Geminiano Giacomelli (1692 – 1740): “Cesare in Egitto” (1735)

Opera in tre atti su libretto di Domenico Lalli e Carlo Goldoni. Arianna Venditelli (Giulio Cesare), Emöke Baráth (Cleopatra), Filippo Mineccia (Achilla), Margherita Maria Sala (Cornelia), Valerio Contaldo (Tolomeo), Federico Fiorio (Lepido). Accademia Bizantina, Ottavio Dantone (direttore). Registrazione: Innsbrucker Landestheater 3-11 agosto 2024. 2 CD Alpha Classics 1141
La meritoria attività di riscoperta portata avanti dal Festival di musica antica di Innsbruck, di autori e musiche oggi dimenticate che hanno caratterizzato la vita musicale delle terre asburgiche vede in questo caso riproporsi “Cesare in Egitto” composto nel 1735 per Milano da Geminiano Giacomelli e ripresa a Graz nel 1737.
Geminiano Giacomelli nato a Colorno – piccolo centro del Ducato di Parma e Piacenza – nel 1692 ebbe una carriera legata principalmente alla corte di Parma dove fu Maestro di cappella per gran parte della sua vita professionale. Gli impegni di corte non gli impedirono però commissioni di un certo prestigio sia in teatri italiani – soprattutto Milano e Venezia – sia all’estero con una stagione tra Vienna e Graz alla fine degli anni trenta.

L’opera in questione, su soggetto simile anche se con diverso sviluppo, da quella ben più nota di Händel affonda le sue radici nel dramma di Bussani che a fine seicento rilanciò il soggetto sulle scene europee. La versione di Giacomelli su libretto di Domenico Lalli appare di semplicità quasi disarmante. Si tratta infatti di un’alternanza di aria e recitativi che si susseguono in modo assai canonico. I pezzi d’insieme si riduco a un “a tutti” finale a celebrare il lieto fine d’ordinanza – mancano le morti di Tolomeo e Agrippa che Händel inserisce con maggior aderenza alla realtà storica – mentre nessun duetto o terzetto interrompe la successione delle arie. Uno schema ravvivato dalla qualità della versificazione. Il lavoro già buono di Lalli, fu oggetto di revisione da parte di Carlo Goldoni per la ripresa veneziana dello stesso anno servita da modello per la definitiva versione di Graz. Il lavoro di Goldoni sfronda il libretto di qualunque eccesso stilistico portandolo a un’espressività naturale e diretta che non solo incontro favorevolmente il nostro gusto moderno ma appare particolarmente in linea con lo stile di Giacomelli.

Il compositore parmigiano si caratterizza infatti per un’espressività diretta e immediata unita a una facilità melodica davvero apprezzabili. Le sue arie sono virtuosistiche e sfruttano tutte le possibilità della voce ma mai eccessive, sempre pensate per valorizzare i cantanti e ispirate a un’espressività naturale in cui il gioco drammatico degli affetti appare la cifra dominante. Nonostante la lunghezza della partitura e la rigidità formale l’ascolto non è mai noioso ma il compositore sa presentare arie di ottima fattura e un gioco espressivo molto efficacie.
L’esecuzione musicale è davvero ragguardevole e rende piena giustizia a questa musicale. Alla guida dalla sua Accademia Bizantina troviamo Ottavio Dantone, nuovo direttore musicale del festival. Dantone fornisce una direzione capace di fondere rigore filologica e vivacità teatrale. L’agogica e sostenuta senza mai essere eccessiva, i colori nitidi e tersi ma capaci di piegarsi in inattese morbidezze quanto una cifra più lirica fa capolino nella scrittura. L’orchestra è di dimensioni contenute ma il gioco dei raddoppi crea una sonorità ricca e un gioco coloristico di grande suggestione – l’intermezzo strumentale della battaglia. Difficile trova altro che lodi per la compagnia di canto. La parte di Giulio Cesare è la più impegnativa dell’opera e la grande aria “A un cor forte” è chiamata a chiudere la partitura in modo trionfale. Arianna Venditelli – che in questo repertorio ha forse trovato la sua natura più autentica – risulta autentica trionfatrice. Voce agile, dal bel colore cristallino ma dotata della giusta robustezza richiesta dalla parte domina con sicurezza sia lo slancio marziale di “Col vincitor mio brando” sia l’impegno espressivo e vocale del finale senza cedimenti. Le colorature sono non solo precise e – quando richiesto – giustamente spettacolari ma sempre espressive e mai meramente d’effetto. Ottima la dizione e sempre ricco e puntuale il fraseggio.

Meno impegnata dalla consorella händeliana la Cleopatra di Giacomelli è soprattutto destinataria di un’aria intensa e struggente “Spose tradite”. Il soprano ungherese Emöke Baráth ne coglie perfettamente la cifra stilistica. Voce molto bella e assoluta specialista di questo repertorio riesce a emergere in un ruolo in fondo un po’ di maniera. Cleopatra passa rispetto ad Händel un po’ in secondo pieno mentre autentica protagonista è Cornelia. La vedova di Pompeo non è qui la patetica figura dell’opera händeliana ma l’incarnazione dell’austera grandezza di un’autentica custode del mos maiorum.

Margherita Maria Sala l’incarna alla perfezione non solo per la nobile voce di contralto unita a una cavata ampia e solenne, perfetta per il ruolo ma soprattutto per un temperamento al calor bianco in cui il senso di dignità tradita si unisce e una rabbia austera e minacciosa che l’accento fremente dalla Sala infonde di tutta la sua forza.
Valerio Contaldo è forse un po’ più generico come qualità vocale e timbrica ma alle prese con l’impervia scrittura di Tolomeo ne esce con indubbio valore. Al sovrano tolemaico è riservato il maggior cimento virtuosistico della partitura “Scende rapido spumante” che Contaldo supera con slancio.

Il Tolomeo di Giacomelli ha anche più lirici ripiegamenti resi con garbo ed eleganza.
Giacomelli e i suoi librettisti danno insolito carattere al generale Achilla, ben poco marziale e oscillante tra il viscido e il sentimentale con aria in stile galante volutamente artificiose. Filippo Mineccia canta molto bene e interpreta ancora meglio facendo percepire tutta l’ipocrita untuosità del ruolo ma anche il sapore elegiaco di un’aria come Quell’agnellin che seco”. L’altro controtenore Federico Fiorio affronta la parte di Lepido con timbro chiaro e morbido, quasi adolescenziale, così che il ruolo viene a far propria quella gamma espressiva che altrove è affidata a Sesto Pompeo qui assente. Canta assai bene e mostra già grande maturità nei passaggi virtuosistici – le difficoltà di “Vendetta mi chiede” sono risolte con ammirevole naturalezza.