Milano, Teatro fACTORy32:BEYOND THERAPY – E se la terapia non funziona?”

Milano, Teatro fACTORy32, Stagione 2025/26
BEYOND THERAPY – E se la terapia non funziona?”
di Christopher Durang – traduzione di Giovanni Lombardo Radice
Prudence MONICA FAGGIANI
Bruce ENRICO BALLARDINI
Stuart ARTURO DI TULLIO
Charlotte ELIZABETH ANNABLE
Bob DANIELE CAUDURO
Andrew FRANCESCO DI TULLIO
Regia di Arturo di Tullio
Produzione Alta Luce Teatro
Milano, 31 gennaio 2026
Non sono tempi facili, né fuori né dentro ai teatri, e forse proprio a questo dobbiamo ascrivere un particolare revival presso i teatri nostrani della pochade, la commedia degli equivoci, un genere per nulla secondario del teatro contemporaneo, che affonda le sue radici tanto nel vaudeville parigino dell’Ottocento, quanto in Molière, Shakespeare, e poi indietro fino a Plauto: una cosa che si confonde per un’altra, una persona che non è quello che sembra, un sentimento sorprendente e paradossale, sono i tasselli base del comico per come lo costruiamo nel teatro occidentale, sia esso strutturato in maniera più cerebrale e quasi filosofica (come il sentimento dell’umorismo per Pirandello), in giochi formali e linguistici ironici (la wit di Oscar Wilde) o nella semplice esagerazione parodistica del reale, capace di dimostrarsi più diretta e trasversale (rischiando, tuttavia, di patire maggiormente il vaglio del reale). Ci spieghiamo meglio: un sentimento comico basato sulla società o la cultura nelle quali si radica, e che intende in qualche modo sbugiardare, rischia di indebolirsi, se non addirittura spegnersi, quando quel tipo di cultura a sua volta cambia o scompare: per questo si dice spesso che far ridere a teatro è più difficile che far piangere, perché i sentimenti del tragico sono universali assoluti, quelli del comico, sovente, si relazionano a un hic et nunc imprescindibile. Questa premessa serve a capire le ragioni per cui “Beyond Therapy“ di Christopher Durang, che nel 1981 fece faville, trovando anche una trasposizione hollywoodiana di altrettanto successo, oggi, invece, ottiene effetti più alterni: negli Anni Settanta, soprattutto nelle grandi città del New England (quella megalopoli che i sociologi oggi chiamano BosWash), le terapie di analisi erano diventate la grande moda del ceto medio (come testimoniano, ad esempio, i celeberrimi film di Woody Allen), che, con la tipica voracità della borghesia, ne richiedeva sempre di nuove, più eccentriche, più esotiche, non facendo nemmeno troppa distinzione tra medici e psicologi, professionisti e ciarlatani, guru new age o semplici speculatori. Freud non era considerato semplicemente il padre della psicoanalisi, ma una chiave di interpretazione del reale, applicabile a terapie cliniche come agli oroscopi, che si imparava a scuola come sui rotocalchi rosa, le cui teorie venivano adattate ai ranghi militari e alla vendita al dettaglio, con la medesima nonchalance: l’America di Jimmy Carter, recessiva, ferita, disincantata, trovava in ogni sorta di credo, droga e relazione, vie di fuga piuttosto efficaci. È il morbido humus su cui attecchirà il rampantismo reaganiano, ma anche la tragedia dell’AIDS, ultimo fuoco e ultima montagna di cenere prima della fine del millennio. Questo c’è alla base di “Beyond Therapy“, e, trattandosi di un testo senza fronzoli, né pretese intellettualoidi (e vivaddio!), oggi la sua comicità non può dirsi più del tutto efficace; una prova piuttosto importante, vista la rilevanza che detiene nel testo, è il modo in cui vi si fa riferimento all’omosessualità: frasi come “Io gli uomini gay li odio“, o insulti come “Brutta checca!“, o anche la surreale facilità con la quale l’isterico Bob rimorchia il giovane cameriere Andrew, sono, alla meglio, archeologia sociale, ma anche il ridicolo e compiaciuto machismo di Stuart (un po’ Tony Manero e un po’ padre Ralph) è ormai fuori tempo massimo. Resistono, ovviamente, diversi caratteri, i rapporti tra personaggi, ma la vis comica del testo e, ancor di più, il suo effettivo valore drammaturgico, ne escono di non poco intaccati. La regia di Arturo di Tullio, nella sua semplicità, è pure corretta, non commette scivoloni, ma nemmeno si accorge dei limiti sopra esposti, né, quindi, fa qualcosa per nasconderli, così come le interpretazioni dei personaggi di lato, che emergono oggi un po’ bidimensionali, non si sviluppano a tutto tondo cercando profondità nuova, e rimangono gradevoli macchiette – il già citato pseudo-maschio alfa interpretato dallo stesso Di Tullio, l’analista fricchettona e svitata di Elizabeth Annable, l’omosessuale umorale ed esteriore di Daniele Cauduro (vide sub vocem La cage aux folles“); sarebbe molto interessante il cinefilo da riformatorio Andrew, se solo il giovane Francesco Di Tullio non fosse tanto impacciato nel ruolo (anche comprensibilmente, ma tant’è). Emergono, invece, ancora attuali i due protagonisti, due creature fatte di indecisione e inconsapevolezza, alla ricerca di una svolta capace di ribaltare interamente le loro vite, ma al contempo terrorizzate dal cambiamento: interessantissima è la prudenza di Monica Faggiani, che si esprime anche nelle posizioni, negli scatti, oltre che nella coscienziosa gestione della verbalità; delicatamente giocato sui toni dell’ambiguità e della nevrosi è, invece, il Bruce di Enrico Ballardini che, anche fisicamente si pone quale ottimo contraltare alla Faggiani – lei alta e nervosa, lui più tondo e rassicurante. Probabilmente si sarebbe potuto adattare il testo proprio focalizzandolo sui due protagonisti, stravolgendolo per parlare maggiormente al presente; invece, questa riproposizione costringe gli attori in personaggi e dinamiche un po’ fiacchi – a parte per un paio di momenti onestamente esilaranti. Peccato. Foto Valerio Iglio