Madrid, Teatro Real, Temporada 2025-2026
“I MASNADIERI”
Melodramma in quattro parti su libretto di Andrea Maffei, tratto dalla tragedia Die Räuber (1782) di Friedrich von Schiller
Musica di Giuseppe Verdi
Massimiliano ALEXANDER VINOGRADOV
Carlo PIERO PRETTI
Francesco NICOLA ALAIMO
Amalia LISETTE OROPESA
Arminio ALEJANDRO DEL CERRO
Moser GEORGE ANDGULADZE
Rolla ALBERT CASALS
Orquesta y Coro Titulares del Teatro Real
Direttore Francesco Lanzillotta
Maestro del Coro José Luis Basso
Esecuzione in forma di concerto
Madrid, 10 febbraio 2026
«Il fantastico è cosa che può provare l’ingegno; il vero prova l’ingegno e l’animo». Nel suo fortunato Salotto della contessa Maffei Raffaello Barbiera attribuisce queste parole a Giuseppe Verdi, che le avrebbe vergate sull’album della padrona di casa, già sposa del traduttore di Schiller e autore del libretto dei Masnadieri, Andrea Maffei. Un vero esasperato dalla lettura, dalla parola, dall’urgenza politica, quello che traspare dalla riduzione di Maffei, sempre ammirata nei confronti del modello e della sua cultura. Ecco perché nella prima battuta dell’opera il nome di Plutarco entra con certa prepotenza, opponendo l’etica delle Vite allo «schifo | di quest’età d’imbelli». È così trasposta, fedelmente pur nella stringatezza, quella querelle des anciens et de modernes che nel dramma originale si complicava con riflessioni su Alessandro Magno e Annibale. Quale altro librettista verdiano sarebbe capace di aprire l’opera con uno scossone del genere? I raffronti con i collaboratori di Verdi di quegli anni (Solera, Piave, Cammarano, lo stesso Romani) sono impossibili; soltanto grazie a Maffei entra in Verdi il vento dello Sturm und Drang, ossia di una «spaventosa pittura della società», come dice lo stesso traduttore nel prologo al libretto.
Il fatto che questo scheletro poeticamente traballante debba ricevere «dal pensiero musicale la sua piena maturità» (ancora Maffei) rende più eccitante la sfida di riproporre l’opera in forma di concerto, secondo una modalità che il Teatro Real di Madrid coltiva sistematicamente (nel 2025, per esempio, toccò ad altri due titoli del giovane Verdi come I lombardi alla prima crociata e Attila). Questa volta la direzione spetta a Francesco Lanzillotta, che imposta una concertazione al servizio delle voci soliste e del coro, con un ottimo lavoro sulla trasparenza delle sonorità e sulla precisione degli accenti. I volumi sonori non sono mai eccessivi perché l’adesione alla violenza della parola scenica è nella conformazione armonica e nell’accostamento di stilemi diversi, anche disparati.
Grande protagonista della serata il soprano Lisette Oropesa nella parte di Amalia, acclamata da un pubblico che la adora (sin dal Rigoletto del dicembre 2015, quando si rivelò a Madrid, per tornarvi con Lucia di Lammermoor nel giugno 2018 e, più recentemente, con la trionfale Maria Stuarda del dicembre 2024). Elogiarne la rotondità del timbro, la vibrante policromia della linea di canto, la bellezza calligrafica dei trilli, è ormai come portare vasi a Samo … Forse un po’ troppo ardita nel sottolineare lo stile “leggero” delle colorature, Oropesa affronta la cabaletta «Carlo vive? O caro accento» con tale limpida gaiezza da affascinare il pubblico e convincere il direttore a concedere un bis. Non si tratta di una propina qualunque, giacché la tradizione dei bis sopranili è scarsissima nei quarant’anni della riapertura del Teatro; fu proprio Oropesa, il 28 luglio 2020, durante il periodo delle restrizioni sanitarie, a concedere il primo bis solistico con «Addio del passato» dalla Traviata (nel 2018, lo stesso soprano e il resto degli interpreti principali avevano ripetuto il sestetto della Lucia).
Piero Pretti è un Carlo vocalmente esente da qualunque frenesia schilleriana: fedele alla natura lirica della sua voce di tenore e forte di una tecnica molto solida (perfezionata durante vent’anni di carriera), preferisce concentrarsi sull’eleganza dell’emissione e sull’incisività della parola. Per questo, dopo un’ottima cavatina («O mio castel paterno»), la cabaletta d’apertura (la famosa “cabalettaccia” di Massimo Mila, a torto considerata appannaggio di tenores de espada) risuona un po’ leggera, quasi fioca. In ogni caso, la prestazione va crescendo nel corso dell’opera in quanto a partecipazione emotiva ed espressività. Il baritono Simone Alaimo è un magnifico Francesco, efficacissimo nel dar voce a uno dei personaggi più perfidi di tutto il teatro verdiano (facendo il paio con il Wurm di Luisa Miller, non a caso altro “prodotto schilleriano”); ed è soprattutto grazie alla sua prestazione che si apprezza quello Sturm und Drang all’italiana, declinato in termini melodrammatici.
Perfetto, per esempio, il duettino «Io t’amo, Amalia, io t’amo», della II Parte, rovesciamento del duetto d’amore della tradizione, con una cadenza sbarazzina in cui Francesco prefigura certi diavoli offenbachiani, mentre Amalia grida di ribrezzo, con la forza di Odabella di fronte ad Attila. Incisivo nell’emissione e attento a qualunque modulazione dei recitativi, Alaimo sfoggia una cavata sempre notevole, sebbene in alcune note acute la posizione della maschera accusi piccoli cedimenti. Ma ogni velo si dissipa con la straordinaria scena della IV parte, «Pareami che sorto da lauto convito», una visione apocalittica che Maffei imbriglia in una sorta di poemetto (otto quartine di alessandrini) e che Alaimo interpreta con tutte le nuances dell’allucinazione, dell’incubo e della profezia biblica: è il momento di maggiore esaltazione emotiva di tutta la serata. Completa il quartetto il basso Alexander Vinogradov nella parte di Massimiliano, presentata con anche troppa signorilità e distacco (non si tratta del Principe Gremin, bensì di un padre debole e combattuto da sentimenti eccessivamente discordanti).
Ottima la prova del quinto interprete principale, ossia il Coro Titular del Teatro Real, integrato da alcuni elementi di rinforzo, che dà voce alla masnada di briganti: grazie alla preparazione di José Luis Basso, la compagine trascorre con disinvoltura dagli accenti di baldoria a quelli di esecrazione, dall’emissione di forza al pianissimo, senza una smagliatura e senza disomogeneità. Corretto Alejandro del Cerro nella parte di Arminio; tenue fino a rasentare l’evanescenza il Moser di George Andguladze. Pregevoli tutti i numeri solistici dell’esecuzione, ma ancor più appassionanti i numeri d’insieme, costruendosi una climax fino al concertato finale «Ed io colpevole di questa prole», con terzetto dei protagonisti e coro: un meraviglioso momento di patetismo verdiano, subito schiantato dalla conclusione truce. «Ora al patibolo!», esclama Carlo nell’explicit; ma in sala è ovazione prolungata e commossa. Foto Javier del Real © Teatro Real de Madrid
Madrid, Teatro Real: “I masnadieri”