Genova, Teatro Carlo Felice, Stagione 2025/26
“IL CAMPIELLO”
Commedia lirica in tre atti su libretto di Mario Ghisalberti, dalla commedia omonima di Carlo Goldoni
Musica di Ermanno Wolf-Ferrari
Gasparina BIANCA TOGNOCCHI
Luçieta GILDA FIUME
Dona Cate Panciana LEONARDO CORTELLAZZI
Gnese BENEDETTA TORRE
Dona Pasqua Polegana SAVERIO FIORE
Orsola PAOLA GARDINA
Zorzeto MATTEO MEZZARO
Anzeleto GABRIELE SAGONA
Cavaliere Astolfi BIAGIO PIZZUTI
Fabrizio dei Ritorti MARCO CAMASTRA
Orchestra e Coro della Fondazione Teatro Carlo Felice di Genova
Direttore Francesco Ommassini
Maestra del Coro Patrizia Priarone
Regia Federico Bertolani
Scene Giulia Magnetto
Costumi Manuel Pedretti
Luci Claudio Schmid
Allestimento della Fondazione Arena di Verona
Genova, 15 marzo 2026
Un famoso musicologo, che ho avuto il piacere di frequentare anni fa, una volta mi disse che per la maggior parte delle opere cosiddette rare esistevano validissime ragioni affinché rimanessero tali – e in effetti non posso dargli torto: l’intera produzione operistica precedente alla seconda guerra mondiale ha conosciuto stagioni di vera e propria ipertrofia, e, statisticamente, sono davvero poche quelle composizioni che ancora oggi riescono a parlarci e a meravigliarci. Ogni tanto, tuttavia, capita di incappare in un’eccezione a questa aurea regola: “Il Campiello” di
Ermanno Wolf-Ferrari è proprio una di queste, e ci auguriamo davvero che, in questi anni di grande rivalutazione del compositore veneziano, riesca a crearsi un pertugio in quella muraglia quasi impenetrabile che è il repertorio. Accogliamo dunque con grande soddisfazione l’iniziativa dell’opera Carlo felice di Genova di riproporre il titolo goldoniano, per di più con una produzione che fa della cura e della semplicità le sue carte vincenti, e dei talenti musicali le sue fondamenta. Guida l’orchestra un altro maestro veneziano, Francesco Ommassini, con tatto e maestria, che trapelano dall’esatta valorizzazione delle parti orchestrali, dal non voler ricercare nella partitura quello che non c’è (Wagner, Puccini, le avanguardie) e dal mettere in risalto il bel colore nostalgico della musica, riconducibile certamente all’ultimo Verdi e a Mozart. Al contempo, Ommassini dimostra di avere chiare tutte le tinte drammaturgiche dell’opera, che è senza
dubbio una commedia, ma conosce abbandoni lirici e malinconie, tanto quanto guizzi e burle. Il risultato è una coesione godibilissima tra buca e scena, e un cast completamente a suo agio che può mettere in luce le sue professionalità, a partire dal quartetto femminile al centro di tutta la vicenda (quelle che altri colleghi hanno giustamente ribattezzato “le allegre comari di Venezia”): Bianca Tognocchi è una Gasparina singolarmente riuscita, sia sul piano attoriale che su quello musicale, caratterizzata da una bella e omogenea linea di canto una attenta costruzione del personaggio, specialmente nei momenti di carattere più asprigno; Gilda Fiume affronta Luçieta con la vis scaenica che ben conosciamo, e mette al servizio del personaggio una vocalità ricca e luminosa; Benedetta Torre, nel ruolo di Gnese, ci offre un personaggio vocalmente cesellato con maestria, contraddistinto dalla grazia
nel porgere e da una bella naturalezza del canto; il mezzosoprano Paola Gardina, infine, nella parte di Orsola, offre una prova di eleganza e misura, dall’emissione morbida che si modella sul fraseggio accurato. I due ruoli en travesti delle mamme del Campiello, dona Cate (Leonardo Cortellazzi) e dona Pasqua (Saverio Fiore), vengono proposti dai loro interpreti con il giusto equilibrio, senza eccessi di macchiettismo, ma con gustosissima comicità: pure sul piano vocale Cortellazzi e Pamio confermano un’attenta gestione vocale. Matteo Mezzaro (Zorzeto) spicca per aderenza alla linea di canto, suoni tondi e smaltati, begli armonici, accanto a lui Biagio Pizzuti sfodera una precisa grazia nei portamenti, che ben si sposa all’immagine vagamente gigionesca che imprime al suo Cavaliere Astolfi, distante da caratterizzazioni più buffonesche e per questo coerentemente a suo agio anche nei momenti dalle nuance più sfumate; infine, ben sostenute anche le prove di Marco Camastra e Gabriele Sagona, nei ruoli più caratterizzanti di Don Fabrizio e Anzoleto. Il coro, istruito dalla maestra Patrizia Priarone, in quest’opera ha un ruolo più defilato, e non capiamo se sia per questo – o per
l’agitazione sindacale in atto, di cui veniamo informati prima dell’inizio dello spettacolo – che canta dalla cavea orchestrale: in ogni caso suona coeso e preciso, senza alcuna discrasia con la scena. Infine l’assetto scenico diretto da Federico Bertolani funziona alla perfezione, pur nel suo essere tradizionale, ma la cosa più importante della messa in scena è il saper implementare, mettere in luce, evidenziare la vicenda e la musica, e la bella scenografia di Giulio Magnetto (molto intelligente nel suo essere al contempo fissa e in movimento, grazie a una struttura modulare), i semplici, efficaci costumi di Manuel Pedretti, e soprattutto le suggestive e calligrafiche luci di Claudio Schmid, forniscono a libretto e partitura un contesto ideale per la fruibilità. Il pubblico, infatti, mostra piena soddisfazione, sebbene il titolo, nella recita cui assistiamo noi, non abbia saputo attirare molte persone a riempire l’ampia sala del Carlo Felice. Foto Marcello Orselli
Genova, Teatro Carlo Felice: “Il Campiello”