Milano, Teatro alla Scala: “Der Ring des Nibelungen” (3. “Siegfried”)

Milano, Teatro alla Scala, Stagione d’Opera e Balletto 2025-2026
“SIEGFRIED
Seconda giornata in tre atti della sagra scenica in tre giornate e una vigilia Der Ring des Nibelungen
Poesia e musica di Richard Wagner
Siegfried KLAUS FLORIAN VOGT
Mime WOLFGANG ABLINGER-SPERRHACKE
Der Wanderer (Wotan) MICHAEL VOLLE
Alberich ÓLAFUR SIGURDARSON
Fafner AIN ANGER
Erda CHRISTA MAYER
Brünnhilde CAMILLA NYLUND
Stimme des Waldvogels FRANCESCA ASPROMONTE
Orchestra del Teatro alla Scala
Direttore Alexander Soddy
Regia David McVicar
Scene David McVicar, Hannah Postlethwaite
Costumi Emma Kingsbury
Luci David Finn
Coreografie Gareth Mole
Maestro di arti marziali e prestazioni circensi David Greeves
Videoproiezioni S. Katy Tucker
Produzione Teatro alla Scala (2025)
Milano, 5 marzo 2026
Se nella prima giornata della Tetralogia il recitativo ha ancora un ruolo importante, permettendo ai cantanti di alternare declamato e canto spiegato, in Siegfried tale compresenza di codici espressivi viene meno, perché la dimensione narrativa si è fatta molto più unitaria: è il mondo della fiaba, del Märchen germanico, tutto ambientato nel bosco, con esseri umani bravissimi a controllare il soprannaturale e a dominarlo; draghi, canto di uccelli, lancia di Wotan, pareti di fuoco: Siegfried comprende (oppure no; non importa) e supera tutto. Non c’è dissidio dialettico nei racconti, come nei tetri dialoghi di Die Walküre, bensì ironia o pedestre meschinità (anche nel duetto con Erda, Wotan si illude di essere allegro e dare ordini). Prende forma la fiaba con finale lieto e diventano più chiare le impostazioni del regista e del direttore: per David McVicar il Siegfried è una composizione di spazi con oggetti simbolici e realistici; la fucina del I atto è un ambiente da commedia in cui Mime, armato di matterello, prepara focacce da cuocere insieme a Nothung; il II atto è quello più monumentale, dominato da un gruppo di tre enormi statue disposte in circolo e invase dalla vegetazione, che si aprono per lasciar serpeggiare lo scheletro di un drago, magistralmente mosso da otto figuranti neri (interludio grassoccio è l’alterco tra Mime e Alberich). Nel III atto le macchine barocche di Hannah Postlethwaite lasciano spazio alle allegorie, con l’incavo di mano in cui giace Brünnhilde e soprattutto con la gigantesca silhouette della testa della valchiria, sul cui sfondo si muovono i due eroi (come se tutto accadesse nella mente della donna). Alexander Soddy stupisce per la capacità di variare e alternare i volumi sonori e il colorismo dell’orchestra: nella scène de la forge rallenta il tempo per poter analizzare le componenti strumentali di certi temi noti (“impeto giovanile” e “gioia della vittoria”), cosicché, più che il martello o il trombone, si sentono le arpe (meravigliose!). Alla fine del II atto si è ascoltata una sinfonia da camera improntata al naturalismo e alla leggerezza, appena increspata dallo spassoso litigio dei fratelli nibelunghi. Il respiro del bosco e l’entusiasmo di Siegfried si concretizzano musicalmente nelle trame sottili degli archi, nell’emergere dello strumento solo, nella calligrafia nitida. Poi, giustamente, con il massiccio preludio al III atto, tutto cambia di nuovo: ed è un Wagner autenticamente sinfonico, richiesto da un gesto direttoriale più ampio, con le braccia spesso rivolte ai cantanti. E quando Siegfried attraversa il mare di fuoco si ripete il miracolo delle arpe, che fanno sentire e vedere ogni lingua di fiamma smossa dall’eroe. È ormai una dimensione tutta umana e affidata a un canto “melodrammaticamente” impostato. Dunque, adesso, per i cantanti è necessario concentrarsi sulla solidità della voce bene in maschera e su di un’impostazione stilistica coerente. Ci riesce, superando una certa freddezza iniziale, Klaus Florian Vogt, probabilmente il tenore wagneriano che oggi vanta il record di scritture per il ruolo di Siegfried. È vero che il suo timbro chiaro è all’inizio penalizzato dal confronto con quello dell’altro tenore, Wolfgang Ablinger-Sperrhacke (Mime); nei momenti a solo, però, è un Siegfried credibilissimo: lirico, senza essere né carezzevole né dolce, struggente quando soffre o invoca la madre, sempre genuino wonniges kind, “bimbo gentile”, come lo chiama Brünnhilde. La sintonia con la visione del regista è completa, giacché McVicar ha in mente un Siegfried spontaneo e umanissimo: che piange sul cadavere di Mime dopo averlo colpito, sopraffatto dal disgusto e dall’impulso a usare la spada. Vogt è vocalmente questo: cavata generosa, trasporto e naïveté (conserva i tratti che caratterizzarono il suo debutto alla Scala come Lohengrin nel gennaio 2007 e, ancor di più, il ritorno nel marzo 2013 come Erik in Der fliegende Holländer). Interessantissimo (e acclamatissimo) il Mime di Ablinger-Sperrhacke, vocalmente molto buono perché non è mai grottesco, e contiene le leziosaggini, affidandole più alla recitazione che non alla voce. Confermano la buona qualità della loro preparazione il Fafner di Ain Anger, l’acutissimo e spasmodico Alberich di Ólafur Sigurdarson (che non continuerà l’impegno in questo Ring nella Götterdämmerung) e la Erda di Christa Mayer. Ricchi di vibrato gli interventi di Francesca Aspromonte, che dà voce all’uccellino del bosco. Delle tre esecuzioni del primo ciclo, questa è senza dubbio la più festeggiata: le chiamate si ripetono anche dopo l’uscita individuale degli interpreti del II atto, e per Michael Volle, che si congeda dal Ring, l’ovazione è speciale. In effetti, in questo Siegfried il suo Wotan è stato stupendo, grazie a un canto arioso, una linea duttile e variegata, un fraseggio espressivo e un’inflessione finalmente autorevole e serena. È stato anche un momento di riparazione per Camilla Nylund (Brünnhilde), salutata da applausi prolungati e compatti; nell’“inno al sole” e nel lungo duetto con Siegfried ha restituito alla parte della valchiria tutta la necessaria nobiltà e solidità vocale. Significherà pure qualcosa il fatto che, proprio quando il giovane è sopraffatto dallo spavento per l’inaspettata scoperta della donna («Das ist kein Mann!») buona parte del pubblico si metta a ridere … Il culmine della vitalità (il ragazzino si accinge per la prima volta all’amplesso sessuale) fa sempre un po’ paura, ed è perciò che anche noi inconsciamente tentiamo di stornare il disagio con un sorriso. Ma l’armonia musicale conferma che Siegfried e Brünnhilde si stringono in un attimo «terreste e celeste, dei sensi e dell’animo: il momento della pienezza umana» (Teodoro Celli). (continua)   Foto Brescia & Amisano © Teatro alla Scala