Roma, Teatro Vascello: “Il Sen(n)o”

Roma, Teatro Vascello
IL SEN(N)O
di Monica Dolan
titolo originale The B*easts
con Lucia Mascino
adattamento e regia Serena Sinigaglia
traduzione Monica Capuani 

scene Maria Spazzi
luci e suoni Roberta Faiolo
assistente alla regia Michele Iuculano
tecnico di produzione Christian Laface
produzione Centro d’Arte Contemporanea Teatro Carcano
distribuzione a cura di Mismaonda
Roma, 09 febbraio 2025
C’è un equivoco, oggi, che il teatro dovrebbe smettere di alimentare: l’idea che basti scegliere un tema “scottante” per fare uno spettacolo necessario. Il rischio è sempre quello del ricatto morale, della questione urgente che si impone come argomento prima ancora che come forma. Il Sen(n)o, monologo di Monica Dolan nella regia di Serena Sinigaglia e con Lucia Mascino sola in scena, affronta un nodo delicatissimo: la sessualizzazione precoce, lo sguardo sociale sul corpo, la pornografia come educazione deformata dell’immaginario contemporaneo. Materia complessa, certo, e ormai ineludibile. Ma la vera domanda, quando si parla di teatro, resta sempre la stessa: che forma prende questa urgenza? Diventa parola scenica o resta discorso? Diventa dramma o resta argomentazione? Qui accade qualcosa di più interessante. Perché lo spettacolo non si consegna alla predica, né all’indignazione programmata. La costruzione drammaturgica è più sottile, e in certo modo più crudele: la protagonista è una psicoterapeuta chiamata a valutare un caso che ruota intorno al corpo di una bambina e alle reazioni incontrollate che quel gesto produce nella comunità. Un dispositivo narrativo semplice, quasi burocratico, che però serve da griglia per far emergere il vero tema: non il seno, ma lo sguardo. Non la carne, ma la cultura che la giudica. Il gioco linguistico tra “seno” e “senno” è la chiave, ma anche la trappola: perché lo spettacolo chiede continuamente allo spettatore di interrogarsi su ciò che vede e su come lo vede. È un testo che lavora sul corto circuito fra anatomia e moralismo, fra natura e costume, fra innocenza e interpretazione. E la sua forza sta proprio nell’ambiguità: nel rifiuto di offrire una risposta pacificante. Lucia Mascino, va detto subito, è il vero centro di gravità dell’operazione. Non perché il testo non regga, ma perché senza un’attrice capace di attraversare registri tanto diversi — l’ironia, la rabbia trattenuta, la confessione, il ragionamento — il monologo rischierebbe la monotonia o, peggio, la retorica. Mascino evita entrambi gli scogli con un mestiere raro: non spinge mai la voce dove non serve, non carica mai il gesto per “significare”. Lavora piuttosto per sottrazione, con quella disciplina dell’interprete che sa che il vero scandalo non sta nell’alzare i toni, ma nel dire le cose con naturalezza. Il personaggio, infatti, non è un’eroina militante. È una donna piena di fratture, che racconta e insieme si racconta, che giudica e si scopre giudicata. In questo senso lo spettacolo non è un manifesto, ma un esercizio di dubbio. E il dubbio è cosa teatrale per eccellenza. La regia di Serena Sinigaglia accompagna con intelligenza questa misura. Non c’è alcun compiacimento realistico, nessun tentativo di “illustrare” la storia con effetti scenici superflui. È un teatro di parola, di corpo, di ascolto. Una regia che ha il buon gusto di non mettersi davanti al testo, ma di costruire un contenitore sobrio entro cui l’attrice possa articolare le sue variazioni. Eppure lo spettacolo non è affatto pacato. È volutamente sfidante, perché chiama in causa lo spettatore non come consumatore di indignazione, ma come parte di un sistema di sguardi. Alla fine tutto si riduce davvero a una domanda semplice e feroce: pensiamo che un seno sia osceno, oppure che sia soltanto ciò che è e basta? Quanto dell’oscenità sta nell’oggetto e quanto nello sguardo che lo carica? Il pregio maggiore di Il Sen(n)o è che non offre colpevoli comodi. Non semplifica la complessità contemporanea in un nemico facile. Piuttosto mostra la rete di reazioni: la madre, la comunità, l’istituzione, la psicologia, il tribunale. Il corpo diventa campo di battaglia culturale. E la società, davanti a quel campo, si rivela incapace di innocenza. Qui il teatro ritrova una funzione antica: non tanto denunciare, quanto mettere sotto luce. Come in certi dipinti dove la crudeltà non sta nella scena rappresentata, ma nella limpidezza con cui viene resa visibile. Non c’è bisogno di effetti: basta la precisione dello sguardo. Mascino domina la scena con un controllo impressionante. La sua prova è la dimostrazione che l’attore, quando è davvero tale, può ancora essere uno strumento critico, non solo espressivo. La voce si piega senza mai cedere al sentimentalismo, il corpo regge l’intero impianto senza mai trasformarsi in esibizione. Il Sen(n)o è dunque uno spettacolo necessario non perché “parla di un tema attuale”, ma perché lo fa con intelligenza formale, senza trasformare la complessità in slogan. È teatro che disturba non per violenza, ma per precisione. E questa precisione, oggi, è forse la cosa più rara. Non consola, non rassicura. Lascia allo spettatore un compito ingrato: guardarsi mentre guarda.