Parma, Teatro Regio, Stagione d’Opera 2026
“NORMA”
Tragedia lirica in due atti su libretto di Felice Romani, da Norma, ou L’infanticide di Louis-Alexandre Soumet
Musica di Vincenzo Bellini
Pollione DMITRY KORCHAK
Oroveso CARLO LEPORE
Norma VASILISA BERZHANSKAYA
Adalgisa MARIA LAURA JACOBELLIS
Clotilde ALESSANDRA DELLA CROCE
Flavio FRANCESCO CONGIU*
*già Allievo dell’Accademia Verdiana
Orchestra Filarmonica Italiana
Coro del Teatro Regio di Parma
Direttore Renato Palumbo
Maestro del Coro Martino Faggiani
Regia Nicola Berloffa
Scene Andrea Belli
Costumi Valeria Donata Bettella
Luci Simone Bovis
Allestimento Teatro Regio di Parma, Teatri di Piacenza, Teatro Comunale di Modena
Parma, 17 febbraio 2026
“Norma non mente”: la ragione per riprendere l’allestimento di ormai tre anni fa è squisitamente canora e si chiama Vasilisa Berzhanskaya. Con un titolo simile è inevitabile che finisca così, soprattutto quando l’azione si finge nella patria dei
gourmets delle voci. Ma se l’interprete di Norma ha degli adempimenti ben precisi, per la voce di Norma invece i requisiti sono più sfumati. Quella della Berzhanskaya è una di cui salta subito all’orecchio la timbratura: morbidissima, ricca, corposa, e a tinte decisamente scure, ambrate e porporine. Viene poi la scaltrezza tecnica: le cosiddette agilità di forza del temibile second’atto sono ben più terribili della famigerata Casta diva. È comune abitudine considerare l’attenzione alla recitazione dei cantanti una sensibilità tutta recente: si tratta ovviamente di una nostra presunzione di moderni, del tutto infondata, se la scena più impegnativa concepita
da Bellini per la protagonista è quella muta con cui si apre l’atto secondo. A questo proposito, va osservato che se è vero che il carisma scenico e la classe dell’interprete possono spesso e, talvolta, persino agevolmente, gettar in ombra talune carenze vocali del cantante, ecco, tuttavia, non è altrettanto vero l’inverso. Coprotagonista di ogni Norma ha da essere il di lei padre, qui incarnato da Carlo Lepore: un Oroveso segnato più dalla sensibilità del fraseggiatore che disumanizzato dall’imponenza di se stesso (se vogliamo, quindi, sulla linea di Rossi-Lemeni).Tornando sul versante femminile, si riaprono le tradizionali ferite. Che l’illibata novizia abbia timbro più scuro della matura e traviata sacerdotessa può sembrare un controsenso, ma si può giustificare se si consideri come la sensualità accomuni tanti personaggi mezzosopranili, da Carmen ad Amneris, fino a farne un tratto psicologico associato a quella vocalità: come il tenore è esuberante e ingenuo, il baritono accigliato e introverso, il soprano puro e virgineo, così il mezzosoprano è
passionale e istintivo. Tutti discorsi sterili: perché sappiamo bene, per tornare a quanto si diceva poco sopra, che gli Autori dell’opera badavano più all’età che non ai registri delle loro interpreti.Qui Adalgisa è Maria Laura Iacobellis, che canta con emissione limpida, naturalissima e voce spiegata (laddove la Berzhanskaya scurisce sempre), e delicata sensibilità. Anche sul ruolo di Pollione si confrontano gli eserciti tradizionalisti e filologisti l’un contro l’altro armati. Da un lato s’invoca una spavalderia heldentenorile, spingendosi fino a sonorità baritonali (anche a prezzo di qualche nota scritta), dall’altro s’inclina a un belcantismo di leziosa eleganza che rischia di fare del romano proconsole il terzo bimbo di Norma. Dmitry Korchak
potrebbe essere un ottimo compromesso: l’emissione parecchio cerebrale significa ottima proiezione e volume, quindi gagliardia, ma una certa qual inevitabile asciuttezza nel timbro, molto chiaro e tuttavia lucente e brillante. Potrebbe esserlo e lo è, non fosse qualche trascurabile défaillance: magari contagiato dalla platea, dove per uno strano scherzo del fato pareva si fossero dati convegno tubercolotici da tutto il mondo. Comunque resta cantante di rango, che sfuma e accenta e dispone anche di mezze voci, benché vi ricorra in modiche quantità: per uso personale. Completano ottimamente il cast Alessandra Della Croce, Clotilde, e Francesco Congiu, Flavio.La direzione di Renato Palumbo, ad onta di lodevoli oscillazioni del tempo, non si segnala per straordinarî slanci per mantenersi invece sulla linea di una saggezza un filo prosaica. Buona, al solito, la prova del Coro del Regio
diretto da Martino Faggiani. Il regista Nicola Berloffa, con le scene di Andrea Belli e i costumi di Valeria Donata Bettella, trasporta l’azione nel Risorgimento: il che va benissimo perché all’epoca ci si identificava assai più in Norma che in Nabucco, il cui mito risorgimentale è un falso storiografico. Ma è un Risorgimento piuttosto superficiale e generico, convenzionale (il primo allestimento operistico risorgimentale risale al 1970: Vespri scaligeri, regia di De Lullo e scene di Pizzi, prima ancora del celebrato Nabucco fiorentino Ronconi-Muti). All’arrivo di Adalgisa, Clotilde si affretta a nascondere i figli della colpa: uscendo dalla stessa porta da cui quella sta per entrare, di fatto incrociandola. Poi, se non si fosse ancora insospettita, l’ingenua Adalgisa dovrà farsi qualche domanda entrando nella stanza di Norma: tutta vuota, se non per un sontuoso lettino da bambini. Tipico, a casa delle druidesse votate alla castità, a maggior gloria d’Irminsul. Foto Roberto Ricci
Parma, Teatro Regio: “Norma”