Roma, PM23
“VENUS” DI VALENTINO GARAVANI E JOANA VASCONCELOS
PM23 – Fondazione Valentino Garavani e Giancarlo Giammetti
Abiti Valentino Garavani
Curatela Pamela Golbin
Installazioni Joana Vasconcelos
Roma, Piazza Mignanelli 23, 21 febbraio 2026
Niente lasciava presagire che l’apertura della mostra Venus, allestita presso gli spazi recentemente riconfigurati di Piazza Mignanelli 23 ed affidata all’estro della visionaria artista portoghese Joana Vasconcelos, avrebbe di poco preceduto l’improvvisa scomparsa del grande couturier che ha saputo ridisegnare la geografia dell’eleganza, spostandone il baricentro da Parigi a Roma. Visitare la mostra oggi richiede una consapevolezza diversa, un riconoscimento speciale dell’eredità di colui che nato nella piccola città ligure di Voghera è riuscito a imporsi fino ad essere considerato l’ultimo imperatore della moda.
La grandezza era del resto già presente nel suo nome, omaggio a uno dei più grandi divi del cinema muto, e proprio il cinema ha ispirato Valentino a intraprendere un percorso fuori dal comune. Ci è riuscito, arrivando a vestire con il suo inarrivabile talento le figure di grandi attrici e first lady. Lui sapeva cosa vogliono le donne, essere belle. E la bellezza era il sogno che lui stesso ha inseguito per tutta la sua vita. Ora la bellezza femminile viene associata alla dea romana dell’amore, che si presenta al visitatore in molteplici declinazioni dell’immaginario ad essa legato ed influenzato dalle più diverse stratificazioni sociali. Ad esserci presentato con il nome di Venus è innanzitutto il rilievo di un crochet di lana in bianco e nero sviluppato attorno a una V centrale, contrapposto alle applicazioni geometriche dell’abito in raso duchesse tratto dalla collezione haute couture autunno-inverno 1989/1990. La prospettiva ribaltata ingaggia l’osservatore nel dialogo tra moda e scultura, immergendolo nell’atmosfera cinematografica creata da due statue di sirene. Già prima di entrare, nella piazza antistante la statua dell’Immacolata, la questione dello sguardo era stata anticipata nella sua centralità dall’installazione immersiva I’ll be your mirror #2, in cui il rapporto tra personalità e identità riflessa si era tradotta nel gioco dei 510 specchi apposti alle modanature barocche in bronzo. La moda, essi ci suggeriscono, non è altro che un’amplificazione della vita, dove spesso si è maschere teatrali condizionate dall’angolazione dei punti di vista.
Non si tratta solo di glamour, in quanto l’artigianalità sartoriale è prima di tutto un fattore di crescita sociale, e dunque dalle sale dello spazio culturale PM23 ci spostiamo idealmente lungo il percorso della narrazione collettiva condotta dalla Vasconcelos tra i laboratori delle accademie di moda, i reparti ospedalieri, i centri per rifugiati, le residenze protette per vittime di violenza, così come tra le celle della Casa Circondariale Femminile di Rebibbia. Indagata è l’agency della figura femminile, non sempre attrice delle proprie scelte, in quanto a volte vittima passiva di una mentalità patriarcale. Per questo, nel discorso artistico della mostra Venere si ripresenta sotto molteplici spoglie. Dapprima è l’imponente Valchiria, qui divenuta guardiana dell’arte e depositaria di una nuova idea di lavoro condiviso. Il viola prugna della mussola di seta, le ruches in voile e le piume d’airone dell’abito haute couture autunno-inverno 1990/91 si traducono in una monumentale installazione capace di intrecciare tinte e trame derivate dai vari abiti esposti in sala. A spiccare è tra gli altri con il corpino intrecciato a canestro ed i rombi in gradazione arlecchino della gonna in tulle l’abito haute couture primavera-estate 1992, modello 196. In questa prima sala, al posto del rosso si impone poi il rosa dell’abito da cocktail haute couture autunno-inverno 1990/91, modello 184, con il corpetto attillato madreperlaceo, la gonna in chiffon, ed il mantello in raso cuoio rosa internamente ricamato a motivo cristallo Baccarat. Nella sala successiva, il sogno dell’eterea bellezza cede il passo alle atmosfere notturne delle auto che si fermano per accogliere le prostitute. Decine di fari pulsano sul ritmo di Strangers in the Night, mentre il manichino a lato con gli strass e le fasce arancioni in piume di struzzo dell’abito haute couture autunno-inverno 2007/2008 evoca un charleston stilizzato.
Dalla prostituta si passa alla casalinga, come si intuisce dai ferri da stiro a vapore disposti a forma di fiore di loto, mentre l’abito nero in pizzo chantilly con ricami di jais posto a lato scena e proveniente dalla collezione haute couture autunno-inverno 2001/2002 è in realtà da gran signora. La metamorfosi femminile prosegue nella chiave della spettacolarizzazione, così una batteria di pentole Silampos n. 16 diviene un gigantesco paio di scarpe hollywoodiano, mentre gli abiti in seta laminata presenti in sala nella loro scala di grigi rimandano a una Marilyn glaciale. Il rosso riappare come una visione nell’abito in taffetas con maniche ricamate della collezione haute couture autunno-inverno 1992/93, che accompagna l’installazione Red Independent Heart #3, un gioiello creato dall’assemblaggio di quattromila posate di plastica piegate a mano, simbolo del legame tra fragilità e forza interiore, passione ed emancipazione. Ed infine si arriva alla magia della sala Garden of Eden in cui otto abiti da sera in crêpe di seta nera con decorazioni argentee si relazionano con fiori artificiali rivestiti di luci fluorescenti. Nell’oscurità gli archetipi femminili si fondono ed emerge l’incanto della moda firmata Valentino. La forza della Vasconcelos è quella di saper unire lusso ed estetica popolare in un’ottica barocca, ove a prevalere è senz’altro la dimensione giocosa. Ciò riflette il peculiare humour del grande stilista, anche se alla mostra avrebbe senz’altro giovato una migliore illuminazione e messa in rilievo degli abiti esposti, che alle volte risultano secondari rispetto al gigantismo delle installazioni. Foto courtesy of PM23 | FVG Services srl
Roma, PM23: “Venus”