Genova, Teatro Carlo Felice: “Tristan und Isolde”

Genova, Teatro Carlo Felice, Stagione 2025/26
“TRISTAN UND ISOLDE”
Azione in tre atti. Libretto e musica di
Richard Wagner
Tristan TILMANN UNGER
Re Marke EVGENY STAVINSKY
Isolde MARJORIE OWENS
Kurwenal NICOLÒ CERIANI
Melot SAVERIO FIORE
Brangäne DANIELA BARCELLONA
Un marinaio/ Un pastore ANDREA SCHIFAUDO
Un timoniere MATTEO PEIRONE
Orchestra e Coro della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova
Direttore 
Donato Renzetti
Maestro del coro 
Claudio Marino Moretti
Regia 
Laurence Dale
Scene e costumi 
Gary McCann
Luci 
John Bishop
Video
design Leandro Summo
Nuovo allestimento della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova
Genova, 15 febbraio 2026
Tristan und Isolde” di Wagner è l’opera forse più amata in Italia tra quelle scritte dal genio tedesco, nella quale meglio che altrove si incarna la più importante innovazione stilistica che la contraddistingue, ossia quel torrenziale e azzardatissimo (per l’epoca) cromatismo che ne determina l’atmosfera sospesa, la complessità del sentimento, l’assoluta forza immaginifica. Ma inutile ed inefficace sarebbe dilungarsi, in questa nostra sede, sui mille pregi di questa opera-manifesto, sui quali, peraltro, la critica è oramai unanime: è un capolavoro, in tutto e per tutto, e se non si rappresenta ancora abbastanza è unicamente per la monumentalità dell’organico orchestrale e dei ruoli cantati, che la rendono un’opera adatta solo a piazze di una certa importanza – quale il Carlo Felice di Genova. Questa produzione presenta una singolare caratteristica, ossia un sostanziale scollamento tra la regia e la scena: infatti la scena e i costumi di Gary McCann sono estremamente interessanti, facendo interagire un grande praticabile, rotante e inclinato, con un disco sospeso su di esso e le proiezioni sullo sfondo – video curati da Leonardo Summo, che tendono ad incarnare in maniera maestosa e simbolizzante gli elementi naturali richiamati dal testo (l’acqua, il fuoco, il cielo stellato, la pietra e il legno). Incorniciata con maestria dal disegno luci di John Bishop, che si fonde perfettamente al complesso intreccio di immagini, pochi elementi aggiunti a questa scena la rendono massimamente eloquente e versatile, potenzialmente adatta a quasi ogni produzione; quasi paradossale, allora, ci appare la statica e silenziosa regia di Laurence Dale, che sembra quasi disinteressarsi dei cantanti in scena, abbandonandoli alla loro immobilità naturale fronte al pubblico, a qualche gesto di prammatica, a passeggiatine sul palco senza molto senso, e solo in pochi casi effettivamente propone posizioni o interpretazioni sceniche. Peccato, giacché la magniloquenza dell’opera wagneriana deve venire contrastata dal lavoro scenico, e questo non può essere delegato unicamente alla scenografia, ma deve trovare nell’azione dei personaggi la sua chiave di volta (non per nulla Wagner chiama “Handlung” il suo dramma, ossia proprio “azione, gesto”). In questo modo la fruizione, specie per un pubblico generalmente non germanofono, quale quello italiano, diventa ancora più faticosa, e si rafforza il cliché del Wagner “pesante”, già largamente diffuso. L’apparato musicale della produzione, comunque, presenta elementi di altissima qualità, a partire dalla direzione di Donato Renzetti, che sa coniugare la grandeur dell’ampio respiro della partitura con una particolare attenzione per i momenti di languido abbandono, accendendo i colori notturni e sognanti dei passaggi più lirici. Anche il cast vede brillare alcuni artisti: Evgeny Stavinsky è un Re Marke dalla vocalità omogenea, ben proiettata unita a un fraseggio sensibile e vario in tutti i suoi aspetti drammatici; Nicolò Ceriani è pure un sorprendente Kurwenal: emissione solida e sicura unita a una espressività sempre presente; anche il Melot di Saverio Fiore si distingue positivamente per la forza impressa al ruolo, l’aderenza alla linea di canto. I due protagonisti, invece, presentano dei limiti, in generale attribuibili a disomogeneità dei registri e proiezione del suono.  Tilmann Unger è dotato di una vocalità dai bei suoni pastosi, sia nei centri che negli acuti, ma non lo si può definire un Heldentenor – forse una “razza” in via d’estinzione. La sua voce appare poco “robusta” e sovente vittima dei suoni orchestrali; lo stesso accade a Marjorie Owens (Isolde), che tuttavia ha nei centri e nel tono declamatorio la sua forza, al contrario del registro acuto non sempre a fuoco. Alterna la Brangäne di Daniela Barcellona: il mezzosoprano triestino è senz’altro a suo agio nei momenti di maggior trasporto lirico, dove sfoggia tutta la bellezza del suono nitido e del fraseggio, mentre nel canto più scopertamente drammatico l’emissione perde smalto. Infine, buone le prove del marinaio/pastore di Andrea Schifaudo, del timoniere di Matteo Peirone – e ottima quella del Coro, capace di ritagliarsi momenti di grande intensità. Il pubblico, a fine recita, dimostra di aver gradito calorosamente, sebbene durante le singole riprese si sia rumorosamente interrogato (e a ragione) sul perché il maestro Renzetti abbia iniziato gli atti senza salutare e quindi, de facto, sorprendendo per tre volte la sala. Mistero che probabilmente resterà irrisolto. Foto Marcello Orselli