Treviso, Teatro Mario Del Monaco, stagione concertistica 2025-26 del Comune di Treviso
Pianoforte Grigory Sokolov
Ludwig van Beethoven: Sonata in mi bemolle maggiore, op.7; Sei bagatelle op.56; Franz Schubert: Sonata in si bemolle maggiore, D.960
Treviso, 10 febbraio 2026
Figura leggendaria del pianismo contemporaneo, Grigory Sokolov occupa da molti decenni un posto assolutamente singolare nel panorama musicale internazionale. Lontano da ogni logica mediatica, estraneo alle mode interpretative e impermeabile alle strategie promozionali, il pianista russo ha costruito la propria fama mondiale esclusivamente attraverso il concerto dal vivo, inteso come luogo privilegiato e irrinunciabile della verità musicale. Ogni sua apparizione è attesa come un evento, ogni recital come un’esperienza irripetibile, capace di rivelare nuovi livelli di profondità anche nelle pagine più frequentate del repertorio. La sua tecnica pianistica, unanimemente riconosciuta come una delle più raffinate e personali al mondo, non si esaurisce nel dominio assoluto dello strumento, ma si manifesta soprattutto nella capacità di controllare il suono in ogni sua componente: peso, durata, articolazione, risonanza. In Sokolov la precisione non è mai esibizione di virtuosismo, bensì strumento di conoscenza; il gesto tecnico è sempre subordinato al pensiero musicale, e ogni nota è il risultato di una scelta consapevole, necessaria, irrevocabile. È questa concezione rigorosa, quasi ascetica, dell’interpretazione che rende i suoi recital veri e propri riti dell’ascolto, in cui il tempo sembra sospendersi e il pubblico è chiamato a una partecipazione profonda, silenziosa, concentrata. In tale contesto si è collocato il concerto al Teatro Comunale Mario Del Monaco di Treviso, una serata che ha confermato, ancora una volta, l’eccezionalità di un artista che continua a ridefinire il significato stesso del fare musica oggi. Il ritorno di Grigory Sokolov al Teatro Del Monaco di Treviso ha rappresentato uno di quei rari momenti in cui il recital pianistico recupera pienamente la propria funzione originaria: non intrattenimento, ma rito di ascolto, esercizio di concentrazione collettiva, confronto diretto con il pensiero musicale nella sua forma più pura. Sokolov, artista refrattario a ogni forma di esteriorità, ha costruito una serata di assoluta coerenza, fondata su una precisione esecutiva che non è mai fine a sé stessa, ma costantemente orientata alla chiarificazione della struttura e del senso profondo della partitura. L’apertura affidata alla Sonata op. 7 ha subito rivelato l’approccio dell’interprete: un Beethoven osservato con lucidità architettonica, lontano da ogni enfasi romantica sovrapposta. Nell’Allegro molto e con brio, Sokolov ha articolato il discorso con un controllo ferreo delle proporzioni formali, mantenendo una scansione ritmica impeccabile e una chiarezza polifonica che ha reso leggibili anche i passaggi più densi. Il Largo, con gran espressione è stato il primo vero banco di prova della sua poetica del suono: dinamiche estremamente contenute, uso del pedale misuratissimo, attacchi sempre perfettamente centrati. La precisione, qui, si è tradotta in intensità trattenuta, in una tensione continua che non ha mai ceduto al compiacimento timbrico. Lo Scherzo ha mostrato una leggerezza solo apparente, sostenuta da un controllo digitale assoluto, mentre il Rondò finale è stato condotto con una logica implacabile, in cui ogni episodio trovava il proprio posto all’interno di un disegno complessivo di grande solidità.
Con le Sei Bagatelle op. 126, Sokolov ha spinto l’ascolto verso una dimensione ancora più introspettiva. Questi brani, spesso considerati marginali, sono stati trattati come veri e propri concentrati di pensiero musicale. La precisione esecutiva si è manifestata nella cura maniacale delle agogiche, nella definizione degli accenti, nella gestione dei silenzi, elementi che il pianista ha reso parte integrante del discorso. Ogni Bagatella è apparsa come un frammento autosufficiente, scolpito con una chiarezza quasi ascetica, in cui nulla risultava casuale o decorativo.
La Sonata D. 960 di Schubert ha costituito il vertice espressivo della serata. Sokolov l’ha affrontata con un tempo ampio e controllato, mettendo in primo piano la continuità del pensiero musicale. Nel Molto moderato, la precisione ritmica ha reso ancora più perturbanti le sospensioni armoniche e i celebri trilli nel registro grave, mai enfatizzati, ma perfettamente integrati nel flusso sonoro. Il Largo è stato un esempio magistrale di controllo del suono al limite dell’udibile: dinamiche estreme, fraseggio essenziale, totale assenza di sentimentalismo. Qui la precisione si è trasformata in disciplina del silenzio, in capacità di mantenere una tensione emotiva costante senza mai forzare l’espressione. Lo Scherzo ha brillato per nitidezza e trasparenza, mentre il Finale è stato costruito come un lungo arco narrativo, sostenuto da una regolarità pulsante che ha dato unità e senso all’intera sonata.
Come da tradizione l’artista si è concesso con grande generosità ai numerosi richiami in sala, regalandoci ben quaranta minuti di bis che elenco di seguito nell’ordine di esecuzione: di Chopin la Mazurca op. 50 nr. 3, di Brahms ha eseguito la Rapsodia Op. 79 No. 2 e la Ballata op. 10 nr. 3 (Intermezzo); di nuovo Chopin con la magistrale interpretazione della Mazurca op. 30 nr. 3 e a seguire il celeberrimo Preludio op. 28 nr. 20 per concludere con il delicatissimo Bach – Busoni : “Ich ruf zu Dir” BWV 639. Il recital trevigiano ha confermato Grigory Sokolov come uno degli ultimi grandi custodi di una concezione alta e rigorosa dell’interpretazione pianistica. La sua attenzione alla precisione, intesa come rispetto assoluto del testo e consapevolezza formale, non produce freddezza, ma al contrario una profondissima intensità espressiva. In questo concerto il pubblico non è stato semplicemente spettatore, ma parte attiva di un’esperienza di ascolto rara e direi necessaria; un concerto che, per rigore e profondità, si colloca a pieno titolo tra i momenti più significativi della stagione.