Napoli, Teatro di Napoli
Teatro San Ferdinando
LA PRINCIPESSA DI LAMPEDUSA
di Ruggero Cappuccio
diretto e interpretato da Sonia Bergamasco
musiche Marco Betta, Ivo Parlati, Charles Gounod, Nino Rota
scena Paolo Iammarrone, Vincenzo Fiorillo
costume Carlo Poggioli
luci Cesare Accetta
consulenza al suono Gup Alcaro
datore luci Antonio Palazzolo
produzione Fondazione Campania dei Festival — Campania Teatro Festival
Napoli, 04 febbraio 2026
Orizzonte delimitato da spighe di grano. Su un cielo estivo si stagliano tre archi diroccati cui è appesa un’altalena. E subito sappiamo che di questo si tratta: di una soglia e di un’oscillazione. Dal proprio libro, La Principessa di Lampedusa, Roberto Cappuccio sviluppa una drammaturgia che lavora con maestria su stratificazioni della memoria, ritorni, ossessioni, alternando lampi di lirismo a brusche cadute, mito e cronaca.
La principessa Beatrice Mastrogiovanni Tasca di Cutò sale sull’altalena, si presenta con i suoi molti nomi, si spinge in alto e si dichiara morta. Si copre il volto con un lembo della veste e dondola, archetipo di divino mistero e poi ragazzina presa da un riso incontenibile. Incontra le persone della sua vita, la madre, i suoi corteggiatori, sorelle e amiche, anche il figlio, Tomasi di Lampedusa, autore del Gattopardo. Sono fantasmi molto carnali, presenze dense di eros, di segreti, di nostalgie. Sonia Bergamasco, protagonista e regista del monologo, lo definisce una “partitura per fantasmi attraverso un corpo solo e una sola voce”. Della sua voce e del suo corpo si impossessano i personaggi della sua vita, si rincorrono, si azzuffano e si rimbeccano perché vogliono raccontare il loro frammento di verità. La pietra di tufo degli archi trattiene nella sua porosità i ricordi di quel mondo scomparso, delle parole taciute e dei segreti di una nobiltà spogliata, di una Sicilia naufragata.
Lampedusa è il simbolo di questa frontiera del tempo, l’approdo sognato, l’illusione di salvezza. Perduta. Il testo di Cappuccio non chiude i significati, lascia aperta la ferita. La principessa morta adora la vita, racconta piccoli piaceri, tremori, profumi. Racconta il Regno delle Due Sicilie come un amplesso, nato dal sesso di fuoco di Vesuvio che vuole possedere Etna. La principessa stessa diviene amplesso e piacere lavico, infinito. Sonia Bergamasco fa del suo corpo scenico un campo magnetico di emozioni non addomesticate. La sua voce calda, dolcemente speziata dall’accento siciliano, non indulge in enfasi, gioca con cambi di temperatura, gioca con noi. Il suo corpo disegna geometrie, stilizza dolore e desiderio in angoli e linee e poi si ritrae nel silenzio più asciutto. Anche la regia di Bergamasco distilla una lucidità che non è mai fredda, dove ogni elemento è calibrato. Il tempo dilatato, ipnotico ascolta quello che pare un flusso emotivo ma è governato da una partitura – è davvero tutta musica- rigorosa, scandita da cambi di ritmo, postura, sguardo.
La veste bianca della principessa, un po’ camicia da notte e un po’ abito da sposa, creata da Carlo Poggioli, racconta l’eleganza residua di un mondo aristocratico svuotato. La veste fluttua, abbraccia, s’indigna e ride con l’attrice, è estensione del suo corpo, non maschera. Né storicizzato né contemporaneo, il costume risuona il tema della sospensione, dell’oscillazione. Anche la scena di Paolo Iammarrone e Vincenzo Fiorillo è luogo duttile, dal simbolismo vibrante, sul quale lo spettatore può proiettare il proprio immaginario. È uno spazio liminare, coerentemente con l’impianto concettuale dell’opera, dove oscilliamo sull’oro di un’estate eterna e le crepe di un mondo in rovina, evoca una regalità e la smentisce, racconta la fine e il suo Oltre. Un punto di forza di questo onirico biotopic è certo la coerenza formale, che trova una misura eccellente nel rigore e nel controllo che sostengono la profondità simbolica. Più interessato a porre domande che a dare risposte è un lavoro che si colloca nel teatro di ricerca e, anche se non sembra procedere da un’urgenza e forse nemmeno da una necessità, riesce a comunicare un rapito entusiasmo al pubblico ammaliato che gremisce il teatro S.Ferdinando.
La principessa attraversa eterea Palermo sotto i bombardamenti del 1943, nel suo passo sfioriamo le case distrutte e il fumo della guerra. Incontra la giovane Eugenia, ne diviene protettrice e mentore, le insegna a sparare usando come bersagli le figure di Garibaldi e di Vittorio Emanuele, le dona i suoi gioielli per pagarle la fuga da un matrimonio indesiderato. Donna libera, colta, sensuale e vitalissima, la principessa, oltre la figura storica, si conferma ipostasi di una femminilità moderna e non conforme. Le musiche di Marco Betta intercettano le sue vertigini, e le elaborazioni sonore di Ivo Parlati entrano ed escono dalla scena come inquiete presenze che scavano l’emozione, ampliando il senso di sospensione. Sul Valzer Brillante di Rota, la principessa danza con la mente nella notte di S.Lorenzo l’avventura dell’amore e del corteggiamento.
Vi sono echi di paesaggi sommersi, grida di uccelli orfani di cielo, voci compresse e smarrite. I cigolii arrugginiti dell’altalena incidono il diaframma tra questo mondo e l’Oltre. La trama sonora, tecnica e poetica, a tratti avvolgente, non permette di adagiarsi nel corpo del sentimento ma lo incrina rafforzando l’idea di una memoria che non trova quiete. Come del resto fanno le luci di Cesare Adinolfi: costruiscono soglie. Tra visibile e invisibile, presente ed eterno, gelo e febbre. Il corpo viene isolato, poi perduto e ritrovato in una drammaturgia visiva che dal blu dell’alba mediterranea ci attira nello zolfo della memoria, nel cremisi dell’ultimo ballo, per affondarci nella notte. Perdita, è il tempo della perdita. Si ferma l’altalena. La principessa scende e ordina alle stelle di darci, quando si decideranno? Una sicurezza. Photocredit Salvatore Pastore