Madrid, Teatro Real: “Ariane et Barbe-bleu”

Madrid, Teatro Real, Temporada 2025-2026
“ARIANE ET BARBE-BLEU”
Racconto musicale in tre atti di Maurice Maeterlinck, basato sulla fiaba La Barbe bleu (1697) di Charles Perrault
Musica di Paul Dukas
Barbe-bleu  GIANLUCA BURATTO
Ariane  PAULA MURRIHY
La nutrice  SILVIA TRO SANTAFÉ
Sélysette  AUDE EXTRÉMO
Ygraine  JAQUELINA LIVIERI
Mélisande  MARIA MIRÓ
Bellangère  RENÉE RAPIER
Un vecchio contadino  LUIS LÓPEZ NAVARRO
Orquesta y Coro Titulares del Teatro Real
Direttore Pinchas Steinberg
Maestro del Coro José Luis Basso
Regia Àlex Ollé
Scene Alfons Flores
Costumi Josep Abril Janer
Luci Urs Schönebaum
Nuova produzione del Teatro Real di Madrid, in coproduzione con l’Opéra National de Lyon
Madrid, 5 febbraio 2026
Alla domanda sul perché Paul Dukas avesse accettato di musicare Ariane et Barbe-bleu di Maurice Maeterlinck, Olivier Messiaen rispose con la naturalezza dell’allievo che ricorda il capolavoro del maestro: «perché Ariane rappresentava per lui la luce! La luce di tutte le religioni, di tutte le filosofie, di tutte le estetiche, di ogni civiltà passata e futura. […] Ariane è la luce della verità, mentre Barbe-bleu è il mondo» (La lumière luit dans les ténèbres). In effetti, la climax musicale dell’opera è una sorta di incantesimo del fuoco, di dimensioni ridotte ma molto efficace, che si realizza quando – anziché addormentare qualcuno e proteggerlo con le fiamme – Ariane risveglia i sentimenti intorpiditi delle spose di Barbe-bleu con un torrente di luce dalla cupola della prigione. A chi ami il Massenet di Esclarmonde, oltre al Wagner del Ring, quest’opera non potrà che parere deliziosa, specialmente se la musica si assapori in parallelo al testo della “commedia simbolista”, che ripete l’incanto del Pelléas di una decina d’anni prima, ma con intenzioni speranzose. Al Teatro Real di Madrid Ariane et Barbe-bleu mancava dal 1913 (anno in cui si rappresentò per la prima e ultima volta; nel 1911 era approdata alla Scala con la direzione di Tullio Serafin, quattro anni dopo la prima mondiale parigina). Il Castello del duca Barbablù di Bartók appena rappresentato al Real (novembre 2025) ne ha reintrodotto la narrazione, ma con Dukas è sopraggiunto anche un direttore d’orchestra eccezionale come Pinchas Steinberg, capace di rivelare le molteplici ricchezze di una partitura ricercata e innovatrice al tempo stesso. Va detto che la Orquesta Titular del Teatro Real risponde benissimo alle richieste di Steinberg (anche se gli ottoni arrivano al termine comprensibilmente affaticati), facendo risaltare la semplicità motivica dello sviluppo musicale, praticamente sorretto da due frasi principali: una dalla spavalda cadenza giambica, allegra e ascendente (lo spirito di Ariane mentre dialoga con la nutrice o scopre i favolosi segreti delle prime sei porte), l’altra più elegiaca e discendente (ed è lo sforzo liberatore, o meglio rigeneratore esercitato sulle spose di Barbe-bleu). Paula Murrihy è un mezzosoprano dalla voce chiara, molto corretto e convincente per la parte di Ariane, anche se non sempre a suo agio con le note più acute (di fatto la tessitura del personaggio è sopranile). Silvia Tro Santafé è una perfetta nutrice: mezzosoprano dalla linea di canto ricca di armonici, sfumature e colori, è senza dubbio la migliore cantante della compagnia; merita però di essere menzionata una terza voce mezzosopranile, quella di Aude Extrémo, interprete di Sélysette. Adeguato il basso Gianluca Buratto, nell’esigua parte di Barbe-bleu. Il pubblico di Madrid indirizza applausi anche agli altri comprimari e al Coro del Teatro Real, preparato da José Luis Basso. Lo spettacolo, nuova coproduzione del Real e dell’Opéra National de Lyon, è firmato da Alex Ollé, che senza dubbio ha studiato con attenzione libretto e partitura, ma forse si è lasciato irretire dalla brillantezza della musica e dai facili simbolismi. Tutto, infatti, si trasforma in oggetto prezioso e manifestazione di lusso: dal video iniziale dei novelli sposi in automobile, diretti verso il castello, al boudoir di Ariane, una teoria di ninnoli aurei, fino alla scoperta della prigione delle spose di Barbe-bleu, che è in realtà la sala del banchetto nuziale, invasa da una folla di eleganti invitati, con tanto di torta alla panna e candele sfavillanti. Insomma, è l’estetica del più convenzionale mondo borghese (rappresentato, non si capisce se con intenzione più polemica o tranquillizzante). Il mito e i suoi archetipi, l’enigma della fiaba, tutto è scomparso; ma neppure si enfatizza la geniale novità della commedia di Maeterlinck, ossia la vittoria della donna sul tiranno in forma di trionfo della libertà. Il cinismo impedisce di esaltare un valore tanto banale come la conquista della libertà, e quindi Ollé si sente a disagio nella parte finale del II atto; suo unico rifugio (retaggio delle predilezioni meccanicistiche della Fura dels Baus) è la costruzione a scena aperta di una torre di tavoli e sedie (quelli della cena di nozze), su cui Ariane e le spose di Barbe-bleu si arrampicano per raggiungere la luce (ma, dunque, il mezzo materiale è più importante dell’obbiettivo spirituale?). Il provocatore diventa apparatore, giacché tutto il resto è buio, tenebre in cui sprofondano le sagomature di un labirinto sospeso nell’aria, inutilizzato, oppure in cui tralucono le pagliuzze d’oro degli oggetti. Dov’è, visivamente, la necessaria riflessione sulla libertà e sull’incapacità di comprenderla? Meglio ricorrere al poeta, così cristallino nella domanda di Ariane: «Mes pauvres, pauvres sœurs! Pourquoi voulez vous donc qu’on vous délivre si vous adorez vos ténèbres?».   Foto Javier del Real © Teatro Real de Madrid