Nonostante non sia più un ragazzino, Kristian Frédric è un debuttante, nel nostro Paese – ma un debuttante di gran classe: la sua drammaturgia e regia del “Don Quichotte” di Massenet, presso il circuito lombardo, ha riscosso consensi sempre convinti, sia di critica che di pubblico. Lo incontriamo per una breve chiacchierata e capiamo subito di essere davanti a un personalità forte e generosa, che ha voglia di raccontarsi e che coltiva una grande passione, oltre a quella per il teatro: l’Italia, dove si augura di lavorare sempre più.
Quali differenze ha riscontrato tra lavorare nel nostro Paese e all’estero?
Di solito per me non è una questione di nazione, ma ogni opera è un mondo a parte; tuttavia con il “Don Quichotte” ho sentito di appartenere all’Italia: quando ho sentito la passione con cui il pubblico italiano mi ha accolto ho pensato “Eccomi a casa”, di far parte di una famiglia. Un momento veramente grande.
Possiede una casa a Venezia… che relazione ha con quella città?
Ho conosciuto Venezia a diciassette anni, ci sono arrivato perché Giacometti ne aveva parlato. Ho scoperto così la Biennale, e non ero mai stato in un museo d’arte contemporanea. Fu una rivelazione: giurai a me stesso allora che un giorno avrei vissuto lì. È la mia città: amo tante città in cui potrei vivere (Napoli, New York…) ma Venezia è “la più bella città del mondo” [lo dice in italiano ndr]. Inoltre quasi tutte le scritture di sceneggiatura, di sinossi – dato che per me fare una regia è come fare un film – sono state approntate lì, e poi con Richard Rittelmann [il suo assistente] l’abbiamo adattate alla musica. Venezia fa parte dei luoghi dove vivo davvero.
Lei ha lavorato molto nel teatro di prosa. Come è arrivato all’opera?
Grazie a Peter Theiler, dell’Opera di Norimberga, nel 2012: voleva, all’interno del Festival Gluck, una performance d’opera di “Orphée et Euridice” nel sottosuolo della città, con un regista francese, uno tedesco e uno italiano. Siamo subito andati d’accordo e, nonostante io non legga la musica, ha deciso di investire su di me. In seguito ho partecipato alla coproduzione tra Strasburgo e Norimberga di un’opera
inedita ispirata al dramma di Koltès, “Key West”, come librettista e regista (era un’idea che avevo da tempo, quella di fare questo adattamento), e così poi Marc Clémeur, all’epoca direttore dell’Opéra du Rhin, mi ha assegnato i miei primi titoli di repertorio, “Cavalleria Rusticana” e “Pagliacci”. La scoperta dell’opera italiana, e soprattutto del Verismo, mi ha convinto a non volermi dedicare ad altro.
“Don Quichotte” è il primo titolo di repertorio francese al quale ha lavorato: ha trovato uno spirito diverso nell’opera francese, rispetto a quella italiana?
In realtà ho lavorato a “Don Quichotte” come a una commedia italiana, pensando a Fellini, Moretti o Dino Risi – specialmente a “Primo Amore”, con Ugo Tognazzi. Anche i testi che ho scritto [recitati all’inizio di ciascun atto] li ho voluti tradotti in italiano, così che tutti potessero capirli. Inoltre la proposta di quest’opera mi è giunta proprio dall’Italia, dal Teatro Fraschini di Pavia, quindi la cosa più logica è stata per me guardarla in un’ottica italiana.
In effetti la sua messa in scena condivide con “Primo Amore” l’ambientazione in una residenza per anziani…
Esatto. Ho subito pensato che la cosiddetta “follia” di Don Chisciotte si potesse facilmente accostare al morbo di Alzheimer – anche in Cervantes. E così mi sono detto: il mio “Don Quichotte” sarà in una casa di riposo e parlerà della malattia, ma senza citarla mai – si vedrà il suo processo, ma non sarà mai esplicita. So che quest’idea può essere forte, ma come diceva Koltès degli amori di Arlecchino e Colombina: “Oggi facciamo l’amore, diciamo l’amore, scriviamo l’amore in maniera
differente”. E allo stesso modo, io penso che, in un’opera, la musica vada lasciata intatta, ma per il resto quello che viene cantato deve depositarsi dentro di me e parlarmi di ciò che conosco, poiché mi interessa parlare ai miei contemporanei. A Nizza, per esempio, quando ho fatto “Bohème”, non ho potuto fare a meno di fare riferimento agli anni bui dell’Aids, poiché li ho vissuti personalmente. Occorre parlare di ciò che si conosce, raccontare dell’umano agli umani che si raggruppano nella sala, e saperli toccare.
C’è un titolo che le interesserebbe portare in scena più degli altri? Tutto il Verismo mi affascina… per esempio mi piacerebbe fare un’opera comica, come “L’amico Fritz” di Mascagni, poiché ci vedo dentro lo stesso spirito de “Il sorpasso” di Dino Risi o dei “Nuovi mostri” di Monicelli… insomma, una commedia degli Anni ’70, perché era una commedia in grado di far ridere denunciando anche le contraddizioni e gli enormi problemi del Paese. Ma quello che mi interessa di più è, comunque, lavorare incontrando le persone, che è quello che è successo a Pavia: mi hanno proposto “Don Quichotte”
dopo che ci siamo incontrati e parlati, e penso che sia questo il modo migliore per arrivare a una creazione.
Come si definirebbe come regista?
Un vampiro innamorato, come quello di Coppola… [ride] Qualcuno che osserva, che guarda i suoi contemporanei, la sofferenza del vivere, in silenzio, sospeso, e che si nutre di tutto questo per poi offrirlo. Un vampiro che vuole essere morso, per amore, invaso dai sogni, dalle mancanze, le sofferenze degli altri. Una grande spugna che assorbe tutto e che può essere travolto da tutto, gioie e dolori.
Infine, ha un sogno professionale ancora da realizzare?
L’unico è continuare a fare opera in Italia – soprattutto alla Scala e alla Fenice. Ho adorato lavorare con i tecnici italiani: hanno un amore incredibile per un mestiere che non è facile portare avanti oggi; ho ritrovato in loro l’orgoglio, la responsabilità del difendere l’arte, una vera consacrazione personale. Gli italiani, ovunque, sentono che l’opera appartiene all’Italia, e io lo condivido pienamente.
“Cuore francese, passione italiana”. Intervista al regista Kristian Frédric