Il Ciclo secondo Schubert
Se questo è l’ordine che Schlegel impose al suo ciclo non si può dire lo stesso del compositore che lo musicò. Tanto per cominciare non possiamo in realtà parlare di ciclo quando ci riferiamo ai Lieder di Schubert; questi non interpretò mai Abendröte nella sua interezza, forse perché ne venne in possesso in maniera disordinata o forse perché musicò la prima e la seconda parte in periodi troppo distanti l’uno dall’altro.Certo il disordine con cui la messa in musica avvenne spezzò quel filo conduttore così chiaro nelle intenzioni di Schlegel, basti pensare che ad essere composti furono per primi i Lieder della Zweiter Teil.
Schubert musicò Die Gebüsche-D646 nel Gennaio 1819. Seguirono nel Febbraio dello stesso anno Der Wanderer-D649 e Das Mädchen– D652. Nel Marzo del 1820 musicò alcuni componimenti della prima parte tra cui: Die Vögel-D691, Der Knabe-D692, Der Fluss.
Quasi certamente furono composte nello stesso mese anche Die Berge-D634, Die Rose-D745 e Der Schmetterling-D633. Sempre nel 1820 Schubert fece un passo indietro alla seconda parte del ciclo e musicò la bellissima Die Sterne– D684.
I testi dei Lieder, composti tra il 1819 ed il 1820, Schubert non poteva certo averli letti nella Gesamtausgabe, quindi le due uniche fonti possibili erano il Musen-Almanach e le due edizioni di Gediechte, una del 1809 e l’altra di Vienna del 1816. L’idea che questi Lieder potessero essere uniformati in un ciclo lo illuminò soltanto nel 1823, quando decise di musicare la poesia senza titolo che introduceva la prima parte e che egli stesso decise di chiamare col nome che Schlegel aveva dato all’intera opera: Abendröte.
Peccato però che nel frattempo gli altri Lieder erano già stati composti ognuno per sé, e che riunificarli avrebbe significato fare uno strano collage al di sotto del quale l’intento ciclico cerca tuttora di emergere. Come già detto, una delle possibili fonti da cui Schubert reperì i testi fu il Musen-Almanach 1802. Il ciclo apparve su questa rivista per intero, senza quindi essere diviso in Erster Teil e Zweiter Teil. Egli era quindi consapevole sin da principio della natura ciclica dell’opera ma preferì comunque pensare a tante piccole unità poetiche da musicare, a differenza di quel che avvenne per il ciclo Winterreise di cui ebbe inizialmente solo i primi dodici testi ma che affrontò da subito con ardore e passione facendone una delle composizioni liederistiche più intense e struggenti del suo tempo.
Se Schubert non assecondò appieno l’intento ciclico di Schlegel, interpretò però alla lettera l’idea di un creato unito in coro come una sola voce, un’unica voce che avrebbe cantato ogni Lied. Non fu un problema all’epoca proporre Das Mädchen o Die Rose ad un uomo, non c’era l’inibizione odierna e Vogl stesso non ebbe imbarazzo alcuno nel cantare Lieder con testi più adatti ad una donna.
L’Abendröte, visto con occhi moderni, calza perfettamente ad una voce femminile, ma le diverse tessiture usate da Schubert (note gravi in Abendröte e acute in Die Rose) fanno sì che sia quasi impossibile affidare l’esecuzione ad un’unica cantante. Le tonalità originali sono quindi state trasportate a seconda della necessità degli esecutori, facendo fallire così l’idea di ‘unica voce’ che il Maestro aveva in mente. Schubert non pensava certo a questa possibilità che avrebbe distrutto l’unica peculiarità che dava valenza al ciclo, ma tuttora l’unico modo per eseguire questi Lieder è di dividerli tra due o più cantanti lasciando al testo ed al pianista il compito di tracciare un continuum sensoriale, fatto di umori musicali e dinamiche ma anche e soprattutto di parole ed immagini legate alla natura, tra le cui righe si riesca ancora a leggere l’esaltazione dell’unità del creato.
“Schubert aderì al concetto dell’Ichgefühl (Io sento) pur non estremizzandolo, rimanendo sempre legato, particolarmente nella musica strumentale, ai suoi predecessori (Mozart in particolare). La sua personalità rimane ben definita e spicca in particolar modo nella produzione liederistica che non avverte l’influenza del pensiero altrui ed è permeata di aspirazione all’infinito ed ineffabile nostalgia (Folge treu dem alten Gleise. Whäle keine Heimat nischt!)1. La sua profondità si trova nella solitudine dolorosa del non riuscire a comunicare i sentimenti del suo spirito, condizione che lo rendeva alieno tra il suo stesso pubblico. Qui egli si confondeva e viveva come uomo umile, ma le altezze del suo animo erano tali da non consentire, se non a pochi, di comprenderlo.
C’è sempre un tema ricorrente in Schubert, proposto più volte, ora celato, ora
chiaro, ma comunque un punto di ritorno che vede il passato riaffacciarsi alla finestra del presente. In questo modo avviene una sorta di salvataggio del tempo, ed ogni singolo istante, musicato dalla melodia o dall’armonia, viene restituito all’eternità; un’eternità che fuori dall’universo schubertiano non sarebbe nulla, ma che proprio all’interno di esso sopravvive domandando, con compassionevole umiltà, di essere ascoltato.2 Così come il romanticismo schlegeliano è in antitesi con tutto ciò che è concluso, statico, e la certezza di essere giunti ad una rappresentazione completa di vita in qualsiasi opera d’arte altro non è che un’illusione sotto cui si cela la realtà del continuo divenire, così Schubert è un girovago che cerca dimora nel cuore degli altri per sostarvi e incamminarsi nuovamente verso un altro focolare. Un viandante che disegna i suoi percorsi, comodi od ostacolati, ora sovrastati da cieli sereni ora da nubi, e li restituisce in materia sonora con cambi irrequieti di tonalità e ritmi ostinati che suggeriscono un moto perpetuo inarrestabile.
Beethoven ist ein K’nig; sein Haupt schmückt die Krone, und seine Wohnung ist ein Pallast, der einsam und die Wolken regend auf hohem Berge steht. Wer wagt’s hinaufzu- klimmen, und bei ihm einzukehren? Schubert hingegen gesellt sich, einem schlichten Wanderer gleich, gern zu Menschen und verkehrt mit ihnen. Er hat keinen heigenen Herd, aber wo gefühlvolle Herzen wohnen, nimmt er gern ein Obdach an, und hinterlässt ein freundliches Andenken3.
(Beethoven è un Re; una corona orna il suo capo, la sua dimora è un palazzo, che solitario si erge tra le nuvole in cima ad un monte. Chi oserà arrampicarvisi e soggiornare presso di lui? Schubert invece, umile viandante, si mescola di buon grado agli uomini e si accompagna a loro. Egli non ha un focolare ma prende volentieri dimora dove vi siano cuori sensibili e lascia dietro di sé il ricordo di un amico). (Fine)
1 – Friedrich Schlegel, Der Wanderer, vv.4
2 – Rosa Mazzei “Il Ciclo Abendröte. Le poesie di Friedrich Schlegel nella Liederistica di Franz Schubert”. Pp 30,31
3 Wiener Bote, Beilage zu den Sonntagsblättern, 12. 12. 1847, 51 O. E. Deutsch, p. 206, n° 238
18 – Friedrich Schlegel, Der Wanderer, vv.4
19 – Rosa Mazzei “Il Ciclo Abendröte. Le poesie di Friedrich Schlegel nella Liederistica di Franz Schubert”. Pp 30,31
20 – Wiener Bote, Beilage zu den Sonntagsblättern, 12. 12. 1847, 51 O. E. Deutsch, p. 206, n° 238