Bologna, Teatro Comunale Nouveau, Stagione 2025/26
“LA TRAVIATA”
Melodramma in tre atti, su libretto di Francesco Maria Piave, tratto da “La signora delle camelie” di Alexandre Dumas figlio.
Musica di Giuseppe Verdi
Violetta Valéry EKATERINA BAKANOVA
Flora Bervoix BENEDETTA MAZZETTO
Annina SILVIA SPESSOT
Alfredo Germont DAVIDE TUSCANO
Giorgio Germont LODOVICO FILIPPO RAVIZZA
Gastone, Visconte di Letorière ORONZO D’URSO
Barone Douphol GIULIO IERMINI
Marchese d’Obigny YURI GUERRA
Dottor Grenvil LUCA PARK
Giuseppe FRANCESCO AMODIO
Un domestico di Flora ANDREA PAOLUCCI
Un commissionario GIANLUCA MONTI
Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna
Direttore Leonardo Sini
Maestro del Coro Gea Garatti Ansini
Regia e Scene Alessandro Talevi
Costumi Stefania Scaraggi
Disegno luci Daniele Naldi
Movimenti coreografici Anna Maria Bruzzese
Video Marco Grassivaro
Allestimento del Teatro Comunale di Bologna
Bologna, 22 febbraio 2026
Dal 2022, anno del suo debutto, la produzione de “La Traviata” curata da Alessandro Talevi a Bologna ha fatto molto parlare di sé, sia nel bene sia, onestamente molto di più, nel male. Per questo ci siamo avvicinati a questa ripresa al Comunale Nouveau con un certo scetticismo – scetticismo aumentato anche dai molti e repentini cambiamenti dell’interprete di Violetta (ci aspettavamo Julia
Muzychenko, poi era stata annunciata Maria Mudryak, infine troviamo il giorno stesso del debutto Ekaterina Bakanova). Siamo dunque stati onestamente sorpresi nel constatare come questa “Traviata” bolognese sia, in fin dei conti, un buon prodotto, con alcuni aspetti non riusciti, ma anche con alcuni momenti di grande teatro. Partiamo dai primi, legati soprattutto all’apparato musicale: il maestro Leonardo Sini, in altre produzioni brillante e pienamente padrone del podio, qui appare onestamente più in difficoltà, soprattutto nel tenere l’unità buca-scena, soprattutto nel primo atto; la direzione della prima parte è nervosa, con dinamiche a volte un po’ arbitrarie, per poi invece riprendere compostezza e maggiore aderenza alla tradizione nella seconda parte – il terzo atto come momento particolarmente congeniale. La prova di Ekaterina Bakanova, dal canto suo, ha alcuni momenti di debolezza, sempre nel primo atto: il “Sempre libera” inizia a presentare suoni non particolarmente a fuoco e problemi con la
gestione del fiato; per questo preferiamo definire saggia e prudente la scelta di non suggellare il finale dell’atto con la classica puntatura. Superato il temibile scoglio del primo atto la Bakanova sembra riprendersi sensibilmente: la voce dal colore fascinoso aderisce sempre di più alla linea di canto, e il fraseggio si cesella in crescendo, così come la prova scenica che è davvero notevole. In fin dei conti il suo è stato un piccolo miracolo – considerato il poco tempo di prova – e il pubblico le riconosce sul finale applausi generosissimi. Il resto del cast ha mostrato un livello alto: su tutti spicca il Giorgio Germont di Lodovico Filippo Ravizza, baritono dalla bella vocalità, dal fraseggio raffinato e una spontanea nobiltà che conferisce anche alla costruzione di un personaggio più morbido e sofferto del “solito Germont”; accanto a lui pure Davide Tuscano sa ben mettersi in luce nel ruolo di Alfredo, grazie alla vocalità generosa e all’emissione sicura lungo tutta la tessitura: anche qui siamo di fronte a un ruolo caratterizzato con singolare misura, forse un po’ lontano dai
“bollenti spiriti”, ma credibile anche sul piano scenico. Buona prova di sé danno pure Benedetta Mazzetto – una Flora vocalmente e scenicamente ben focalizzata –, Oronzo Urso – sonoro Gastone dalle tinte chiare e smaltate –, e Silvia Spessot – un’Annina dall’apprezzabile dizione e vocalmente ben proiettata; ben cantato per quanto un po’ scenicamente sopra le righe il d’Obigny di Yuri Guerra, mentre il Duphol di Giulio Iermini suona (e appare) un po’ generico nella caratterizzazione del ruolo. Corretti i ruoli di lato. L’apporto del Coro è stato determinante per la riuscita della recita: coeso, sonoro e coinvolto scenicamente, si nota quanto fosse a suo agio in un titolo certamente di repertorio. La tanto criticata regia di Alessandro Talevi ci ha, invece, molto sorpreso per la capacità di attualizzare non solo la forma esterna – come è facile fare e come sovente fanno altri registi – ma
quella interna, ossia i diversi media artistici coinvolti: l’uso di riprese live nel terzo atto a picco su Violetta (opera di Marco Grassivaro), il ricorso a una vera e propria scena d’amore di gruppo perfettamente coreografata sul “Sempre libera” (realizzata da Anna Maria Bruzzese), ma anche, nel secondo quadro del secondo atto, l’uso di riprese e cartelli da cinema muto che fondono “Carmen” con il duetto Flora-d’Obigny, dando una profondità metaoperistica alla scena solitamente folklorica di “zingarelle e mattatori”, sono scelte sicuramente azzardate, ma di fortissimo impatto – e per lo più riuscite, poiché non peregrine: l’immaginario del finale del primo atto gronda desiderio sessuale, così come la “festa spagnola”, trasposta al presente, probabilmente si rifarebbe più all’opera di Bizet che ad altre. La scena – sempre a cura di Talevi – è essenzialissima, dominata da una pedana circolare centrale, e dal colore verde, colore di per sé straniante, alieno – come verdi sono
tutti i costumi di bellissima fattura di Violetta, disegnati da Stefania Scaraggi; le luci di Daniele Naldi, talvolta impietosamente ortogonali e fredde, altre più morbide e d’atmosfera (soprattutto nella prima scena del secondo atto), incorniciano perfettamente questa scena minimale ma brulicante di figuranti, fondendosi in un tutt’uno con le proiezioni che dominano il fondo. Finita la recita ci rendiamo conto che questa messa in scena (certo non perfetta, e nemmeno geniale per originalità) ha saputo raccontarci una storia molto precisa, quella di un immenso sacrificio d’amore, di un padre spezzato dall’affetto per i suoi figli, di un giovane ingannato dall’irrefrenabile suo stesso sentimento, e di una società lussuosa e affascinante, colta e cortigiana, che si disfa dei propri reietti come della spazzatura di prima mattina. Se questa non è “La Traviata”, non sappiamo cos’altro possa essere. Foto Andrea Ranzi
Bologna, Teatro Comunale Nouveau:”La Traviata”