gianluca Falaschi
Musiche
Daniele D’Angelo
Luci
Aldo Mantovani
Nuova Produzione Centro Teatrale Bresciano e Teatro Nazionale di Genova
Brescia, 27 gennaio 2026
Nel novero dei drammaturghi dimenticati dalle scene nostrane, Eugene O’Neill occupa un posto particolarmente di rilievo, in primis per la sua importanza (riconosciuta dal Premio Nobel per la Letteratura nel 1936) e poi per l’assenza pressoché totale presso i nostri teatri. Non stiamo parlando, in effetti, di un semplice drammaturgo, ma dell’acclamato padre del teatro americano, i cui drammi vengono spesso associati a nomi quali Eschilo o Shakespeare. Con piacere accogliamo quindi la proposta del Centro Teatrale Bresciano e del Teatro Nazionale di Genova de “Il lutto si addice ad Elettra”, la grande tragedia del ‘31 che più di altre ha fatto conoscere in Italia, nel dopoguerra, il drammaturgo americano, probabilmente per la sua chiara ispirazione all’Orestea di Eschilo. Tuttavia gli esiti scenici cui assistiamo superano anche le nostre più rosee aspettative, e per questo meritano una disamina. Il primo punto che segna questa versione è testuale: l’adattamento di Margherita Rubino sfrangia non di poco il testo originale, senza però distorcerne la natura; una decina di personaggi secondari vengono eliminati – quelli cui O’Neill sperava di assegnare il ruolo del coro antico, ma che, de facto, ostacolano il fluire in crescendo dell’azione. In questo modo tutto si focalizza unicamente sulla famiglia Mannon (gli Atridi), le sue perversioni, le sue tenebre interiori; unici a sopravvivere tra i ruoli di lato sono i fratelli Hazel e Peter (ben interpretati, con la giusta baldanza ingenua da Carolina Rapillo e Davide Niccolini), poiché coinvolti loro malgrado nei disegni allucinati di Lavinia Mannon, e divengono così i facilitatori del vortice d’orrore dal quale nessuno riesce a salvarsi. Il secondo punto di forza giace in Davide Livermore, nelle scene e nella regia: tutto è agito all’insegna della massima pulizia, la scena geometrica e glaciale dal sapore hitchcockiano si riflette anche nei movimenti, nelle posizioni, persino nelle mimiche degli attori; l’ambientazione, spostata dalla Guerra di Secessione alla Seconda Guerra Mondiale, mostra una maniacale attenzione al dettaglio (dalla foggia e il posizionamento del mobilio, al magistrale taglio degli abiti di Gianluca Falaschi, fino al trucco, che richiama quello di dive come Joan Crawford o Bette Davis), e viene arricchita dalle registrazioni d’epoca della versione radiofonica Rai del ’56, prossima allo spirito del Dopoguerra. Il disegno luci di Aldo Mantovani, poi, interagisce di continuo con le cornici bianche a incastro che dal boccascena conducono al fondo specchiato, creando effetti stralunati di contrasto, per lo più, algidi e ardenti allo stesso tempo, e talvolta a campitura piena, come per annullare la tridimensionalità, e rendere la natura distorta dell’umanità in scena. Il punto su cui inizialmente eravamo più scettici, e che con l’andare del dramma ha sempre più convinto, è il commento sonoro di Daniele D’Angelo, che accompagna l’interezza della recita: questo tipo di colonna sonora continua, a teatro, risulta di solito artefatto, pretenzioso; in questo caso, invece, il suono non è mai fine a se stesso, ma partecipa dei rumori di scena, dei movimenti, quasi facendo sembrare ciò cui assistiamo una complessa coreografia post-contemporanea, e accompagna le voci degli attori (naturalmente amplificate, al fine di ottenere questo effetto); soprattutto nella terza parte – “L’incubo” – il suono si trasforma nei rimorsi che perseguitano Orin, negli spettri dei Mannon, nella casa stessa che per sempre imprigionerà Lavinia, rivelando una vera partitura drammaturgica – quasi un melologo. Infine, ma non certo per importanza, arriviamo al cast, che, per un’opera di O’Neill, molto facilmente potrebbe rivelarsi l’anello più debole, dato l’immane verbosità del testo e il dispendio di energie che si richiede agli interpreti. L’approccio di Livermore a questo testo non risparmia agli attori un grammo del loro ruolo, ma il livello è tale per cui alcuni di loro sembrano quasi scivolare con leggerezza sulle battute: è il caso di Paolo Pierobon, un Ezra Mannon stranito e sofferente, ma anche graffiante, vagamente melodrammatico, quasi paralitico; gli fa da contraltare, nella sua vivacità fisica, nella prontezza della ritmo e nell’ambiguità dell’intonazione Aldo Ottobrino, nel ruolo del cugino illegittimo Adam Brant, che con la sua vitalità sa far dimenticare anche quei dieci anni di troppo, rispetto al personaggio originale, che si porta appresso. Va detto che larga parte del cast è fuori tempo massimo, se si pensa ai ruoli pensati da O’Neill, ma anche questo in realtà segue una logica, dato che una quarantenne del 1860 doveva apparire decisamente più attempata delle quarantenni odierne: non stupisce allora che Elisabetta Pozzi come Christine appaia fresca, disinvolta, vocalmente presente a se stessa, fisicamente conturbante, in barba ai suoi settant’anni, o che il quarantottenne Marco Foschi sappia incarnare con tanta precisione il giovinastro spostato ed edipicamente corrotto che è Orin Mannon. La recita è tuttavia, prevedibilmente, dominata dal talento di Linda Gennari (Lavinia), dalla sua voce maliosa e contraltile, dai nervi tesi che corrono lungo il corpo diafano, dalla capacità di mutarsi da un atto all’altro, dal preciso calibro dei suoi gesti; la Gennari sembra aver ingurgitato le intenzioni più recondite del suo personaggio, che lascia sapientemente trasparire soprattutto nel manipolatorio rapporto con Orin. Infine, il tasto più dolente: il pubblico, che a fine serata, dopo tre ore e mezza, si divide chiaramente in chi si è mortalmente annoiato, e chi invece ha bevuto ogni immagine parola suono che dal palco gli è giunto, e quasi non gli sembra possibile che la tragedia sia già finita. E applaude, a lungo, con molte chiamate e convinzione – noi, fra di loro. Si replica al Teatro Rossetti di Trieste dal 05 all’08 febbraio e al Teatro Del Monaco di Treviso dal 12 al 15 febbraio. Foto Federico Pitto