Le liriche di Friedrich Schlegel nel Musen Almanach für das Jahr 1802 (1)

Nascita del Musen Almanach
Alla fine del settecento era abitudine dei poeti affidare le loro liriche ad antologie e riviste letterarie piuttosto che pubblicare una loro silloge autonomamente. Questo gli permetteva di farsi conoscere da un pubblico più vasto e aumentare così la loro notorietà. Solo successivamente pubblicavano Gesammelte Werke o Sämtliche Gedichte, in molti casi apportando leggere modifiche al testo originale.1
Sull’onda del francese Almanach des Muses, fondato a Parigi nel 1765, nacque in Germania il Musen Almanach. I primi almanacchi tedeschi vennero pubblicati a Gottinga e Lipsia e diedero voce agli studenti poeti dell’Hainbund di Göttingen: Johann Heinrich Voß, Ludwig Hölty, Johann Martin Miller e suo cugino Gottlob Dietrich Miller, Johann Friedrich Hahn, Johann Thomas Ludwig Wehrs. La redazione fu poi spostata a Voß e ad Amburgo. Se il Göttinger Musen Almanach (GMA) pubblicò la sua prima edizione nel 1770, fu in realtà l’editore di Lipsia Engelhard Benjamin Schwickert, ad anticipare di un anno l’uscita del suo Alamancco delle muse tedesche (AdM, in seguito Leipziger Musen-Almanach), copiando addirittura 19 contributi dal GMA e contenente lavori di autori quali Friedrich Gottlieb Klopstock, Christian Fürchtegott Gellert, Johann Wilhelm Ludwig Gleim e Karl Wilhelm Ramler. L’ultima edizione fu quella del 1787.
Persino Schiller si cimentò in un Almanacco delle Muse, che pubblicò dal 1796 al 1800 e che vantò importanti contributi di autori quali Johann Gottfried Herder, Ludwig Tieck, Friedrich Hölderlin, August Wilhelm Schlegel e Johann Wolfgang Goethe. Fu insieme a quest’ultimo che scrisse lo Xenien, pubblicato nell’Almanacco del 1798.
All’ Almanacco di Schiller seguirono gli almanacchi delle muse di August Wilhelm Schlegel e Ludwig Tieck (Tübingen 1802), di Johann Bernhard Vermehren (Lipsia 1802 e Jena 1803), l’almanacco delle muse di Adelbert von Chamisso e Karl August Varnhagen von Ense (1804–1806), il Tascabile Poetico di Friedrich Schlegel (Berlino 1805–1806) e l’almanacco delle muse di Leo von Seckendorf (Ratisbona 1807–1808)
Questa tipo di Almanacco fu affiancato ed in seguito sostituito dal tascabile. Gli scritti prosastici o in genere più lunghi, venivano pubblicati nel Taschenbuch, una sorta di costola del Musen, con un indirizzo settoriale variabile: animali (Taschenbuch für Tierliebhaber), signore (Taschenbuch fürs Frauenzimmer), viaggi e così via. Sviluppando tematiche varie, si rivolgevano ad una fetta di popolazione che non era necessariamente interessata alla poesia ma che voleva leggere e riflettere su un tema particolare, attraverso l’uso di una più ampia varietà di forme letterarie.
Al Musen Almanach si associava anche il Teatralmanach che si occupava di eventi teatrali, spesso relativi al lavoro di uno specifico teatro. I creatori di suoni, ovvero i compositori di Lied che all’epoca era un genere molto diffuso, leggevano, assetati di poesia, le riviste letterarie dell’epoche, così da trovare in questi “pozzi letterari”, nuove ed inesauribili sorgenti di parole intorno alle quali ricucire armonie e melodie. Se è vero che nel Lied la musica si fa poesia, lo è anche il contrario, ed ogni strofa non musicata vibrerà certo di meno nel lettore piuttosto che la stessa cantata all’orecchio dell’ascoltatore. Fu al Müsen Almanach dell’anno 1802 di Tübingen che Friedrich Schlegel affidò le sue poesie, dando modo, molti anni più tardi, ad un musicista del calibro di Franz Schubert, di conoscerle e creare intorno alle sue parole, immagini sonore immortali.
Il Ciclo Abendröte nel Musen Almanach für das Jahr 1802
Questo ciclo di poesie di Friedrich Schlegel appare per la prima volta nel Musen- Almanach fur das Jahr 1802, nella raccolta Gediechte (1809) ed in seguito nel Volume I della Gesamtausgabe (1822-1825). La prima poesia è priva di titolo è viene segnata col nome di Erster Teil. Sarà Schubert, che peraltro la musicò per ultima (Marzo 1823), a darle il nome di Abendröte. Il ciclo si divide in due parti, la prima antecedente il tramonto e la seconda con ambientazione notturna.
L’ordine di pubblicazione di Schlegel è il seguente:
Die Berge, Die Vöge, Der Knabe
, Der Fluss
, Der Hirt , Die Rose
Der Schmetterling, Die Sonne, Die Lüfte, Der Dichter.
Questi primi dieci componimenti si svolgono alla luce del sole e sono caratterizzati da elementi ed esseri naturali in continuo colloquio con l’essere umano. Alberi, fiumi, montagne, farfalle ed uccelli si rivolgono a noi parlandoci dei loro sentimenti e desideri, descrivendoci la loro vita e sottolineando quanto l’uomo la ignori, quanto poco se ne interessi e quali benefici potrebbe invece trarre da una maggior attenzione verso il creato. Ad ascoltare e tradurre il linguaggio dell’universo è Der Dichter (Il Poeta), eletto interprete di questi suoni che, non a caso, è inserito come ultima poesia della prima parte.
La seconda parte ha inizio dopo il calar del sole, e viene introdotta da un componimento senza titolo (come per la prima parte, ovviamente ora Zweiter Teil) il cui inizio è proprio Als die Sonne nun versunken []. Ecco l’ordine di pubblicazione seguito da Schlegel:
Der Wanderer
, Der Mond, 
Zwei Nachtigallen, Das Mädchen, Der Wasserfall, Die Blumen, Der Sänger, Die Sterne
, Die Gebüsche
, Der Dichter
Anche questa volta ad epilogare è il poeta. Di questi componimenti ne verranno analizzati tre della seconda parte: Der Wanderer, Die Sterne, Die Gebüsche, poiché maggiormente intrisi delle idee e della filosofia schlegeliana di quegli anni. Gli anni di Jena e Berlino e dell’ Athenäum. Gli anni della Frühromantik.
“Der Wanderer”
“Leitmotiv della letteratura poetica e musicale del romanticismo è la figura del Wanderer. Movimento e cammino sono le uniche certezze di un modus vivendi che non permette la sosta, che scandisce i suoi attimi con l’iterativo gesto del passo che incede. La sola certezza è il momento della partenza, in tutto paragonabile alla nascita, dopo la quale la gamma delle possibilità in termini di incontri e mutamenti del destino è pressoché infinita. Il viaggiatore vive a ogni suo passo cambiamenti ambientali e circostanziali accanto ai quali crescono mutazioni interiori che scolorano o ridipingono i tratti dell’individuo.
Il percorso si sviluppa quindi su due piani paralleli, uno esteriore e l’altro interiore, perfettamente delineanti il rapporto tra mondo ed io, laddove il mondo è meta del viaggio e metafora dell’infinito, e l’io è nascituro, cera calda in cui ogni minima pressione lascia il segno, essere in divenire, anelante al suo stesso completamento ma conscio di non potere mai ottenerlo. Il viandante cerca il mondo, ed il paradosso sta nel fatto che egli è già parte di esso, che non può trovarlo perché essendone un frammento ha in sé tutta la sua materia. La possiede, sì, ma non sa viverla, assaporarla o sezionarla per comprenderla perché ne è una parte troppo piccola, allora pone se stesso sulla soglia e va verso l’intero, ma è duro ritrovare se stessi elevati alla decima potenza e in quell’immagine riconoscersi ed accettarsi.”3
Il viaggio ha una condizione essenziale: l’abbandono. Si lascia la casa, la patria, l’amata e si parte. Il primo luogo che abbandonammo fu l’Eden. Non lo capimmo, forse non lo rispettammo, e fummo costretti a lasciarlo, senza voltarci indietro. Continuiamo a cercarlo ovunque su questa terra, a volerlo riprodurre, e dovrebbe essere quella la nostra meta finale, il luogo dove un giorno torneremo. Il ritorno: ecco un’altra condizione essenziale del viaggio. Wo gehen wir denn hin? – Immer nach Haus.4
Il disorientamento continuo del viandante e l’inquietudine dell’essere si riassumono nella domanda che Heirich von Ofterdingen pone al pellegrino.
Ogni viandante però vive la sua condizione in maniera diversa, così che a taluni l’essere sperduti e senza meta alla ricerca di un qualcosa che non si conosce provoca timore e disperazione, ed ogni crocevia non è possibilità di scelta ma angosciosa ossessione del dover decidere.
Il Wanderer di Eichendorff ha perso casa, non l’ha più, e non sente accanto a sé la voce di un pellegrino che lo rassicura. L’unica meta che auspica, la sua patria, è quindi oramai perduta, e con animo rassegnato e buio vaga: Wir alle sind verirret Seitdem so weit Hinaus Unkraut die Welt verwirret Find keiner mehr nach Haus.5
(1 – Continua)

1 – The Musenalmanach and Viennese song 1770-1830 / by Ewan West. – Music and Letters, Volume 67, Issue January 1986, Pages 37–49
(2 ) Foto Musen Almanach für das Jahr 1802, München, Bayerische Staatsbibliothek Digitalisierungs
3 – Rosa Mazzei “Il Ciclo Abendröte. Le poesie di Friedrich Schlegel nella Liederistica di Franz Schubert”. Ginevra Bentivoglio editoria. Roma-2008 pag 39
4 – NOVALIS, Heinrich von Ofterdingen, in Novalis, Dichtungen, Rowohlt, Hamburg 1963, p. 200
5 – VON EICHENDORFF, Eldorado, in Werke, Hanser, München 1955, p. 94