Roma, Teatro Quirino Vittorio Gassman
LA RIGENERAZIONE
di Italo Svevo
con Nello Mascia, Roberta Caronia, Matilde Piana, Alice Fazzi, Nicolò Prestigiacomo, Massimo De Matteo, Mauro Parrinello, Roberto Burgio, Roberto Mantovani
scene Luigi Ferrigno
assistente alla regia Nicasio Catanese
regia Valerio Santoro
Teatro Biondo di Palermo / Teatro Rossetti – Stabile del Friuli Venezia Giulia
Roma, 10 febbraio 2026
C’è qualcosa di più patetico — e insieme più attuale — di un uomo che non accetta di invecchiare? Non tanto per vanità, che sarebbe quasi innocente. Ma per terrore.
Perché la vecchiaia, oggi, non è più una stagione: è una colpa. È un’espulsione dal mercato del desiderio, dalla vetrina sociale, dalla pornografia della prestazione continua. La rigenerazione di Italo Svevo, testo strano e acuminato, torna in scena come una sorta di referto clinico: non parla del passato, parla di noi. Di questa civiltà che si ostina a considerare il tempo un difetto di fabbrica. E infatti Giovanni Chierici, protagonista della commedia, non è un vecchio signore un po’ ridicolo. È un uomo moderno fino al midollo. Vuole ringiovanire non per vivere meglio, ma per continuare a comandare. Vuole sottrarsi non alla morte, ma all’umiliazione del limite. È una forma di disperazione travestita da progresso, un’illusione biologica che diventa superstizione morale. Nello Mascia, qui, è semplicemente gigantesco. Perché non interpreta Chierici: lo disseziona. Gli presta un corpo che è insieme residuo di autorità e crepa continua. Ogni gesto sembra dire: “Non è finita”.
Ogni pausa, invece, sussurra: “È già finita da un pezzo”. Mascia lavora con una precisione quasi crudele, senza mai cercare complicità. Non ammicca. Non chiede simpatia. Espone. E nel teatro di oggi, dove spesso si cerca il consenso prima ancora della verità, questa è già una forma di scandalo. Attorno al protagonista si muove un mondo familiare e sociale che funziona come un coro borghese, mai neutrale. Roberta Caronia, Matilde Piana, Alice Fazzi, Nicolò Prestigiacomo, Massimo De Matteo, Mauro Parrinello, Roberto Burgio e Roberto Mantovani offrono tutti prove solide, misurate, coerenti con l’impianto dello spettacolo. Nessuna interpretazione eccede, nessuna cerca il primo piano a scapito dell’insieme. È un cast che lavora per equilibrio e precisione, restituendo la coralità velenosa voluta da Svevo. La regia di Valerio Santoro procede con disciplina, evitando sia l’archeologia museale sia l’attualizzazione a tutti i costi. Il lavoro sta nella precisione del ritmo: una commedia che parte con l’apparenza del gioco borghese e lentamente lascia emergere l’imbarazzo, il veleno, la crudeltà. Santoro organizza i rapporti tra i personaggi come una partita di potere: nessun gesto è neutro, nessuna pausa è ornamentale. La scena avanza per scarti minimi, per incrinature progressive, fino a far precipitare il grottesco dentro una verità tragica. Le scene di Luigi Ferrigno scelgono un realismo sobrio, domestico: un interno riconoscibile, costruito senza compiacimento, fatto di linee nette e funzionali, che serve la drammaturgia senza sovraccaricarla.
Lo spettatore vede una casa, un luogo ordinario, e proprio questa normalità rende più feroce la vicenda. La tragedia di Chierici non ha bisogno di metafore: accade dentro una quotidianità che si crede al sicuro e invece è già malata. Perché sì: questa è una commedia. Ma è una commedia che ride con i denti stretti. Svevo, come sempre, usa l’ironia per togliere ossigeno ai personaggi. Li lascia parlare, li lascia giustificarsi, li lascia arrampicare sul nulla — e intanto li condanna. Lo spettatore ride, certo. Ma ride come si ride davanti a qualcosa che inquieta. Perché il ridicolo, qui, non è mai innocuo. È il parente stretto dell’orrore. Attorno a Mascia si muove un piccolo mondo familiare e sociale: moglie, figlia, medico, servitù, figure che non sono semplici contorni ma pressione costante, coro borghese che osserva, giudica, asseconda o respinge.
La società, insomma, che di fronte alla decadenza non sa mai cosa fare: prova pietà, poi si infastidisce, poi si salva come può. E la drammaturgia è proprio questa: mettere sotto processo non solo un uomo, ma un’intera idea di esistenza. Chierici vuole rigenerarsi perché non sopporta di perdere centralità. Vuole restare desiderabile, potente, necessario. In fondo, Svevo scrive la parabola di un narcisismo terminale. E oggi che viviamo immersi nel culto della giovinezza, nell’estetica del “sempre”, nel terrore del “dopo”, questa parabola suona come una bestemmia lucidissima. Il punto è che La rigenerazione non è un testo “d’epoca”. È un’accusa. È un testo che ti guarda e ti dice: davvero pensavi di poterti sottrarre? Davvero credevi che bastasse un trattamento, una cura, una promessa, per cancellare il tempo?
Mascia porta questa domanda addosso, nel corpo, nella voce, nel modo in cui Chierici diventa progressivamente una figura grottesca e tragica insieme. Perché non c’è niente di più ridicolo di un uomo che finge di essere giovane. E niente di più tragico. Il pubblico esce ridendo? Forse. Ma se esce solo ridendo, allora non ha visto abbastanza. E forse, va detto, lo accompagna anche una partecipazione non sempre calorosa, trattenuta, quasi timida nel riconoscere fino in fondo il valore di uno spettacolo che avrebbe meritato un premio più deciso, uno slancio di consenso meno prudente. Perché questa commedia è fatta per smascherare, non per rassicurare. E in tempi in cui il teatro spesso preferisce accarezzare lo spettatore invece di disturbarlo, La rigenerazione arriva come una sferzata necessaria. Non consola. Non salva. Non ringiovanisce nessuno. Al massimo, ci ricorda che il tempo non è un incidente. È la verità. Photocredit Tommaso Le Pera
Roma, Teatro Quirino Vittorio Gassman: “La Rigenerazione”