Roma, Sala Umberto
“PIRANDELLO PULP”
di Edoardo Erba
produzione Teatro Franco Parenti
Con Massimo Dapporto, Fabrio Troiano
regia di Giole Dix
scene Angelo Lodi
luci Cesare Agoni
costumi realizzati dalla sartoria delTeatro Franco Parenti diretta da Simona Dondoni
Roma, 24 febbraio 2026
Si potrebbe dire che il teatro cominci davvero quando qualcuno osa chiedere “perché?”. Non durante la prima, tra cravatte di seta e applausi sincronizzati, ma in quel pomeriggio di prova in cui una luce non convince e una battuta pretende di essere spiegata. È in questa fenditura tra il fare e il pensare che Pirandello Pulp colloca la propria miccia, con un sorriso intelligente e un gusto sottile per la destabilizzazione.
L’idea di Edoardo Erba prende Il giuoco delle parti come pretesto e come detonatore. Un regista prova lo spettacolo; un tecnico deve sistemare le luci. Sembra l’ordinaria amministrazione di qualsiasi teatro. Ma quando il tecnico non si limita a eseguire e comincia a interrogare le scelte, la prova si trasforma in campo minato. Spiegare diventa necessario, e spiegare significa esporsi. Al centro di questa dinamica si impone Massimo Dapporto, che costruisce un regista consapevolmente vicino al cliché – colto, autorevole, leggermente compiaciuto della propria funzione – ma lo attraversa con tale finezza da farne figura complessa. Il suo Maurizio domina inizialmente lo spazio con naturalezza: la voce ben timbrata, il gesto calibrato, il ritmo sicuro di chi è abituato a dirigere. Tuttavia, quando le domande del tecnico si fanno insistenti, l’erosione è sottile e progressiva. Una pausa si allunga, un’ironia si fa più tagliente, un’ombra di incertezza attraversa lo sguardo. Dapporto lavora per sfumature, mostrando un controllo straordinario dei tempi e delle variazioni interne. Fabio Troiano, nei panni di Carmine, risponde con un’energia diversa ma complementare.
Il suo tecnico non è antagonista rumoroso, bensì presenza concreta e tenace. Le sue domande sono semplici, quasi disarmanti, e proprio per questo destabilizzanti. Riporta ogni discorso al piano pratico, costringe il regista a tradurre in termini comprensibili ciò che si presenta come visione artistica. La loro relazione è un duello di ritmi: alla costruzione ampia di Dapporto si contrappone l’insistenza puntuale di Troiano. La regia di Gioele Dix sceglie la via della sottrazione: è una regia della parola, che lascia agli attori e al testo il compito di abitare lo spettacolo. Lo spazio resta essenziale, tecnico, quasi neutro. Non vi sono sovrastrutture a distrarre: tutto si concentra sull’ascolto reciproco e sulla precisione del dialogo. In questa sobrietà risiede la forza dell’impianto. Il “pulp” del titolo non allude a eccessi spettacolari, ma a una frizione linguistica. Pirandello non viene celebrato in modo accademico, bensì attraversato con spirito critico. Il nodo – chi detiene l’autorità dell’interpretazione – emerge naturalmente dal confronto tra chi concepisce e chi realizza.
Nel finale, una serie di rivelazioni rimette in discussione le posizioni acquisite: il tecnico potrebbe non essere lì per caso; il regista potrebbe aver previsto il conflitto. Ogni svelamento apre un nuovo livello, moltiplicando le prospettive e lasciando lo spettatore in una fertile ambiguità. Ma oltre il gioco dei ribaltamenti, ciò che resta è la qualità del confronto attoriale. Dapporto e Troiano sostengono l’intero edificio con precisione e intelligenza, dimostrando come, quando la regia si affida alla forza della parola, il teatro ritrovi la propria essenza più autentica: un luogo in cui anche una semplice regolazione di luci può diventare questione di senso. Foto Federico Pitto