Napoli, Teatro Trianon
TANGO DI PERIFERIA
Interpreti principali Silvia Priori e Roberto Gerbolès
Ballerini Angela Quacquarella e Mauro Rossi
Arrangiamenti Ciro Radice
Testo e regia Silvia Priori e Roberto Gerbolès
Produzione Teatro Blu ETS
Napoli, 20 febbraio 2026
Forse il tango è “un pensiero triste che si balla”, o forse è “il grido che si innalza nudo” come dice Enrique Discépolo. O è “una musica che si respira, che ha forma di fianchi e profumo di donna”, per Valdès. Ma per Silvia Priori e Roberto Carlos Gerbolès che hanno scritto, diretto e interpretato quest’opera, il tango è soprattutto abbraccio.
Un abbraccio “mancato, perduto, a lungo desiderato” è quello che cercano i migranti giunti in una Buenos Aires in rapida espansione tra la fine dell’800 e l’inizio del ‘900, e così anche gli emarginati che vivono la solitudine della metropoli. L’abbraccio cercato con disperazione da un’anima ferita: questo racconta Tango di Periferia, attraverso le voci di Chiche, argentino di terza generazione che si innamora della tanita, l’italiana, e quella di Maria, giunta dalla Sicilia sul transatlantico Corrientes e perdutasi per le strade di Buenos Aires, dove l’unico lavoro possibile era nei bordelli. Da Chiche e Maria si sta in armonia, così si chiamerà la locanda dei due innamorati, che offre vino, musica, ma soprattutto l’abbraccio del tango. La regia di Silvia Priori e Roberto Carlos Gerbolès taglia il tempo con una lama di nostalgia. Si ha la sensazione di spiare da una fessura la vita dei due nella loro locanda, in quella periferia che non è un luogo geografico ma una condizione dell’anima. Attraverso una modulazione di silenzi e strappi, si ricrea la storia di Chiche e Maria, che non è una favola ma la cronaca di uno sradicamento resa in modo quasi neorealistico. Raccontata dai protagonisti, la vicenda si incarna nella danza di Angela Quacquarella e Mauro Rossi che condividono lo spazio scenico e ne trasformano l’essenza.
E se, come dicono, “il tango si balla tra un passo e l’altro”, la storia dei due giovani si racconta nel non detto, tra Romance de barrio e Balada para un loco. Il tango nasce dalla milonga, termine che in origine indicava solo la lingua inventata dai carcerati per non farsi capire dalle guardie, e finì poi per dare il nome a un ballo di strada, che si suonava con bandoneòn e chitarra nelle conventillas, le baraccopoli abitate dai migranti che provenivano da tutta Europa e America Latina. La milonga dà luogo al tango, che nasce ibrido, sporco, è “audace e indecente,” dice Borges ” ballato sui marciapiedi senza malinconia” e in bettole male illuminate “a dieci centesimi il giro, compresa la dama.” I tanos, che sta per napolitanos ma indica tutti gli italiani, danno al tango musicisti come Astor Piazzolla, di origine italiana, l’espressività teatrale del melodramma e una vocalità che riflette il Verismo Operistico italiano col suo corredo di temi: passione, gelosia,vendetta, crimini passionali. Chiche osserva che, mentre i salotti dei ricchi si aprivano a influenze europee e importavano musiche come la zarzuela, erano le periferie il vero crogiolo alchemico dove si creava la nuova musica, dalla mescolanza delle culture del mondo .
L’incontro di Chiche e Maria simboleggia l’epopea dell’emigrazione e se Maria è lo strappo e la nostalgia, Chiche, argentino di terza generazione, rappresenta il legame con la nuova terra. In quest’incontro tra anime doloranti, lo spettatore esplora anche la fatica di chi ha perduto il proprio centro e lo cerca nei capannoni e nelle balere attraverso il ritmo e la danza, linguaggio universale. Il tango è quindi rito di riappropriazione di sé attraverso l’abbraccio con l’altro. La scena è nuda, un tavolo con bottiglia di vino e qualche sedia, ma le ombre di quella città perduta sembrano popolare la locanda. Le luci sono protagoniste, inondano la scena del livido azzurro della metropoli e ricreano il chiaroscuro dei bassifondi, mettono a fuoco dettagli emotivi, fasci di luce scolpiscono i corpi che ballano allacciati ma nascondono i volti, restituendo il senso di clandestinità di quel ballo di fuorilegge e prostitute. La musica satura lo spazio, è il tessuto connettivo tra pubblico e racconto. La storia cui assistiamo sembra essa stessa il testo di una canzone. C’è la passione, la gelosia, il sangue. In una rissa Chiche uccide un avventore che insidia la sua donna, finisce in carcere e Maria si uccide.
Angela Qucquarella e Mauro Rossi, autori delle coreografie, tracciano geometrie di desiderio e disperazione. Niente lustrini, né virtuosismi. Non è il tango da competizione con svolazzi e corpi esposti. È un tango antico, terreno e quasi brutale, ballato da corpi veri, imperfetti, così come doveva essere nelle balere. Un tango di conventilla, fatto di occhi negli occhi, lenti boleo con la gamba e quebradas che rompono bruscamente la fluidità del passo e del gesto, per creare figure che avvolgono più strettamente i partner. I costumi di scena parlano di un’eleganza decadente e del decoro della povertà che cerca di darsi un tono. Sembrano portare addosso la polvere del viaggio in terza classe e il sudore della balera. La criticità più evidente dello spettacolo sta nella performance attoriale. Nel tentativo di tracciare un profilo psicologico denso e credibile dei personaggi, che peraltro risuonano di una certa solidità, Silvia Priore interpreta Maria con una recitazione nervosa e forse troppo gestualmente commentata, mentre Gerbolès, dalla presenza scenica autoritaria, descrive un Chiche manieristico e spesso sopra le righe, fino a divenire quasi parodistico. Al termine, dopo gli applausi, gli artisti invitano il pubblico a salire sul palco per ballare un ultimo ballo. Alcuni spettatori colgono l’invito. Il vino è vero, viene versato e bevuto, la musica si riaccende. Così la quarta parete si frantuma e la platea del Trianon-Viviani, anche coloro che rimangono seduti, viene assorbita dalla locanda di Chiche e Maria e dall’abbraccio del tango. Photocredit Maffeis