Roma, Teatro Parioli Costanzo
IL CALAMARO GIGANTE
dal romanzo omonimo di Fabio Genovesi
Adattamento Fabio Genovesi, Angela Finocchiaro e Bruno Stori
Regia Carlo Sciaccaluga
Con Angela Finocchiaro e Bruno Stori
con Martina Auddino, Marco Buldrassi, Simone Cammarata, Paola Fontana, Caterina Montanari, Francesca Santamaria Amato, Beniamino Zannoni
Musiche di Rocco Tanica e Diego Maggi
scene e costumi Anna Varaldo
disegno luci Gaetano La Mela
Video Willow Production (regia Niccolò Donatini) e Robin Studio
Ideazione creature marine Alessandro Baronio
Costumi Sartoria Teatrale Nanina
Direttore di allestimento Daniele Donatini
Assistente scenografa Nina Donatini
Direttore di scena Andrea Nelson Cecchini
Produzione esecutiva Michele Gentile
Produzione Nuova Enfi Teatro e Teatro Nazionale Genova
Roma, 12 febbraio 2026
Un titolo come Il Calamaro Gigante potrebbe trarre in inganno. Si potrebbe pensare a un divertissement surreale, a una favola eccentrica costruita attorno a una creatura marina fuori misura. In realtà, nello spettacolo in scena al Teatro Parioli Costanzo, il mostro è soprattutto un pretesto narrativo: ciò che conta non è l’animale abissale, ma ciò che esso rappresenta nella vita di chi lo evoca.
Dal romanzo di Fabio Genovesi, Carlo Sciaccaluga ricava un adattamento teatrale sobrio, ordinato, privo di effetti ridondanti. La storia è quella di una donna comune, insegnante, che conduce un’esistenza apparentemente lineare ma interiormente attraversata da inquietudini, paure e desideri inespressi. Il calamaro gigante, creatura che abita le profondità oceaniche, diventa così la figura simbolica di ciò che resta nascosto: l’ignoto, il rischio, la possibilità di uscire da una traiettoria prevedibile. Lo spettacolo si muove su un registro ibrido, che alterna ironia e riflessione senza mai forzare la mano. Il tono resta prevalentemente leggero, ma non superficiale. La comicità nasce dalle situazioni e dal carattere della protagonista più che da meccanismi comici dichiarati. È un umorismo che non cerca la battuta a tutti i costi, bensì si sviluppa nel dialogo, nelle esitazioni, nelle contraddizioni. Angela Finocchiaro regge l’impianto con la consueta solidità. La sua interpretazione è misurata, precisa, attenta ai tempi e alle sfumature.
Evita accuratamente ogni tentazione caricaturale, costruendo un personaggio credibile, riconoscibile, attraversato da fragilità ma non privo di ironica consapevolezza. Il pubblico ride, ma non per effetto di una recitazione sopra le righe: ride perché si riconosce nelle nevrosi quotidiane, nei piccoli scarti emotivi, nelle paure che vengono nominate con leggerezza. La regia di Sciaccaluga privilegia la chiarezza narrativa. Le scene scorrono con fluidità, senza brusche cesure. L’impianto scenografico è essenziale: pochi elementi, luci studiate per suggerire profondità e movimento, soluzioni visive che alludono al mare senza rappresentarlo in modo realistico. È una scelta coerente con la natura del testo: non occorre mostrare il mostro, basta evocarlo. L’attenzione resta concentrata sulla parola e sulla relazione tra i personaggi.
Accanto alla protagonista, gli altri interpreti contribuiscono a creare un tessuto corale equilibrato. I personaggi che popolano la vicenda — colleghi, amici, figure di contorno — non sono semplici comparse funzionali alla trama, ma elementi che riflettono e amplificano il conflitto interiore della protagonista. Il ritmo complessivo beneficia di questa coralità: ai momenti più vivaci si alternano passaggi più intimi, in cui la narrazione si fa quasi confessione. Il tema centrale è quello del coraggio di cambiare, o almeno di interrogarsi. Il calamaro gigante diventa metafora delle paure che si preferisce non affrontare e, insieme, delle possibilità che si temono perché comportano uno scarto rispetto all’abitudine. Il testo suggerisce che l’ignoto non è necessariamente minaccia; può essere anche occasione. Tuttavia lo fa senza retorica motivazionale, mantenendo una certa sobrietà. Non mancano alcune ripetizioni concettuali: il motivo della paura e dell’occasione mancata ritorna più volte, e talvolta l’insistenza attenua l’efficacia di alcuni passaggi.
Ma si tratta di dettagli che non compromettono la tenuta complessiva. Lo spettacolo conserva un equilibrio interno, sostenuto da una drammaturgia che evita eccessi sia in senso comico sia in senso patetico. Un elemento di interesse è proprio questa capacità di mantenersi in una zona intermedia. Il Calamaro Gigante non è una commedia pura, ma nemmeno un dramma esistenziale. Sta nel mezzo, e in questo spazio costruisce la propria identità. La leggerezza non esclude la profondità; la riflessione non spegne l’ironia. Il pubblico del Parioli segue con attenzione, alternando risate a silenzi partecipi. È il segno di una comunicazione riuscita: lo spettatore non viene travolto da effetti spettacolari, ma accompagnato in un percorso narrativo riconoscibile. Il teatro, in questo caso, non cerca di stupire, bensì di raccontare.
Nel panorama di una stagione spesso orientata verso proposte fortemente dichiarative o, al contrario, puramente evasive, Il Calamaro Gigante occupa una posizione intermedia interessante. Non ambisce a rivoluzionare il linguaggio scenico, ma dimostra come un testo narrativo possa trovare in palcoscenico una forma efficace, purché sostenuto da un’interpretazione solida e da una regia coerente. Alla fine, il “mostro” evocato dal titolo resta invisibile, ma non irrilevante. È un’ombra che accompagna la protagonista e, per riflesso, lo spettatore. Forse è proprio questa discrezione a costituire il punto di forza dello spettacolo: non impone una morale, non pretende di fornire risposte, ma suggerisce che ciascuno, prima o poi, deve fare i conti con il proprio abisso. E può farlo anche sorridendo.