Roma, Mattatoio: “Architettura di una Metamorfosi”

Roma, Mattatoio
La Pelanda Galleria delle Vasche
ARCHITETTURA DI UNA METAMORFOSI
a cura di Chiara Capobianco (Capo.bianco) con Michele Citro

promossa da Assessorato alla Cultura di Roma CapitaleAzienda Speciale Palaexpo Fondazione Mattatoio di Roma – Città delle Arti, realizzata da Azienda Speciale Palaexpo
Roma, 18 febbraio 2026
C’è qualcosa di ironico e insieme profondamente coerente nel fatto che una mostra dedicata alla metamorfosi trovi casa al Mattatoio di Roma. Un luogo nato per la trasformazione più brutale della materia – la carne che diventa merce – oggi riconvertito a cittadella delle arti, spazio di elaborazione simbolica e culturale. La Galleria delle Vasche, con la sua solennità industriale e la sua nudità strutturale, accoglie dal 19 febbraio al 22 marzo 2026 Architettura di una metamorfosi, progetto promosso dall’Assessorato alla Cultura di Roma Capitale, Azienda Speciale Palaexpo e Fondazione Mattatoio di Roma – Città delle Arti, e realizzato da Azienda Speciale Palaexpo. La mostra è curata da Chiara Capobianco (Capo.bianco) insieme a Michele Citro, ma sarebbe più corretto dire che è pensata, progettata e costruita dall’artista stessa come un organismo unitario. Non una raccolta di opere precedenti adattate allo spazio, bensì un intervento site specific concepito per dialogare con l’architettura severa de La Pelanda. Citro agisce come curator ad affectum, figura di prossimità critica che accompagna e sostiene il processo, mentre il racconto teorico del percorso è affidato ad Alfonso Tornitore, storico e critico d’arte attento ai rapporti tra contemporaneità, didattica e nuove tecnologie, inclusa l’intelligenza artificiale. Il titolo è già un programma: “architettura” e “metamorfosi” non sono termini che si frequentano facilmente. L’una rimanda alla stabilità, alla costruzione solida, alla permanenza; l’altra all’instabilità, al mutamento, alla perdita di forma. L’ossimoro è fertile. Capobianco costruisce un percorso che mette in tensione questi due poli, suggerendo che anche ciò che appare saldo è in realtà sottoposto a continue ridefinizioni. L’ispirazione dichiarata viene dalle Metamorfosi di Ovidio. Ma qui non troveremo citazioni didascaliche né trasposizioni illustrative dei miti antichi. Piuttosto, il testo ovidiano funziona come archivio simbolico: identità che si dissolvono, corpi che cambiano stato, desideri che producono trasformazioni irreversibili. Daphne che diventa albero, Eco che si riduce a voce, Narciso che si consuma nella propria immagine. Sono storie di passaggio e perdita, di resistenza e adattamento. Al centro del progetto emerge il corpo femminile, non come icona ma come campo di forze. Un corpo che deve continuamente ridefinirsi tra pressioni esterne – sociali, culturali, storiche – e processi interiori. La metamorfosi non viene celebrata come trionfo, bensì esposta nella sua ambivalenza: cambiare significa anche lasciare qualcosa, attraversare una zona di incertezza. La mostra si articola in sette capitoli, ma sarebbe fuorviante immaginarli come capitoli di un libro ordinato. Piuttosto, sono ampie aree narrative che accolgono una pluralità di opere e situazioni visive. Il visitatore è invitato a muoversi liberamente, a sostare, tornare indietro, stabilire connessioni personali. Non c’è un unico punto di vista privilegiato. L’idea è quella di una scoperta progressiva, come se le opere emergessero poco a poco da un organismo più vasto. L’allestimento dialoga in modo diretto con l’architettura della Galleria delle Vasche. Niente sovrastrutture spettacolari, nessun effetto scenografico superfluo. Tessuti, sospensioni, frammenti, aperture progressive costruiscono un percorso che rispetta la severità dello spazio industriale. La memoria del luogo – alle spalle il Monte dei Cocci, monumento involontario di stratificazioni millenarie – entra in risonanza con il tema della trasformazione. Anche la città, del resto, è un palinsesto di metamorfosi. Uno degli elementi ricorrenti è il nero. Non un nero drammatico o teatrale, ma un nero che si deposita, che assorbe la luce, che suggerisce una sedimentazione del dolore. È come se il colore diventasse materia emotiva. Accanto al frammento e alla discontinuità strutturale, il nero costruisce un linguaggio visivo che evita la retorica della rinascita. Qui non si promettono consolazioni; si mostrano tensioni. Il percorso conduce progressivamente a una fase di arresto e condensazione. Dopo le soglie, le fratture, i passaggi, si arriva a un finale monumentale e corale in cui le figure femminili emergono come soggetti attivi. Non più oggetti di trasformazione subita, ma presenze consapevoli. La monumentalità, tuttavia, non cancella la fragilità precedente; la include. È il risultato di un attraversamento. Un capitolo a parte merita il live painting che Chiara Capobianco realizzerà a partire dal 19 febbraio, per circa due settimane, negli spazi de La Pelanda. L’opera conclusiva del percorso nascerà alla presenza del pubblico. Un gesto che riporta l’attenzione sul processo, non solo sul risultato. In un’epoca in cui l’opera finita tende a imporsi come immagine definitiva, l’artista sceglie di esporre il farsi dell’opera. La pittura diventa tempo condiviso, azione visibile, costruzione progressiva. Il pubblico assiste così alla metamorfosi in atto: la superficie che si modifica, l’immagine che prende forma e si corregge, il gesto che si sovrappone ad altri gesti. È un modo per rendere esplicita l’idea che l’identità – individuale e collettiva – non sia mai un dato concluso, ma un processo aperto. In questo senso, Architettura di una metamorfosi si inserisce anche nel più ampio processo di rigenerazione culturale del Mattatoio e del quartiere Testaccio. Uno spazio un tempo destinato alla macellazione diventa luogo di riflessione estetica. La trasformazione non è solo tema, ma condizione concreta del contesto. La collaborazione tra artista e curatore, l’apporto critico di Tornitore, il dialogo con l’architettura e con la memoria del luogo costruiscono un progetto unitario e avvolgente. Non una semplice mostra di opere, ma un’esperienza di attraversamento. Si entra e si esce con la percezione che qualcosa si sia spostato, forse impercettibilmente. La forza del progetto sta nella sua chiarezza: la metamorfosi non è un evento straordinario, ma la condizione permanente dell’esistenza. Non c’è un prima stabile e un dopo definitivo. C’è un continuo riassestarsi delle forme, un adattamento incessante. E forse l’architettura più solida è proprio quella che accetta di mutare.