Roma, GNAMC
BICE LAZZARI. I LINGUAGGI DEL SUO TEMPO
curatore Renato Miracco
con l’Archivio Bice Lazzari
Roma, 09 febbraio 2026
Immaginate di entrare in un museo come si entra in una casa antica: non con l’ansia del nuovo, ma con quella curiosità rispettosa che si riserva alle stanze dove il tempo ha lasciato tracce più intelligenti delle parole. Ecco, davanti alle opere di Bice Lazzari, si ha subito questa sensazione: di trovarsi non di fronte a un’artista “da riscoprire” per moda tardiva, ma a una presenza che era già lì, solida e silenziosa, mentre il Novecento faceva i suoi strepiti, i suoi manifesti, le sue frenesie da avanguardia in cerca di pubblico.
Bice Lazzari (Venezia, 1900 – Roma, 1981) appartiene a quella categoria rarissima di artisti che non hanno mai avuto bisogno di alzare la voce. La sua arte non procede per proclami, ma per sedimentazioni, come una scrittura sottile che si deposita nel tempo fino a diventare inevitabile. Ed è forse proprio per questa discrezione — per questa aristocrazia del segno — che per anni è stata più celebrata fuori d’Italia che dentro, quasi come accade a certi autori che bisogna prima far approvare da Londra o da Washington per potersene accorgere a Roma. Negli ultimi anni, infatti, gli omaggi internazionali sono stati numerosi e significativi: dalla personale del 2021 alla Phillips Collection di Washington all’antologica del 2022 alla Estorick Collection di Londra, fino alla sua presenza nella grande mostra “Women in Abstraction” al Centre Pompidou di Parigi. Senza dimenticare un dettaglio che oggi suona quasi sarcastico: nel 2003, nella rassegna “Kandinsky e l’avventura astratta” alla Collezione Peggy Guggenheim di Venezia, lei era l’unica artista donna italiana inclusa, come se l’astrazione fosse stata, per definizione, un club maschile con rarissime eccezioni tollerate.
Tre di quelle esposizioni straniere, a Londra e Washington, erano curate da Renato Miracco, studioso ventennale dell’artista, cui si deve ora — insieme all’Archivio Bice Lazzari — la prima grande retrospettiva istituzionale dedicata a lei in Italia: “Bice Lazzari. I linguaggi del suo tempo”, già presentata a Palazzo Citterio e oggi ospitata alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Non è soltanto una mostra: è una restituzione. Un gesto critico che rimette ordine in una genealogia dell’astrazione italiana raccontata troppo spesso come una faccenda privata di pochi nomi ricorrenti. Accompagnata da un catalogo Allemandi in cui al saggio del curatore si affiancano contributi di Dorothy Kosinsky, direttrice emerita della Phillips Collection, e Christine Macel, già capocuratrice al Centre Pompidou e curatrice della Biennale di Venezia del 2017, l’esposizione riunisce oltre cento opere che attraversano l’intero arco della sua produzione: un percorso lungo, talvolta accidentato, ma sempre luminoso. Il viaggio comincia dagli anni Trenta e Quaranta, dai lavori di arte decorativa con cui Lazzari si sostenne a lungo.
E già qui, dove qualcuno potrebbe vedere un capitolo “minore”, emerge invece un’intelligenza compositiva autonoma. La decorazione, in lei, non è mai frivola: è grammatica. Anche nel bozzetto, anche nel tessuto, si avverte la stessa disciplina del ritmo, la stessa cura per l’intervallo, la stessa capacità di organizzare lo spazio come una partitura. Del resto, la sua formazione iniziale comprende la musica, e questo dato non è affatto marginale. In Bice Lazzari la pittura conserva sempre qualcosa del pentagramma: pause, riprese, variazioni, un senso quasi sonoro della linea. Enrico Crispolti lo aveva detto con finezza: la grazia dei suoi colori “perde, o quasi, la consistenza materiale e diviene voce dell’anima”. È una definizione perfetta, perché coglie quel paradosso di leggerezza spirituale e controllo razionale che domina tutta la sua opera. Quando, a cinquant’anni, si trasferisce a Roma — “lì rinascerà”, ricorda Miracco — il suo linguaggio si apre a nuove relazioni. Frequenta Perilli e Dorazio, Afro le allestisce una mostra, ammira Burri e assimila la lezione della materia senza mai copiarla.
Nel 1955 viene consacrata da un critico severo come Emilio Villa. La sua casa romana diventa un centro di scambi e incontri, frequentato anche da artiste più giovani: Lia Drei, Carol Rama, Elisa Montessori, Mirella Bentivoglio, Gisella Meo. E tuttavia Lazzari resta un’artista solitaria. “Ero nata libera”, diceva di sé, e quella libertà non era posa, ma postura morale. Persino il fatto di essere cognata di Carlo Scarpa la imbarazzava, perché temeva si pensasse a una raccomandazione. Il suo femminismo era questo: non rivendicare un recinto separato, ma essere artista tra gli artisti, senza categorie consolatorie. Uno dei capitoli più affascinanti della mostra romana è quello dedicato alle arti applicate: oltre ottanta bozzetti e studi preparatori per stoffe, gioielli, cuscini, interventi decorativi e arte murale. Qui emerge la capacità rara di passare dal piccolo formato alla vastità ambientale con caparbietà quasi eroica. Nel 1943, a Barcellona, presentò un pannello lungo diciotto metri.
E poi, naturalmente, la decorazione per il transatlantico “Raffaello”, allora punta di diamante della flotta italiana: due grandi arazzi, oggi alla GNAMC dopo la donazione dell’IRI, reliquie moderne di un’epoca in cui l’arte poteva ancora abitare uno spazio collettivo, persino una nave. A completare il percorso, una parete murale di quattro metri restituisce la dimensione monumentale del suo segno: la linea che non si limita alla tela ma diventa architettura, trama, struttura. Lazzari si dichiarava autodidatta: “Sono arrivata all’astrattismo senza maestri né modelli”. E forse non mentiva, se è vero che già nel 1925-27 realizzava carte astratte prima ancora del gruppo del Milione. Un dato che imbarazza certe cronologie ufficiali e suggerisce quanto resti da indagare sulle pioniere dell’astrazione italiana. Questa mostra alla GNAMC non è soltanto una retrospettiva. È un atto di giustizia critica. E Bice Lazzari vi appare come una presenza necessaria proprio perché non è facilmente consumabile: non offre slogan, non offre aneddoti pronti, non si presta a un feticismo rapido. Il suo scandalo, se così si può dire, è la serietà: l’aver lavorato senza rumore, lasciando che fosse il segno — paziente, ostinato, esatto — a parlare per lei. Photocredit Monkeys Video lab
Roma, Gnamc: “Bice Lazzari. I linguaggi del suo tempo”