Roma, Sala Umberto: “Come sedurre un femminista”

Roma, Sala Umberto
“COME SEDURRE UN FEMMINISTA”
di Samantha Ellis
traduzione di Isabella Prigione
con Susy Laude e Dino Abbrescia
scena Cristian Antonio Auricchio
costumi Giuseppe Ricciardi
musiche Daniele Grammaldo, Luca Proietti
luci Giorgia Merlonghi
aiuto regia Tommaso D’Alia
regia Susy Laude
In accordo con Arcadia & Ricono Ltd per gentile concessione di The Agency (London) Ltd
produzione Viola Produzioni – Centro di Produzione Teatrale
Roma, 19 febbraio 2026
C’è qualcosa di squisitamente italiano nel voler discutere di rivoluzioni antropologiche servendole con il contorno della commedia sentimentale. Come sedurre un femminista, in scena al Teatro Sala Umberto con Susy Laude e Dino Abbrescia, si presenta con un titolo che promette schermaglie ideologiche e forse qualche scossa tellurica, ma preferisce muoversi con passo più accorto, quasi felpato, nei territori conosciuti dell’amore contemporaneo. La vicenda si avvia con una festa in maschera, dispositivo antico quanto il teatro stesso. Non è una scelta casuale: la maschera è la metafora più economica e insieme più efficace di ciò che siamo diventati quando parliamo di relazioni. Kate, giornalista brillante e opportunamente disillusa, ha fatto del proprio scetticismo un’armatura morale. Reduce da una serie di esemplari maschili degni di un piccolo museo del narcisismo applicato, osserva l’amore con la diffidenza di chi ha studiato il catalogo e non intende più acquistare. Steve entra in scena come possibile variante alla specie. Non è un trofeo ideologico né un campione di virtù progressiste; è un uomo con le sue incertezze, educato – come tutti – dentro un sistema di aspettative che precede la sua volontà. È qui che la commedia tenta un salto di qualità: suggerire che il femminismo, lungi dall’essere parola ornamentale, sia uno strumento di lettura dei rapporti di forza sedimentati nelle consuetudini affettive. Il testo, nelle sue dichiarazioni programmatiche, ambisce a interrogare le radici di un modello sociale fondato su equilibri asimmetrici. La domanda è tutt’altro che frivola: si può amare senza replicare gli schemi che ci hanno educato a farlo? Il problema è che l’ambizione teorica viene spesso mediata da una prudenza drammaturgica che smorza gli attriti più promettenti.
La scrittura alterna battute rapide e momenti di tenerezza, con un ritmo che non concede troppe soste all’approfondimento. Si ride – e il pubblico, com’è naturale, gradisce. I genitori ingombranti, gli ex fidanzati invadenti, i matrimoni disastrosi evocati come ammonimenti sociali: tutto funziona con la precisione di un meccanismo ben oliato. Tuttavia, proprio questa efficienza rischia di trasformarsi in una lieve prevedibilità. La struttura narrativa procede con un ordine quasi didattico, come se l’educazione sentimentale dei protagonisti fosse già tracciata su un grafico rassicurante. Kate è delineata con intelligenza: non è una caricatura militante, ma una donna che ha imparato a riconoscere le trappole del possesso e della manipolazione. Steve, dal canto suo, non è il maschio redento per decreto, bensì un individuo che prende coscienza gradualmente dei propri automatismi culturali. L’alchimia tra Susy Laude e Dino Abbrescia è uno dei punti più solidi dello spettacolo: entrambi evitano la macchietta, mantengono una misura interpretativa che impedisce alla commedia di scivolare nel bozzetto. Resta però la sensazione che il titolo prometta una radicalità che la scena non osa davvero praticare. “Sedurre un femminista” suggerisce un gioco dialettico più spigoloso, una dissezione meno indulgente dei rapporti di potere. Invece, il conflitto viene ricondotto entro i confini della conciliazione progressiva. Non c’è mai un vero abisso tra i due protagonisti, ma piuttosto una serie di aggiustamenti reciproci, di consapevolezze che si depositano con discrezione. La commedia sceglie la via dell’equilibrio: ironia senza ferocia, critica senza scandalo, riflessione senza scomposizione violenta. È una scelta legittima, e per molti versi efficace, ma comporta una conseguenza: le questioni più complesse – l’eredità familiare, la costruzione dei ruoli di genere, l’educazione sentimentale come trasmissione di stereotipi – restano più evocate che scandagliate. La profondità promessa dalle note di regia si manifesta a tratti, ma non diventa mai il centro gravitazionale dell’opera. Anche l’impianto scenico riflette questa misura. L’allestimento è funzionale, essenziale, privo di trovate che pretendano di sovrastare il testo. È una regia che si affida alla parola e alla relazione tra gli attori, ma che non introduce un segno visivo capace di amplificare simbolicamente il tema della maschera sociale o della ricerca di un’identità autentica. Eppure, sarebbe ingeneroso chiedere a questa commedia ciò che non intende essere. Come sedurre un femminista non aspira a demolire il sistema; ambisce piuttosto a mostrarne le crepe con un sorriso. La sua forza sta nella capacità di rendere accessibile un dibattito che altrove si irrigidisce in slogan. Se manca la scossa tellurica, non manca la grazia con cui il discorso viene condotto. Ci si trova di fronte a uno spettacolo intelligente e piacevole, sostenuto da due interpreti affiatati, capace di intercettare un tema attuale senza trasformarlo in proclama. La fragilità principale risiede nella moderazione: nella scelta di non spingere il conflitto fino alle estreme conseguenze, di non rischiare una vera frattura. Ma forse è proprio questa cautela a renderlo fruibile e, per certi versi, coerente con il suo pubblico. La seduzione riesce, dunque, non perché sovverta l’ordine costituito dell’amore, ma perché lo osserva con ironica lucidità. E in tempi in cui ogni questione tende a diventare barricata, anche un sorriso argomentato può sembrare un atto di discreta eleganza.