Milano, Teatro alla Scala, Stagione d’Opera e Balletto 2025-2026
“DAS RHEINGOLD”
Prologo in un atto della sagra scenica in tre giornate e una vigilia Der Ring des Nibelungen
Libretto e musica di Richard Wagner
Wotan MICHAEL VOLLE
Donner ANDRÈ SCHUEN
Froh SIYABONGA MAQUNGO
Loge NORBERT ERNST
Alberich ÓLAFUR SIGURDARSON
Mime WOLFGANG ABLINGER-SPERRHACKE
Fasolt JONGMIN PARK
Fafner AIN ANGER
Fricka OKKA VON DER DAMERAU
Freia OLGA BESZMERTNA
Erda CHRISTA MAYER
Woglinde POLINA PASTIRCHAK
Wellgunde SVETLINA STOYANOVA
Flosshilde VIRGINIE VERREZ
Orchestra del Teatro alla Scala, con la partecipazione del Coro di Voci Bianche dell’Accademia Teatro alla Scala
Direttore Alexander Soddy
Regia David McVicar
Scene David McVicar, Hannah Postlethwaite
Costumi Emma Kingsbury
Luci David Finn
Coreografie Gareth Mole
Maestro di arti marziali e prestazioni circensi David Greeves
Videoproiezioni S. Katy Tucker
Produzione Teatro alla Scala (2024)
Milano, 1. marzo 2026
Il valore occasionale e retorico degli anniversari può anche stritolare il lavoro artistico e, subordinandolo al tempo che si ripete, sminuirne l’importanza e avvilirne la fruizione: centocinquant’anni della prima esecuzione bayreuthiana, cento anni del primo ciclo scaligero, tredici anni dopo l’ultimo Ring milanese (motivato, a sua volta, dal bicentenario della nascita di Wagner). Manca soltanto il dettaglio meteorologico, per ricordare che nel 2013 erano giorni di un luglio afoso quando si assistette allo spettacolo di Guy Cassiers, sotto il segno direttoriale di Daniel Barenboim …
Ancorare il Ring alle circostanze sarebbe come pretendere di individuare il giorno dell’anno più adatto a rievocare la Genesi o l’Iliade. Quello che davvero importa è che il Teatro alla Scala continui a progettare e riprogettare la Tetralogia, non come episodio puntuale, bensì redistribuendola nel corso di più stagioni per poi presentarla in cicli unitari, secondo le intenzioni dell’autore. David McVicar, che alla Tetralogia lavora ormai da circa vent’anni, deve aver certamente intravvisto tutti i rischi legati alle “circostanze”, “occasioni”, “contesti storici”, quando ha disegnato il Ring per la Scala con una struttura di spiazzante semplicità. Per il Prologo della sagra scenica (risalente a ottobre 2024) grandi oggetti simbolici colmano lo spazio (due mani aperte, un teschio spezzato longitudinalmente, un grande blocco praticabile con due rampe di scale che si perdono verso il cielo). La tinta cromatica di fondo è quella aureo-acquatica, sempre tra l’azzurro, il verde, il giallo, per poi lasciare intervenire anche altri colori più accesi. Insomma, una circolarità di colori che avvalora il messaggio di totalità, di inizio gravido di eventi, di universalità; in una parola, la forza totalizzante del mito, ça va sans dire, del peccato e della violenza.
I costumi atemporali, ma ammiccanti al fiabesco del Nord Europa, di Emma Kingsbury, vanno nella stessa direzione, mentre i danzatori che attorniano Loge sono il riflesso liturgico e rituale del mito. Sarebbe interessante far parlare i professori dell’Orchestra del Teatro alla Scala, perché raccontassero l’esperienza artistica e professionale di un Ring concertato in parallelo da due guide, Alexander Soddy e Simone Young (quest’ultima dirigerà il secondo ciclo nei giorni 10-15 marzo). La direzione di Soddy, oltretutto, andrà valutata complessivamente al termine del ciclo, ma sin dal Prologo è possibile stabilire alcuni elementi di un’impostazione precisa e coerente.
Con il preludio-origine del mondo prende anche avvio un trattamento delle famiglie strumentali funzionale all’espressione di quella “melodia infinita” che continua a costituire il tratto più radicale del Rheingold: il dialogo di viole e violoncelli, i glissandi dei fiati, la durezza delle percussioni, il vibrato dei violini (è già in nuce la tempesta che apre Die Walküre), tutto contribuisce a definire simmetrie e dinamiche interne alla partitura che vanno ben al di là del singolo Leitmotiv, isolato o preminente rispetto al resto del tessuto musicale. La ricerca di “funzioni espressive” all’interno dei vari gruppi degli archi si fa minuziosa e nitidissima dopo il rapimento di Freia, che in effetti è inizio di un altro episodio di violenza. Nel fluire di un’agogica molto variata (tempi scorrevoli, non rapidi, ma soggetti a numerosi ritenendo), non c’è né verismo né espressionismo: quella di Soddy è l’impersonalità del narratore di una fiaba o di un racconto arcaico, che non fa nulla per adattare la musica alla sensibilità o all’estetica postmoderne, ma la presenta in tutta la sua scabra urgenza allegorica.
Ed è per questo che riesce così affascinante; il direttore non è soltanto acclamato dal pubblico, ma addirittura accolto sul palcoscenico da un inchino di Michael Volle, il Wotan decano della compagnia vocale, che rende così omaggio aperto al giovane direttore. Lo stesso orientamento interpretativo si apprezza, a pari grado, nella compagnia vocale; in generale, infatti, i cantanti si attengono a uno stile declamato, rinunciando quasi sempre alla linea lirica (in particolare gli interpreti di Alberich, Mime e Loge). L’effetto può a volte urtare l’ascoltatore o risultare deficitario, ma – ancora una volta – è funzionale alla rappresentazione di un mito arcaico che il compiacimento e il manierismo potrebbero soltanto guastare.
Michael Volle è l’unico cantante di questa produzione che figurasse già tra gli interpreti del precedente Ring scaligero: è sempre il più applaudito, e giustamente, anche se a volte si limita a un’emissione prudente (domani lo attende Die Walküre). Molto tenorile l’Alberich di Ólafur Sigurdarson, magnifico per le doti espressive e il fraseggio graffiante; assai buona la coppia di bassi che dà voce ai giganti: Jongmin Park è un Fasolt splendido, che dimostra di essere davvero innamorato di Freia, mentre Ain Anger è un Fafner dal timbro più chiaro. Equilibrato (ossia non troppo lagnoso) il Mime di Wolfgang Ablinger-Sperrhacke. Corretta la Fricka di Okka von der Damerau, un po’ forzati gli acuti di Olga Bezsmertna (Freia), magnifica l’apparizione del mezzosoprano Christa Mayer come Erda.
Soavi e fatate le tre figlie del Reno, in puro stile Märchen, sia all’inizio durante le schermaglie con il Nibelungo (nessuna sciocca civetteria) sia alla fine, mentre piangono la mancata restituzione dell’oro, sotto il «ponte-arcobaleno, giubilantemente diatonico» (Mario Bortolotto, Wagner l’oscuro, p. 245). L’arte wagneriana, diceva Thomas Mann, è un «poetizzare l’intelletto»; ma quando si invera, nella pratica esecutiva, grazie archetipi mitici, si potrebbe anche dire che per l’ascoltatore è un costante “interrogare l’intelletto”: quello di ogni essere umano. (continua) Foto Brescia & Amisano © Teatro alla Scala
Milano, Teatro alla Scala: “Der Ring des Nibelungen” (1. “Das Rheingold”)