Torino, I Concerti del Teatro Regio 2025-2026.
“ONDE”
Orchestra, Coro del Teatro Regio Torino
Direttore Wayne Marshall
Maestro del Coro Piero Monti
Voce Bianca Amelia Volta
Soprano Giulia Ghirardello
Mezzosoprano Roberta Garelli
Tenore Bekir Serbest
Baritono Lorenzo Battagion
Leonard Bernstein: “Chichester Psalms”, per coro misto voce bianca e orchestra (1965). Leonard Bernstein: “Three dance variations” per orchestra da “Fancy Free” (1944). Benjamin Britten: Passacaglia op.33b; Four Sea Interludes op.33a per orchestra, da “Peter Grimes” (1946).
Torino, 30 gennaio 2026.
Seppur un solo lustro separi le date di nascita di Benjamin Britten e di Leonard Bernstein, forse saranno i più di 5000 chilometri d’ONDE dell’Oceano che separano le spiagge del Suffolk dal Massachussetts, a determinarne le sostanziali differenze di carattere e di musica. Certamente non il comune pacifismo, le inclinazioni affettive e la lingua sostanzialmente identica. La conferma delle divergenze viene comunque certificata anche da questo concerto che li vede solitari e contemporaneamente presenti con opere assolutamente significative. Il direttore Wayne Marshall, coadiuvato dall’ottima Orchestra del Teatro Regio di Torino, ci mette il massimo impegno a dare una visione comprensiva e intelligentemente bilanciata delle due poetiche. L’esito comunque è che, tra una prima parte con Bernstein e una seconda, senza nessun intervallo che le separi, con Britten, il cozzo è contundente. La natura sostanzialmente positiva ed espansiva di Bernstein si realizza nella serenità e nell’accorata felicità dei Chichester Psalms, intonati meravigliosamente, in un non tradotto ebraico/aramaico d’origine, dal Coro del Teatro Regio, ora guidato da Piero Monti. L’autore prevede, probabilmente rifacendosi al mitico cantore biblico, l’ancora giovinetto Davide che imbraccia la cetra, che la parte solistica sia affidata a voce bianca (boy or countertenor). Il Regio, arrendendosi all’impossibilità pratica di trovare un maschietto canterino e confermando l’ormai anacronistico ostracismo imposto ai controtenori, impiega la pur pregevolissima voce della diciassettenne Amelia Volta, che comunque benissimo e con garbo fa la sua parte. Sorge poi dal seno del Coro, con minimi ma ottimi interventi solistici, un quartetto classico di voci, formato da Giulia Ghirardello come soprano, dal Mezzosoprano Roberta Garelli, dal Tenore Bekir Serbesta e, a completamento della formazione, dal Baritono Lorenzo Battagion. Sempre di Bernstein, seguono nel segno spiccato del vitalismo ottimista made in Broadway e negli USA quasi vittoriosi del 1944, nei fatti poi riproposto dall’entusiasmo di un trio di marinai felici in libera uscita, le tre danze da Fancy Free (Fantasia libera): lo spensierato balletto composto da Bernstein in collaborazione col coreografo Jerome Robbins per il MET newyorkese. Nulla di europeo, ma ritmi afro – latino -cubani che Marshall sa esaltare al massimo grado. Il pubblico, si sconta un tutto venduto per la serata, rimasto “freddo” coi Salmi si riscalda e festeggia: applausi e approvazioni sonore percorrono la sala. Ancora senza pause e senza intervallo, lo schiaffo di un break agghiacciante: la Passacaglia dal Peter Grimes di Britten. Pizzicati di Violoncelli e contrabbassi, rinforzati, in pianissimo, dal timpano, avviano la sequenza delle sette note che, ripetute per ben 39 volte, sono l’ostinata base della Passacaglia, pavimentazione di un fatale cammino all’autodistruzione di Peter Grimes, ormai senza sperane e ragioni di vita. Il percorso è di una fatale ineluttabilità e senza via d’uscita. Il cammino segnato dal pezzo, quasi una corsia a senso unico verso un’ineluttabile fine, Marshall lo percorre, con estrema sensibilità, nella fredda indifferenza dell’inesorabilità a cui contribuisce, con un intervento da antologia, la viola solista di Enrico Carraro. Se con la Passacaglia si è incontrato l’angolo più buio del Grimes, con gli altri 4 Interludi Marini il nero dell’esistenza viene alleggerito, si fa per dire, dal folklore e dal colore della paletta sonora. La cultura e la tradizione musicale europea vi entrano di prepotenza, a dispetto del quasi contemporaneo soggiorno di Britten nei (poi) odiati USA non c’è infatti alcun accenno a musiche d’oltre oceano. I richiami barocchi, il colore orchestrale e le rielaborazioni tematiche spaziano da Purcel a Debussy. Il secondo interludio, Sunday Morning, suona poi come una parafrasi, senza gioia, del fantastico mercato di Petruska. Colore locale, brio, orchestrazione prodigiosa resa al meglio dagli esecutori, non cancellano il sostanziale clima tragico di una natura amata ma matrigna e di una umanità crudele che fa valere il suo respiro mortifero con lo sciabordio delle onde e la pece dei nembi di tempesta. Tutto si riversa sulla platea e diventa difficile discernere se Marshall, che si conferma magistrale in tutto il percorso, stia più con l’ottimismo dell’americano o con il saturnismo dell’inglese. Potrebbe sciogliere l’enigma il bis: l’Ouverture dal Candide di Bernstein; Marshall però la tiene anch’essa precariamente in bilico con l’adottare un fantastico e appassionante mix contrapposto di umori. Sala piena, moderazione delle reazioni, per una serata artisticamente memorabile. Wayne Marshall e l’Orchestra del Teatro Regio, con particolare citazione per strumentini e ottoni: sugli scudi!
Torino, Teatro Regio: Concerto diretto da Wayne Marshall