Roma, Teatro Torlonia
“PER SEMPRE”
da lettere e cartoline inedite di Giovanni Testori ad Alain Toubas, I Trionfi di Giovanni Testori, dediche private di Giovanni Testori ad Alain Toubas
Ideazione, drammaturgia e creazione Alessandro Bandini
con Alessandro Bandini
drammaturgia Ugo Fiore
luci Elena Vastano
produzione LAC Lugano Arte e Cultura
in coproduzione con Piccolo Teatro di Milano Teatro d’Europa, CTB Centro Teatrale Bresciano, Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale
in collaborazione con Casa Testori, Institut Culturel Italien de Paris, La Corte Ospitale di Rubiera
Roma, 19 febbraio 2026
«Amarti è la sola cosa che mi tiene in vita, il resto è ombra che passa.» Se si prende sul serio una frase così, non la si può trattare come una reliquia letteraria. Non la si può contemplare da lontano, come si fa con ciò che non brucia più. Bisogna abitarla. Bisogna lasciarle spazio nel petto, accettare che diventi fame, mancanza, vertigine. Perché parole simili non chiedono di essere citate: chiedono di essere sopportate. “Per sempre”, il lavoro di Alessandro Bandini costruito sulle lettere di Giovanni Testori ad Alain Toubas, non chiede di essere ammirato: chiede di essere assunto come responsabilità. Perché dire a qualcuno che la propria vita dipende dal suo amore non è una metafora.
È un atto di consegna. E ogni consegna è un esercizio di potere reciproco. In scena non c’è alcuna scenografia che addolcisca l’impatto. C’è una voce, un corpo, una luce che non protegge. La scelta è chiara: l’intimità non si mette in cornice. La si espone. E l’esposizione è sempre politica. L’amore, soprattutto quando è tra due uomini in un tempo che non lo legittimava senza condizioni, non è mai solo privato. È un gesto che ridefinisce lo spazio in cui si può esistere. Bandini, così, non interpreta Testori come una figura da commemorare. Non c’è imitazione, non c’è biografia in forma di santino. C’è un uomo che scrive a un altro uomo chiedendogli di restare. E restare, in queste lettere, non è un verbo neutro. È un impegno, è una richiesta di fedeltà che non si accontenta della presenza fisica ma pretende dedizione. Il “per sempre” non è un romanticismo adolescenziale. È un tentativo di nominare l’eternità dentro una relazione concreta, con le sue fragilità e le sue contraddizioni. Il teatro qui non serve a raccontare una storia già nota. Serve a restituire un conflitto. Da un lato il desiderio di fusione, dall’altro la consapevolezza che nessuno può garantire la permanenza dell’altro.
Testori scrive con una lucidità che non elimina la paura. Anzi, la rende più evidente. Ogni frase è un ponte lanciato sopra l’assenza. Ogni dichiarazione è anche un rischio. Bandini lavora sulla lingua come su un territorio vivo. Non la rende solenne, non la monumentalizza. Ne mostra le pieghe, le esitazioni, le impennate improvvise. La voce si fa talvolta più fragile, talvolta più esigente. Non c’è retorica, ma non c’è neppure pudore eccessivo. Il bisogno viene detto. E dirlo, senza mascherarlo, è già un atto di coraggio. La scena spoglia diventa così uno spazio di verità. Senza oggetti che distraggano, senza immagini che guidino l’interpretazione, lo spettatore è chiamato a un ascolto attivo. Non può limitarsi a contemplare. Deve scegliere da che parte stare. Deve riconoscere la propria esperienza nella parola che viene pronunciata e c’è qualcosa di profondamente contemporaneo in questa operazione. In un tempo che celebra l’autosufficienza e diffida della dipendenza affettiva, “Per sempre” mette al centro la vulnerabilità.
Non come debolezza, ma come condizione inevitabile dell’amore. Dire “ho bisogno di te” è una frase che oggi si tende a smussare, a ironizzare. Qui invece resta intera. E nella sua interezza risuona più vera. L’eros attraversa le lettere senza scandalo. Non è un dettaglio sensazionale, ma una dimensione naturale del sentimento. Il corpo non è separato dalla parola. L’intensità non viene censurata né spettacolarizzata. È parte di un discorso più ampio sulla relazione, sulla reciprocità, sulla paura di non essere scelti. Le date scandiscono il tempo con precisione quasi crudele. Ogni giorno nominato è un giorno vissuto nell’attesa. Il calendario diventa memoria della precarietà. Il “per sempre” si misura con la finitezza delle ore. In questo scarto si percepisce tutta la tensione del testo: la volontà di affermare una durata che sa di non poter essere garantita. Alessandro Bandini mantiene una disciplina rigorosa. Non indulge nel sentimentalismo, non cerca l’applauso facile. La sua interpretazione è attraversata da una consapevolezza costante: l’intimità non è spettacolo, è relazione. Anche con il pubblico. E il pubblico ascolta in silenzio non per soggezione, ma per riconoscimento. Perché in quella richiesta d’amore ciascuno può ritrovare la propria.
Rimane una domanda, e le domande vere non cercano pace: che cosa stiamo facendo quando diciamo a qualcuno “per sempre”? Non è una parola ornamentale. È una dichiarazione di responsabilità. È l’atto con cui decidiamo che il tempo non sarà l’unico sovrano della nostra storia. Pronunciare “per sempre” significa opporsi alla cultura del provvisorio, a quella pedagogia del distacco che ci vuole pronti a sostituire tutto, anche le persone. È un gesto controcorrente. Non perché prometta l’eternità, ma perché accetta la fragilità e sceglie di non usarla come alibi. È dire: so che potrei andarmene, eppure scelgo di restare. Non per necessità, ma per volontà. Lo spettacolo non offre risposte chiuse, e fa bene. L’amore non è una teoria da applicare, è una pratica da esercitare. Ogni promessa contiene la possibilità di essere tradita, ma proprio per questo ha valore. Se non potesse spezzarsi, non sarebbe promessa: sarebbe destino. La parola “per sempre”, allora, non è ingenua. È coraggiosa. Non afferma che nulla cambierà; afferma che, finché ci sarà scelta, quella scelta sarà rinnovata. È una forma di resistenza gentile contro la dissoluzione. È il modo in cui diciamo all’altro: non ti garantisco l’infinito, ma ti garantisco la mia decisione. E in questa decisione c’è tutta la dignità dell’amore. Non l’illusione dell’eternità, ma la fedeltà al gesto che la pronuncia, sapendo che ogni eternità è fragile e che proprio in questa fragilità trova il suo senso più umano. FotoMasiarPasquali
Roma, Teatro Torlonia: “Per sempre”