Parma, Teatro Regio: “Orfeo ed Euridice”

Parma, Teatro Regio, Stagione d’Opera 2026
ORFEO ED EURIDICE
Azione teatrale per musica in tre atti composta intorno al mito di Orfeo, su libretto di Ranieri de’ Calzabigi.
Musica di Christoph Willibald Gluck
Orfeo CARLO VISTOLI
Euridice FRANCESCA PIA VITALE
Amore THEODORA RAFTIS
Filarmonica Arturo Toscanini
Coro del Teatro Regio di Parma
Direttore Fabio Biondi
Maestro del Coro Martino Faggiani
Regia Shirin Neshat
Scene Heike Vollmer
Costumi Katharina Schlipf
Luci Valerio Tiberi
Coreografie Claudia Greco
Drammaturgia Yvonne Gebauer
Direttore della fotografia Rodin Hamidi
In coproduzione con I Teatri di Reggio Emilia
Nuovo allestimento
Parma, 31 gennaio 2026
Trionfatore assoluto di questa inaugurazione di stagione con un nuovo allestimento di Orfeo ed Euridice al Regio di Parma è il Regio di Parma. L’allineamento è perfetto. A partire dal titolo, il più antico a non essere mai, ma davvero mai, uscito dal repertorio dacché è nato nel 1762; sebbene, certo, a prezzo di qualche cambio dabito. Titolo a Parma legato persino da una versione d’Autore, pardon: di Cavaliere, ma che a Parma non vanta comunque troppo frequenti ritorni (1769, 1784, 1987, oggi), e quindi sa di evento. Titolo, infine, comunque di conoscenza ampiamente consolidata da parte del pubblico, eppure non così affezionata da non poter accettare uno spettacolo registicamente interventista. Margine per osare che viene quindi, e saggiamente, impiegato affidando la regia a Shirin Neshat: artista iraniana ben affermata sul mercato, che lavora abitualmente con fotografia e video ma che ha già un’esperienza operistica, e non irrilevante (Aida a Salisburgo, 2017). E che, (quasi) ovviamente, realizza uno spettacolo di estrema sintesi visiva, tutto bianco e nero, efficace e vincente (le scene portano la firma di Heike Vollmer e i costumi quella di Katharina Schlipf, le une e gli altri magistralmente illuminati da Valerio Tiberi). Ma, soprattutto, chic: come ad una sfilata di haute couture, il pubblico si sente improvvisamente pervaso da un senso compiaciuto di sofisticata esclusività. E quando ci si sente tutti più à la page, più raffinati e più intelligenti, logicamente nessuno vuol mancare: siccome le mosche sul miele accorrono i melomani in trasferta. I più sottili osservatori notano poi come il cupo incombere d’un generico burocrate (se fosse un magistrato rischieremmo la violazione della par condicio pre-referendaria) e del coro dagli scranni d’un teatro anatomico molto vicino ad un tribunale, se associato alla visione dell’angelo dalle grandi ali bianche, potrebbe far pensare al fantascientifico-distopico Brazil di Terry Gilliam (1985). Va detto che se la regista è veramente la responsabile di quel che si vede come il direttore di quel che si sente, di drammaturgia si occupa la drammaturga, Yvonne Gebauer: che precipita la mitologica aulicità del soggetto nellinterno borghese di una coppia qualunque. Dove però la lei si suicida, incapace di reggere al dolore per il bambino morto (o mai nato?), dolore che peraltro non le è dato dividere con linsensibile (o troppo introverso?) lui: di qui la di lui disperazione e quindi il deliquio, che rende conseguentemente verosimili le inverosimiglianze di quel genere teatrale inverosimile (alla faccia dello strombazzato riformismo intimamente passatista di Calzabigi) che è e resta l’opera. Sul versante musicale, spicca lOrfeo di Carlo Vistoli. L’elenco dei cui meriti, di musicista stilisticamente ineccepibile e di interprete comunicativo e sensibile, si srotola infinito incontrando il solo, e per di più eventuale, ostacolo di una certa razza di melomane (in via destinzione, tranquilli). La sottospecie in questione si caratterizza dalla radicata convinzione che, così come nessun pelo e contropelo potrà mai cancellare del tutto dalla gota maschile una leggera ombra azzurrina, altrettanto impossibile è che la voce maschile venga proiettata in quella tessitura senza che si smunga e stinga, scivolando in un certo slavato biancore timbrico: e quindi sarebbe preferibile la solita, robusta, carnosa rotondità d’una bella voce femminile. La locandina comprende ancora i nomi di Francesca Pia Vitale, che ad Euridice presta voce fresca, luminosa e vivacemente fraseggiante, e di Theodora Raftis, forse lunico peccatuccio della produzione per via duna voce asciuttissima, tuttavia compensata da enormi e bellissime ali. La direzione di Fabio Biondi non rincorre troppe velleità filologiche, che effettivamente condurrebbero a sonorità fuori scala nella grande sala ottocentesca del Regio, e simpronta perlopiù ad un sano e turgido buon senso. Il che vuol poi forsanche dire che non trascina sulle vette della poesia: coerentemente, leggendo la sua intervista a Giuseppe Martini sul programma di sala, si scopre che il suo amore per il titolo è temperato da un diffidente scetticismo (però quelle occasionali zampate glissate ad infarcire i recitativi). Comunque sempre bene la Filarmonica Toscanini, e superbo il Coro del Regio diretto da Martino Faggiani. Entusiastici consensi e trasversali, con giuste punte desaltazione per il protagonista. Ma protagonista, s’insiste, resta il Regio: se al casinò «la casa vince sempre», a teatro ha vinto almeno stavolta. Foto Roberto Ricci