Milano, Teatro alla Scala: “Götterdämmerung”

Milano, Teatro alla Scala, Stagione d’opera e balletto 2025-2026
GÖTTERDÄMMERUNG” (“Il crepuscolo degli dei”)
Terza giornata in un prologo e tre atti
Versi e musica di Richard Wagner
Siegfried KLAUS FLORIAN VOGT
Gunther RUSSELL BRAUN
Hagen GÜNTHER GROISSBÖCK
Alberich JOHANNES MARTIN KRÄNZLE
Brünnhilde CAMILLA NYLUND
Waltraute NINA STEMME
Gustrune/Terza Norna OLGA BEZSMERTNA
Prima Norna CHRISTA MAYER
Seconda Norna SZILVIA VÖRÖS
Woglinde LEA-ANN DUNBAR
Wellgunde SVETLINA STOYANOVA
Flosshilde VIRGINIE VERREZ
Orchestra e coro del Teatro alla Scala
Direttore Alexander Soddy
Maestro del coro Alberto Malazzi
Regia David McVicar
Scene David McVicar e Hanna Postlethwaite
Costumi Emma Kingsbury
Luci David Finn
Milano, 8 febbraio 2026
L’anello della nuova Tetralogia scaligera chiude con  “Götterdämmerung” autentica sintesi degli spettacoli precedenti. La concezione di David McVicar si è venuta nelle sue cifre essenziali: un grande amore per il teatro e la sua storia e una visione antropologica che trovano negli archetipi della maschera e del cerchio il loro punto di sintesi. Il sipario è dominato dal grande anello/cerchio cui attorno si affollano ombre di mani che ricordano quelle delle pitture paleolitiche. E’ un mondo ancestrale e primigenio in cui il cerchio acquisisce – difficile non pensare alla lezione di Girard – una esplicita valenza sacrificale. All’ambito del sacrificio rimanda anche la maschera in cui l’originario omicidio rituale si sublima nella sua rappresentazione scenica che lo riproduce e lo eternizza. Le maschere evocano la presenza degli dei nella reggia dei Ghibicundi, un grande spazio rituale dominate dal totem/altari delle divinità ma sui cui incombe minacciosa la maschera di morte che già regnava nelle caverna del Nibelheim e le stesse maschere, ovvero gli stessi dei nella loro incarnazione materiale, forniranno la materia combustibile per il rogo che purificherà l’universo. Gli elementi scenici derivano tutti dalle opere precedenti, ne rappresentano lo sviluppo o più spesso la degradazione divenendo proiezione fisica e visiva dei motivi conduttori. Uno spettacolo lineare, apparentemente semplice, fruibile nella sua natura di racconto fiabesco ma anche spettacolo coltissimo, foresta di simboli di Baudelairiana memoria che chiamano lo spettatore a raccoglierli e interpretarli. La recitazione segue la vicenda con mano sicura e senza forzature concedendosi però qualche inattesa oasi lirica. Di commovente intensità la marcia funebre di Siegfried su un fondale totalmente nero con al centro il corpo intorno al quale si materializzano le ombre degli antenati – Siegmund, Sieglinde e Wotan – muto lamento, declinazione pagana dei compianti scultorei rinascimentali dell’area padana. I costumi richiamano un mondo barbarico senza tempo e senza luogo in cui passato e futuro si fondono senza soluzione di continuità nel segno dell’onnipresente esibizione dell’oro e della sua influenza corruttrice. La direzione di Alexander Soddy mantiene il forte senso teatrale ascoltato nelle opere precedenti. Il clima cupo e barbarico che domina l’allestimento lo ha forse spinto in certi momenti ad una direzione fin troppo corrusca che a volte sacrifica un po’ di quella cantabilità che l’orchestra wagneriana dovrebbe comunque avere. Resta la capacità di valorizzare piccoli dettagli di cesello cameristico anche nell’ampiezza del flusso. E’ nel III atto che Soddy trova i momenti più riusciti e ispirati. Il raffinato gioco cromatico con cui rende l’episodio delle Ninfe, l’intensa commozione della marcia funebre o gli squarci di struggente lirismo del finale sono parsi decisamente i momenti più riusciti della sua lettura. L’orchestra scaligera suona sempre bene ma qualche imprecisione, specie nei fiati, si è sentita mentre solo elogi si possono fare per la prova del coro. La compagnia di canto alle prese con ruoli tra i più complessi  del teatro musicale fornisce una serie di prestazioni in chiaroscuro. Klaus Florian Vogt era si era fatto apprezzare per la sua capacità di rendere l’ingenuo stupore nel Siegfried. In parte ci ripropone questa sua visione del ruolo che emerge nel lirismo del duetto del prologo e poi soprattutto nel III atto dove l’ingenuità fanciullesca del confronto con le Figlie del Reno e lo slancio così sincero del racconto sono resi con grande efficacia. La voce, dal timbro chiaro e luminoso, manca però di spessore nei passaggi più drammatici e declamatori, come il finale del I atto privo  o nel secondo quanto tende a perdersi nel grandi pezzi d’assieme. Sempre apprezzabili la sua musicalità e l’eleganza del suo canto. Camilla Nylund deve inevitabilmente patteggiare con la parte di Brünnhilde. La natura vocale è più lirica che drammatica e il settore acuto non ha la pienezza che il ruolo richiede e nel finale questo risulta difficile da nascondere. Musicista attenta sa però valorizzare al meglio le sue doti. La luminosità di un timbro setoso e femminile, la robustezza di un medio ricco di suono, la morbidezza delle mezze voci e delle filature. Grazie a un fraseggio vario e calibrato con cura e a innegabili doti interpretative coglie le sfumature del personaggio. La sua Brünnhilde è soprattutto una donna lacerata da passioni contrastanti, da un’esigenza emotiva che non può essere trattenuta ma che riesce a sublimarsi nel sublime del sacrificio cristologico conclusivo. Il resto del cast mostra più limiti che pregi. Valido l’Alberich di Johannes Martin Kränzle che pur con un timbro impoverito riesce a trasmettere tutto il groviglio di corruzione che soffoca l’anima del nibelungo. Günther Groissböck purtroppo non è più in grado di reggere la parte di Hagen. Mancano l’ampiezza della cavata e il timbro scuro, cupo che la parte dovrebbe avere. L’emissione è spesso diseguale e una generica brutalità sostituisce quell’incarnazione totale del male che Hagen è chiamato a essere. Russell Braun è un Gunther vocalmente e interpretativamente anonimo della cui presenza quasi non ci s’avvede. Sontuosa Nina Stemme che nel monologo di Waltraute fornisce un’autentica lezione di canto wagneriano per presenza vocale e senso stilistico. Olga Bezsmertna è una Guthrune solida e funzionale anche se forse un po’ carente di personalità e fornisce un valido contributo al terzetto delle Norne dominato dal timbro caldo e sonoro di Christa Mayer e completato con efficacia da Szilvia Vörös. Delizioso il terzetto delle Figlie del Reno composto da Svetlina Stoyanova, Virginie Verrez e Lea-Ann Dunbar. Foto Brescia & Amisano