Le liriche di Friedrich Schlegel nel Musen Almanach für das Jahr 1802 (2)

“Der Wanderer” (2)
La ferita che l’io porta in sé è infetta, e le condizioni del viaggio non fanno altro che peggiorarne lo stato. L’individuo non trova pace in alcun posto, o forse sono proprio i luoghi che lo accolgono ad avvertire come straniera la sua presenza aumentandone il senso di alienazione: Mir ist’s nirgends recht. Es ist, als wäre ich überall eben zu spät gekommen, als hätte die ganze Welt gar nicht auf mich gerechnet.6
Ma forse il viaggio più difficile, il più duro per lo spirito è quello che conduce negli inverni dell’anima. È il viandante di Müller, che nei Winterreise si muove in uno scenario desolante. Solo, soprattutto dentro di sé. È talmente vuoto da non avvertire se stesso, da non sentire la stanchezza, da non aver la forza di desiderare un giaciglio, e tutto quello che passa accanto a lui in questo viaggio, triste- mente gli assomiglia: Nun merk’ich erst, wie müd’ ich bin Da ich zur Ruh’mich lege;
Das Wandern hielt mich munter hin Auf unwirtbarem Wege.7
Eppure i giorni uguali agli altri e le movenze ed i passi reiterati portano progressivamente all’idea della fissità, della stasi, “abbandonando la tensione direzionale per assumere la movenza circolare dell’eterno ritorno”8.
Anche il viandante di Schmidt von Lübeck è a disagio tra i sentieri del suo peregrinare, ma il paesaggio intorno a se è attivo, sebbene inospitale ”[…] es dampft das Tal, es braust das Meer”. Il suo stesso animo ribolle e freme, cerca ansiosamente qualcosa, si muove verso questa ma mai la raggiunge, ed ogni luogo che ospita il suo spirito inquieto è luogo straniero e inappagante: “Wo bist du, mein geliebtes Land? Gesucht, geahnt und nie gekannt!”.9
Disarmante e buia è la verità che spiriti ancestrali gli sussurrano in risposta alla sua ossessiva domanda: Wo? Dort, wo du nicht bist, dort ist das Glück (Dove? Là dove tu non sei, là è la felicità).

Ma abbandoniamo il pessimismo lübeckiano che, pur avendoci regalato versi di così alta poesia, si trova in netta opposizione col ritratto felice, quasi pastorale, dell’individuo perso tra i mille sentieri del mondo ma per nulla spaventato o alienato dalla sua condizione. Il viandante di Schlegel è marinaio che non ha indicazioni nella vastità dell’oceano se non lo scintillio di una stella; non teme le correnti e le tempeste perché conosce la natura e sa coglierne gli avvertimenti; già, perché questa natura non è matrigna e forse neanche madre, ma amante o amata che sorveglia ogni istante il passo del proprio uomo e cerca di condurlo a sé, ne avverte il respiro e il cammino, e amorevolmente allevia le sue pene finché questi, libero e perso dentro di lei, goda perpetua- mente di questo connubio.
La terra/donna è una totalità, possiede già l’amore, la sensibilità e vive tutto con estrema pienezza. È sempre lì, in attesa di essere visitata, scoperta piano, lembo per lembo e poi accarezzata/arata, e seminata. Accoglie e restituisce ciò che è cresciuto dentro di sé. Non deve vagare in cerca di una verità o perdersi per ritrovarsi, perché come tutto ciò che è femminile non ha bisogno di nessuna iniziazione perché già custode del mistero dell’amore.
Emblema di femminilità e fecondità, la luna è da secoli oggetto d’interesse per poeti e scrittori, immagine rassicurante e serena a seconda delle sue fasi, specchio lontano che riceve e riflette, dalla notte dei tempi, i raggi del sole.
Quest’ennesima metafora del femminino schiarisce la strada del viandante schlegeliano che ne ascolta la voce e di questa se ne riempie l’anima:
Wie duetlich des Mondes Licht
Zu mir spricht
Mich beseelend zu der Reise
(Quanto dolcemente mi parla la luce della luna ed ispira il mio viaggio)
I sensi dell’uomo sono tutti preposti a ricevere una sensazione, è quasi tornato al suo stato di animale, e percepisce con attenzione e precisione i suoni, gli odori e le immagini che l’ambiente gli propone. È parte integrante del creato e l’esserne consapevole amplia le facoltà del suo spirito che solo ora è pronto a fondersi in esso. Ma ha comunque bisogno di un sostegno, di quella voce che gli sussurri il percorso o che lo sproni a proseguire quello intrapreso; ed ecco che ancora una volta è un corpo celeste ad intervenire: Folge treu dem alten Gleise, Wähle keine Heimat nicht (Segui con fede le antiche orme, 
non scegliere nessun posto come patria).
È un monito a non fermarsi, a proseguire il cammino, anche se dovesse risultare lungo e faticoso. La tentazione di cedere è forte, e l’astro lo sa perché tante volte ha visto uomini voltarsi a metà del tragitto, spossati dal non avere sosta, dal non avere compagno, certezze, risposte. Non si è a conoscenza neanche del luogo da cui il viandante proviene, ”[…] e non è importante sapere qualcosa: è soltanto mera provenienza, scia di un passaggio che sfuma in lontananza”11.
Da quel non-luogo, diverso per ognuno ma identico per significato, partono le impronte lasciate da chiunque abbia affrontato questa marcia. Segni dai contorni indefiniti dentro cui migliaia di passi hanno inciso la loro orma, reiterando i gesti come ingranaggi di un marchingegno perfetto dal moto irreversibile, come le lancette di un orologio, come il tempo. È un moto perpetuo dall’impronta impersonale, indipendente dalla volontà individuale e con uno specifico tratto di automatismo del tutto simile al ruotare meccanico di una manovella di organetto o di ghironda, che sa trasformare la Wanderlust della poesia in Wanderzwang e che accompagna sempre la stessa storia, la racconta ancora e di nuovo, uguale e monotona, ad ogni giro un nuovo inizio, per ogni inizio la stessa fine. 12
Le antiche orme sono anche quelle ancestrali, lasciate dall’uomo delle caverne che viveva in simbiosi con la natura in un rapporto di scambio e mutuo soccorso. Quello era l’uomo che si aggirava tra foreste e deserti col caldo torrido del giorno e col gelo mortale delle notti e degli inverni. Solo, sempre infinitamente solo, a tu per tu con animali e monti impervi o mari impetuosi e venti ma prendendosi di diritto il suo posto in un creato che gli apparteneva e di cui era elemento essenziale.
Ew’ge Plage
Bringen sonst die schweren Tage;
Fort zu andern
Sollst du wechseln, sollst du wandern,
Leicht entliehend jeder Klage
( Pene eterne porteranno giorni dolorosi. 
Devi andare avanti, cambiare e vagare, gettando via leggermente ogni lamento). È un percorso karmico, durante il quale ogni metro cammino vede l’alleggerirsi dell’anima e del corpo e l’ultima esperienza, l’arrivo in quel non-luogo che era anche punto di partenza, sarà illuminante presa di coscienza che si è goduto più di ogni istante vissuto durante il percorso che del traguardo raggiunto.
Nel verso Sollst du wechseln, sollst du Wandern si rivela la dicotomia tra il seguire i segni, già calcati, dei predecessori, partendo da quelli e mai dimenticando le radici ed il passato, ed il superarli cercando da sé nuove soluzioni e confermando così una gamma di possibilità infinite. È un movimento altalenante tra passato e futuro, il cui momento di equilibrio sta proprio nell’attimo presente. L’idea è di contrazione e rilassamento e rimanda non solo al gesto corporeo quanto al respiro; l’aria inspirata è forza nuova introdotta nell’animo ed energia obsoleta, ossi- geno consumato quando viene soffiata all’esterno. Questa metafora prende corpo esplicitamente nel primo verso della seconda strofa:
Sanfte Ebb’
Und hohe Flut
Tief im Mut
(Quindi, con gentile flusso ed alto riflusso nel profondo della mia anima)
Non è il respiro affannato di chi attraversa lande di terra sconosciute senza aver memoria di sé e del suo percorso ed avverte l’aria come un fluido pesante che difficilmente non si strozza in gola, ma è un sereno fluire di ossigeno che rinvigorisce spirito e corpo, e l’anima lo accoglie fin nel profondo.
Wandr’ ich so im Dunkel weiter,
Steige mutig, singe heiter
Und die Welt erscheint mir gut
(Cammino solo nel buio, 
risalgo arditamente, cantando felicemente ed il mondo mi appare buono) L’ambientazione di Der Wanderer è notturna, ma se nella prima strofa era un raggio di luna ad illuminare la strada ed a schiarire i contorni del luogo, ecco che in questa seconda parte della lirica il viandante torna ad essere solo.
È come se la luna gli avesse per un attimo mostrato le vette da raggiungere, ma appena sparita l’abbia rilasciato nelle tenebre del suo cammino, ancora al suo primo passo verso il mondo con l’uscio di casa, però, ormai lontano. È qui che il verbo steigen abbraccia perfettamente l’aggettivo tief prospettando un percorso ripido e scosceso dove e facile scivolare su falsi appoggi friabili. Ma il Wanderer schlegeliano affronta, cantando, la salita, non regalando sguardi verso l’abisso che lascia ma allungandosi presso la vetta assolata.
Alles reine
Seh’ ich mild im Wiederscheine,
Nichts verworren
In des Tages Glut verdorren:
froh umgeben, doch allein
(Vedo ogni cosa chiaramente 
nel suo delicato riflesso. 
Nulla è offuscato 
dal calore del giorno. 
C’è gioia intorno a me, anche se sono solo) Reine-Sehe-Wiederscheine, sono tutte parole che rimandano ad un ambiente luminoso, quasi ad un’alba che torna a schiarire i contorni delle cose. Eppure la prima quintina della seconda strofa ci informa che il viandante è al buio. La luce allora è puro spirito presente solo nell’intimità del suo io.
Dagli occhi cade un velo e finalmente in essi gli elementi naturali si riflettono e si alza il sipario dei dubbi e delle domande senza risposta.
La tematica del ritorno è riproposta, in quest’ultima strofa, in una insolita veste: la freschezza e la nitidezza degli oggetti che orbitano nel campo visivo del viandante durane tutto il suo percorso notturno sono meravigliosamente sempre gli stessi che hanno assaporato i raggi del sole al mattino e trasudato l’afa del giorno. Da questi non sono stati scalfiti e, terminata anche la notte, si preparano a riaffrontare ancora un giorno, e così all’infinito fin quando altra natura, nata a sostituire quella morta, non percorrerà gli stessi cicli attimo per attimo.
In questa marcia perpetua il Wanderer schlegeliano avverte la sua condizione di isolamento come felice e per nulla alienante anzi, egli è un privilegiato che nel poter vivere questa esperienza può sentire raccolte in sé d’un colpo tutte le sue energie vitali e sorprendersi della loro potenza che finora ignorava.
Ludwig Tieck esprime così lo stato d’animo del suo personaggio Franz Sternbalds. Das Reisen ist ein Herrlicher Zustand, […] diese Freiheit der Natur diese Regsamkeit aller Kreaturen, der reine weite Rimmel und der Menschengeist, der alles dies zusammen fassen und in einen Gedanken zusammen stellen kann; o glücklich ist der, der bald die enge Heimat verlässt […]13 (Continua)

 

6 – J. VON EICHENDORFF, Aus dem Leben eines Taugenichts, Vita di un perdigiorno, a cura di G. Schiavoni, trad. L. Magliano, Rizzoli, Milano 1976, p. 51
7 – W. MÜLLER, Die Winterreise, 10. Rast I, vv 1-4, p. 101
8 – L. MENNUTI, L’orma del viandante, Franz Schubert: la scrittura del tempo, Dell’Orso 1998, p. 19.
9 – G.P. SCHMIDT VON LÜBECK, Der Wanderer, in Dichtungen für Kunstredner, Wien-Trieste 1815
(10) – Foto Musen Almanach für das Jahr 1802, München, Bayerische Staatsbibliothek . Digitalisierungs
11 -C. FERTONANI, La memoria dl canto. Rielaborazioni liederistiche nella musica strumentale di Schubert, Ed. universitarie di Lettere ed Economia del Diritto, Milano 2005, p. 99
12 – L. Mennuti. L’orma del viadante, p42
13- L. TIECK, Franz Sternbalds Wanderungen, in Ludwig Tieck’s Schriften, Berlin 1843, Bd. 16, p. 21