Le liriche di Friedrich Schlegel nel Musen Almanach für das Jahr 1802 (3)

“Die Sterne”
Due strofe di otto versi ciascuna a loro volta divise in uno schema A-B-B-A (4+4), ci conducono nell’ambiente notturno che caratterizza la seconda parte del ciclo Abendröte.
Se nell’immaginario collettivo il firmamento è quanto di più rappresentativo dell’infinito ci sia, ecco che Schlegel lo pone ai nostri occhi come infinito che esce da sé per farsi finito e rivolgersi al mondo come individuo stesso. Il cielo, allegoria del Divino che produce il mondo per rappresentare se stesso, altro non è che un insieme di frammenti celesti che mimano il molteplice degli elementi raccolto in unità. In Der Wanderer a parlare all’uomo solitario è la luce della luna che gli suggerisce il cammino e l’accompagna rasserenando il suo animo […] Froh umgeben, doch alleine.
L’organismo vivente, in questo caso, sono le stelle che si rivolgono all’uomo interrogandolo e quasi sorridendo alla sua fanciullesca inconsapevolezza:
Du staunest, o Mensch, was heilig wir strahlen?
(Ti meravigli o uomo di quanto benignamente brilliamo?)
La metafora del Divino si palesa sempre più, e nonostante l’obliquità del linguaggio, la continua allusione e il simbolismo, si affaccia ai nostri occhi l’immagine di Dio come bellezza inesprimibile, condizione d’esistenza della poesia senza la quale l’arte non potrebbe tendere all’infinito. L’uomo osserva questa magnificenza cercando di coglierla in pieno ma è qui che si rende conto che, se riuscisse nel suo intento, negherebbe l’universalità di ciò che lo circonda; allo stesso tempo, non potendo assaporare interamente l’infinito, si sente limitato ed affranto ma anche spinto e motivato ad una continua ricerca che tuttavia lo tormenta.
O folgtest du nur den himmlischen Winken
Vernähmest dub esser, was freundlich wir blinken
Wie wären verschwünden die irdischen Qualen!
(Se solo seguissi i segni celesti, capiresti meglio quanto splendiamo amichevolmente, come sparirebbe la sofferenza terrena!) La domanda latente è sempre come far svanire la irdischen Qualen, la ‘terrena sofferenza’, e l’unica soluzione che si troverà sarà ‘l’amore’. Solo il sentimento puro, il più nobile per eccellenza riesce a porci su un piano più elevato rispetto alle altre creature. È quando ci si trova soli dinanzi al creato che le valvole del nostro animo si dischiudono ed il sangue comincia a fluire, l’amore si riversa come un fiume dentro e fuori noi stessi e lo spettacolo della natura ci lascia a tal punto storditi da credere ad un ritorno alla vita:
Dann flösse die Liebe aus ewigen Schalen
Es atmeten alle die reinen Azuren,
Das lichtblaue Meer umachwebte die Fluren,
Und funkelten Sterne auf den heimischen Talen
(Allora l’amore scorrerebbe dai vasi eterni, tutto respirerebbe il celeste puro. Il mare di luce azzurra avvolgerebbe i prati,
 e scintillerebbero le stelle nelle nostre native valli). A questo proposito è d’obbligo rifarsi alla Teoria della natura secondo la quale il mondo è l’io infinito che ha origine dal desiderio/amore in un momento non deducibile. Da questo istante impreciso nasce un’espansione indeterminata che chiameremo ‘spazio’. Una volta che questa si è compiuta ci sarà un ritorno al principio, ritorno che è peculiarità della legge del divenire. Ma il ritorno al principio “ha un secondo inizio, reduplicato e rafforzato: non più calma espansione, ma brama inquieta e veemente fuoco celeste”14
La seconda stanza si apre come uno spiraglio di luce sul possibile presente e futuro dell’umanità se questa seguisse e comprendesse la grandezza divina e la benevole maternità della natura stessa. Nell’affermare che Aus göttlicher Quelle sind alle genommen (Tutto sgorga da una fonte divina) Schlegel non fa altro che riaffermare la potenzialità dell’essere umano che, unendo se stesso in quanto io-cosciente all’infinito produce la Divinità ed è quindi da se stesso e verso se stesso che l’amore sgorga e si diffonde. Essendo il pensiero la più alta forma del divino posseduta dall’uomo, ecco che l’unione di esseri che convergono i loro intenti in un’unica direzione (infinità e ricerca di Dio), con l’amore come unica arma, si trasforma in un immenso coro che leva il suo canto all’unisono con le altre creature e l’intero universo organico: ist jegliches Wesen nicht eines im Chore? (Non è tutto il creato unito in coro?).
La filosofia intellettuale vuole che l’uomo sia capace di avvicinarsi a Dio ma incapace di raggiungerlo. Questa con- dizione non è completamente accettata da Schlegel che vede l’Io nella continua ricerca del sé reale, e il cuore pulsante del Panteismo batte proprio all’interno dal realismo. Se panteistico è tutto ciò che designa l’immutabilità e la staticità del reale, l’identità tra Dio e Natura, solo attraverso di esso l’uomo è capace di raccontare in poesia il cosmo, essendo con esso e col suo creatore una cosa sola.
Nun sind ja geöffnet die himmlischen Tore
Was soll denn das bange Verzagen noch frommen?
(Ora sono aperti i cancelli del cielo cosa deve ancora temere il timorato?) Le porte del cielo si dischiudono. È il caos iniziale, un caos non distruttivo bensì generatore, non portatore di disordine ma quasi strutturato al suo interno; è una madre gravida pronta a generare un altro bambino. Solamente da questo caos può nascere e rinascere il mondo, 
 un mondo antico intriso di mitologia; questa nasceva selvaticamente ovunque il mondo sensibile le desse occasione di attecchire. La bellezza deriverà quindi dal caos che si trasformerà in armonia del tutto. Ecco perché non bisogna mai temerlo, ma andare incontro a questo luogo di gestazione dello spirito umano. Caduta ogni remora, cessato ogni timore si saranno risaliti gli abissi e il divino, apparentemente irraggiungibile, si paleserà a noi sotto forma di elementi naturali. A quel punto ad osservarli non saranno più gli occhi raziocinanti dell’uomo maturo, ma quelli ancora puri della nuova creatura; l’animo che accoglierà questo nuovo spirito sarà vergine e mosso da una sola forza che è l’Eros.
A questa l’essere umano deve appellarsi ogni qual volta l’ordine sterile e mortale della ragione lo obbligherà a percorrere sentieri che lo allontaneranno dalla sua forma originaria.
O wäret ihr schon zur Tiefe geklommen,
So sähet das Haupt ihr von Sternen umflogen
Und spielend um’s Herz die kindlischen Wogen,
Zu denen die Stürme des Lebens nicht kommen.
(Se avessi già risalito le profondità
, vedresti la stelle girare intorno la tua testa,
 e le fanciullesche onde, cui la tempesta della vita non è giunta, giocare col tuo cuore). In ogni uomo si cela qualcosa di primigenio, la forza dell’amore senza la quale sarebbe un corpo denudato del suo spirito, ma rievocandola torna ad essere immagine di purezza non ancora macchiata dall’onta della ragione.

14 – C. CIANCIO, Friedrich Schlegel – Crisi della filosofia e rivelazione, Mursia, 1984, pp. 136-137
(15)- Foto Musen Almanach für das Jahr 1802, pp155,156