Milano, Teatro Franco Parenti, Stagione 2025/26
“I CORPI CHE NON AVREMO”
di Francesco Toscani
con FABRIZIO CALFAPIETRA e SIMONE TUDDA
Regia Alberto Piazza
Scene Alice Vanini
Costumi Michele Corrizzato
Luci Martini Minzoni
Video Daniele Zen
Nuova produzione Ensemble Teatro con il sostegno del MiC e di SIAE nell’ambito del programma “Per Chi Crea”
Milano, 10 febbraio 2026
Molta stampa si è unanimemente pronunciata positivamente (con note di vera e propria esaltazione, talvolta) circa “I corpi che non avremo”, in scena nelle passate settimane al Franco Parenti di Milano – ma già in odore di ripresa nella prossima stagione, probabilmente anche per questo favore raccolto. Le ragioni sono presto spiegate: lo spettacolo ha una sua propria grazia, legata senza dubbio alla straordinaria interpretazione del protagonista, Fabrizio Calfapietra, alla sua fisicità plastica, all’estetica specifica della regia di Andrea Piazza (ad esempio nella scena della pioggia sporca sul corpo nudo di Calfapietra, in quella della spugnatura, quella della “crocefissione”, ma anche nella danza sul silenzio di Simone Tudda, validissimo coprotagonista), sottolineata dalle suggestive luci di Martino Minzoni.
Anche il tema scelto dal giovane drammaturgo comasco Francesco Toscani sa toccare delle corde esposte del nostro presente: la relazione tra Gen Z, pornografia e tecnologia è attualissimo, e qui Toscani intende esplorare una conseguenza della distorsione del reale che questa nefasta accoppiata genera, ossia la dismorfia, il non riconoscimento di sé in quanto non corrispondente alle categorie sdoganate dall’esposizione mediatica dei corpi. Insomma: attori bellissimi e bravissimi (sia sul piano vocale che su quello fisico, ricchi di espressività, Calfapietra più naturale, Tudda più manierato), tema “importante”, regia in equilibrio tra leggerezza e costruzione cerebrale, il successo è garantito. O forse non del tutto: giacché molta indulgenza si è spesa, ad esempio, su un testo fondamentalmente acerbo, che non è né denuncia né narrazione, ma un ibrido che passa dal gergo giovanile a definizioni quasi da manuale psichiatrico, dalla confessione stream of consciousness al siparietto più o meno comico; insomma più che una drammaturgia è un mosaico imperfetto, troppo frammentato
per mantenere un effettivo filo logico, troppo interconnesso per parlare di postmoderno – la vicenda, infatti, sebbene raccontata in prima persona dal protagonista, ha più di un punto irrisolto: ad esempio, all’inizio Mattia (questo il suo nome) ci viene presentato come un hikikomori, mentre più avanti inspiegabilmente incontra una sua amica e accetta l’offerta di un appuntamento ad una conferenza; così come è scarsamente credibile che lui consideri “immortali” le creature di internet: il discorso è senz’altro simbolizzante, ma è presentato in un contesto quotidiano di difficile coerenza. Si potrebbe obiettare che la cosa importante siano le domande che questo testo solleva; senza dubbio, ma anche come si pongono, queste domande, dovrebbe avere una sua rilevanza: perché che a parlare di non accettazione di sé sia un attore con la fisicità di Calfapietra (praticamente un prigione michelangiolesco) è credibile quanto gli spot della crema antirughe interpretati da supermodelle quarantenni – per carità, anche persone correntemente definite “belle” possono soffrire di dismorfia, ma sceglierle come esempio è senza dubbio una via più complessa da battere. Infine, e qui invece pensiamo alla regia, questa sensazione di posticcio viene decisamente incrementata dal calligrafismo estetico di cui sopra, che ha un che di affollato e compiaciuto (i riferimenti cristologici – basti pensare che lo spettacolo in una sua forma embrionale portava il titolo “Vita di un santo erotomane” –, quelli artistici – la Deposizione del Mantegna, la Pietà del Buonarroti –, i giochi con lo specchio, l’uso di “Creep” dei Radiohead, tutto a cavallo tra Pasolini e un videoclip), alla lunga vagamente pretenzioso – e di nuovo la domanda: se ci fosse un attore bruttino e sovrappeso, tutto questo apparato iconografico funzionerebbe comunque? Grazie a Calfapietra e Tudda funziona eccome, ma tutta la rilevanza data agli interpreti rivela ancor più la latitante disorganicità drammaturgica, che stride con l’ipertrofia registica. Proprio in base a questo vulnus sarebbe preferibile pensare a “I corpi che non avremo” ancora come a uno studio, e augurarsi che riesca a evolvere in una performance più matura e coesa in occasione di una sua ripresa. Foto Gaia Capone, Alessandro Villa
Milano, Teatro Franco Parenti: “I corpi che non avremo”