Roma, Museo Storico della Fanteria: “L’Ultimo Matisse. Morfologie di carta.”

Roma, Museo della Fanteria
“L’ ULTIMO MATISSE. MORFOLOGIE DI CARTA”
Curatrice  Vittoria Mainoldi
Ente organizzatore Navigare Srl

Promossa dal Ministero della Difesa – Difesa Servizi S.p.A.
Con il patrocinio di Regione Lazio e della Città di Roma – Assessorato alla Cultura.

Roma, 27 febbraio 2026
L’ultima stagione di Henri Matisse non è un’appendice biografica ma un territorio autonomo, una zona ad alta densità formale in cui l’artista ridefinisce il proprio statuto linguistico. La mostra L’ultimo Matisse – Morfologie di carta, visitabile dal 28 febbraio al 28 giugno 2026 al Museo Storico della Fanteria di Roma, a cura di Vittoria Mainoldi e prodotta da Navigare Srl con la promozione del Ministero della Difesa, affronta questa fase come un sistema coerente, non come un capitolo minore della sua vicenda. Oltre cento opere provenienti da collezioni private ricostruiscono il momento in cui la pittura, anziché esaurirsi, cambia strumento. La malattia e l’immobilità costringono Matisse a riorganizzare il proprio spazio operativo: non più il cavalletto, ma la parete; non più il pennello sulla tela, ma fogli di carta dipinti a guazzo, ritagliati con le forbici, ricomposti secondo una sintassi mobile. I papiers découpés non sono un’invenzione estemporanea, ma la conseguenza logica di una ricerca che fin dagli esordi aveva attribuito al colore una funzione costruttiva e non descrittiva. Il percorso espositivo si articola in quattro sezioni che restituiscono la complessità di questo processo. La sezione dedicata a Verve, la rivista diretta da Tériade, documenta il rapporto tra Matisse e l’editoria d’avanguardia. La pagina stampata diventa campo di sperimentazione, luogo in cui l’immagine si misura con il testo senza subordinazione. Le litografie a colori e i disegni in bianco e nero mostrano una linea che non ricerca l’effetto ma l’essenzialità. L’artista lavora sul limite del segno, sulla sua capacità di definire una figura attraverso minime variazioni di tensione. Il bianco non è uno sfondo neutro, ma una componente attiva dell’equilibrio compositivo. La sezione dei libri d’artista e dei ventiquattro disegni su carta velina dedicati al volto umano approfondisce questa economia del gesto. Il supporto fragile obbliga a una disciplina estrema: ogni tratto è definitivo. I volti emergono come apparizioni sintetiche, strutturati da poche linee che condensano volume e psicologia. La sottrazione diventa metodo. L’immagine si costruisce per eliminazione progressiva, fino a raggiungere una chiarezza che non coincide con la semplificazione ma con la precisione. Con Jazz (1947), presentato in mostra attraverso venti tavole litografiche, il colore torna protagonista in modo dichiarato. Le campiture piatte, ritagliate e accostate, generano un ritmo visivo scandito dalla presenza dei testi manoscritti a pennello. L’opera non è solo un libro illustrato ma un organismo unitario in cui parola e immagine condividono lo stesso statuto. In un contesto storico segnato dall’orrore della guerra, la vitalità cromatica di Matisse assume un valore quasi programmatico: il colore come forza autonoma, come energia che organizza lo spazio senza ricorrere alla profondità illusionistica. Il cuore della mostra risiede nella sezione dedicata ai grandi cut-outs e al disegno degli anni Quaranta e Cinquanta. Qui compaiono opere come La Tristesse du Roi, La Gerbe, La Négresse, Bleu Nu, insieme a quarantaquattro litografie a colori e disegni in bianco e nero. La tecnica è nota: fogli dipinti a guazzo, ritagliati e assemblati. Ma il risultato supera la dimensione tecnica. Il contorno non è tracciato: è inciso dal taglio. La forma nasce da un’operazione fisica che coincide con una decisione mentale. Il colore non riempie una sagoma preesistente; la genera. La riduzione della figura a silhouette cromatica produce una nuova spazialità. Non esiste più un primo piano e uno sfondo secondo la tradizione prospettica. Le campiture si distribuiscono sulla superficie come elementi in equilibrio dinamico. Il corpo femminile, nei nudi degli anni Quaranta, si risolve in poche linee continue che sfiorano l’astrazione. La figura non perde riconoscibilità, ma rinuncia al dettaglio. È una presenza sintetica, strutturata da un ritmo interno. La condizione di immobilità dell’artista non determina una chiusura, ma una riorganizzazione dell’atelier come spazio coreografico. I ritagli vengono spostati, appuntati, ricomposti con l’aiuto degli assistenti. La composizione è il risultato di un processo lungo, fatto di aggiustamenti minimi. La leggerezza apparente delle opere nasconde una costruzione rigorosa. In questo senso, l’ultima produzione di Matisse dialoga in modo inatteso con il secondo dopoguerra. Mentre molte ricerche coeve si orientano verso l’informale o l’espressionismo gestuale, Matisse persegue una chiarezza strutturale. La sua radicalità non è affidata alla materia, ma alla decisione formale. La carta, materiale modesto, diventa il luogo di una rifondazione del linguaggio pittorico.  Morfologie di carta evita la tentazione celebrativa e propone una lettura analitica dell’ultimo Matisse. La grafica, l’editoria, il libro d’artista non sono territori marginali ma campi autonomi di ricerca. La distinzione tra arti maggiori e minori si dissolve. La carta diventa superficie primaria, luogo in cui il colore acquisisce un valore strutturale e non ornamentale. L’ultimo Matisse non testimonia un declino ma un’espansione del concetto stesso di pittura. Il gesto del ritagliare si configura come atto progettuale, la composizione come dispositivo aperto. La forma non descrive il mondo: lo organizza secondo una logica interna. Il percorso romano restituisce la coerenza di una ricerca che attraversa grafica, disegno e cut-outs come fasi di un unico processo di concentrazione. L’essenziale non è riduzione impoverita ma intensità controllata. Nelle carte ritagliate, il colore smette di essere qualità sensibile per diventare struttura. È qui che l’ultimo Matisse trova la propria necessità: nella disciplina di una leggerezza costruita, nell’autonomia di un linguaggio che continua a interrogare il presente. Photocredit ANSA