Roma, Museo dell’ Arte Salvata: “Nuovi Recuperi”

Roma, Museo dell’Arte Salvata
Aula Ottagona
NUOVI RECUPERI
Roma, 03 febbraio 2026
Nell’Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano, sede del Museo dell’Arte Salvata, vengono presentati nuovi reperti archeologici recuperati nel corso di operazioni condotte dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale. La sezione “Nuovi recuperi”, visitabile fino al maggio 2026, accoglie quattro antefisse etrusche provenienti dall’area dei Campetti di Veio, pertinenti alla decorazione architettonica di un edificio sacro databile tra VI e V secolo a.C. Le antefisse costituiscono elementi caratteristici dell’architettura templare etrusca, inseriti lungo il margine terminale delle coperture per proteggere le estremità delle tegole e insieme definire il profilo figurativo dell’edificio. In questo caso si tratta di esemplari fittili decorati con soggetti dionisiaci: Menadi e Sileni colti nel movimento della danza, secondo una tipologia ben attestata nel repertorio veiente e più in generale nell’Etruria meridionale arcaica. La presenza di tali figure, legate al culto e all’immaginario di Dioniso, rimanda a un linguaggio simbolico diffuso nelle decorazioni sacre di quest’area, dove l’apparato architettonico non era semplice ornamento, ma parte integrante della comunicazione religiosa del tempio. La serie esposta si affianca ad altri esemplari provenienti dallo stesso contesto territoriale, tra cui una variante con menade danzante isolata, già conservata al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia. Questi confronti consentono di riconoscere un insieme coerente di produzioni artigianali locali, attribuibili a botteghe specializzate che operavano nell’ambito dei grandi santuari veienti, in un momento in cui l’architettura etrusca elaborava forme monumentali e un lessico decorativo raffinato, spesso influenzato da modelli greci ma reinterpretato secondo esigenze proprie. La vicenda moderna di questi reperti è tuttavia segnata dalla dispersione. Le antefisse furono trafugate in tempi diversi dall’area archeologica dei Campetti di Veio e immesse nel circuito del mercato antiquario internazionale. La sottrazione di materiali architettonici dal loro contesto comporta una perdita scientifica rilevante: non soltanto per l’oggetto in sé, ma per le informazioni che esso custodiva in relazione alla struttura templare di provenienza, alla sua posizione originaria, alla sequenza decorativa complessiva e al quadro stratigrafico. Uno dei quattro esemplari è stato individuato nel mercato statunitense nel corso del 2025, grazie a un’attività investigativa che ha permesso di collegarlo ad altri manufatti analoghi già rimpatriati. Il frammento, raffigurante la parte inferiore della composizione con sileno e menade danzanti, ha trovato riscontro formale e dimensionale con antefisse recuperate in precedenza in Europa e negli Stati Uniti. Due esemplari erano infatti stati rintracciati nel 2016 presso il Ny Carlsberg Museum di Copenaghen, dove erano giunti attraverso canali di acquisizione riconducibili al traffico illecito di antichità. Un terzo era passato invece per il Getty Museum di Malibu, entrato in collezione negli anni Novanta. Il riconoscimento definitivo del reperto recuperato nel 2025 è stato possibile attraverso il confronto con documentazione fotografica sequestrata nel Porto Franco di Ginevra già negli anni Novanta. Le immagini d’archivio hanno consentito di ricostruire la provenienza illecita del frammento e di inserirlo nella serie veiente, rendendo possibile la restituzione all’Italia. L’esposizione delle antefisse nel Museo dell’Arte Salvata si colloca quindi non soltanto come presentazione di nuovi materiali, ma come momento di ricomposizione di un insieme disperso e di reinserimento di manufatti architettonici nel quadro storico e culturale cui appartengono. In questi elementi fittili si riflette un segmento essenziale della civiltà etrusca arcaica: la capacità di tradurre l’immagine in struttura, il mito in architettura, e di definire attraverso la decorazione del tempio un linguaggio religioso e comunitario oggi leggibile soprattutto grazie alla ricostruzione paziente, spesso complessa, dei suoi frammenti superstiti.