Milano, Teatro alla Scala, Stagione d’Opera e Balletto 2025-2026
“GÖTTERDÄMMERUNG”
Terza giornata in tre atti della sagra scenica in tre giornate e una vigilia Der Ring des Nibelungen
Poesia e musica di Richard Wagner
Siegfried KLAUS FLORIAN VOGT
Gunther RUSSELL BRAUN
Hagen GÜNTHER GROISSBÖCK
Alberich JOHANNES MARTIN KRÄNZLE
Brünnhilde CAMILLA NYLUND
Waltraute / Die erste Norn CHRISTA MAYER
Gutrune / Die dritte Norn OLGA BEZSMERTNA
Die zweite Norn SZILVIA VÖRÖS
Woglinde LEA-ANN DUNBAR
Wellgunde SVETLINA STOYANOVA
Flosshilde VIRGINIE VERREZ
Orchestra e Coro del Teatro alla Scala
Direttore Alexander Soddy
Maestro del Coro Alberto Malazzi
Regia David McVicar
Scene David McVicar, Hannah Postlethwaite
Costumi Emma Kingsbury
Luci David Finn
Coreografie Gareth Mole
Maestro di arti marziali e prestazioni circensi David Greeves
Videoproiezioni S. Katy Tucker
Nuova produzione del Teatro alla Scala
Milano, 7 marzo 2026
Rosso e lanoso è il filo del destino che si spezza tra le mani delle Norne, accovacciate sotto la grande testa dietro la quale Brünnhilde e Siegfried vivono la loro gioia. Il viaggio dell’eroe sul Reno, però, congiunge il mondo mitico con la comunità politica, presso la corrusca reggia dei Ghibicunghi, stretta fra travature di legno e catene puntate sul mondo, come simbolo dell’ambizione di conquista (forme tozze che ricordano l’estetica di Die Nibelungen di Fritz Lang).
E poi l’oro, le maschere regali, i petali di rosa che piovono dal cielo sul corteo nuziale: sono i rituali politici la novità, a partire dal II atto della Götterdämmerung, del Ring di David McVicar alla Scala. Così si occultano, o si travestono, l’ipocrisia e i sordidi tradimenti; sullo sfondo, quasi sempre, lingue di fiamma, perché è un mondo senza dèi e già preda di una conflagrazione inevitabile. Klaus Florian Vogt segue l’evoluzione della partitura ed è un Siegfried vocalmente più virile e convincente; simula la voce quando assume le sembianze di Gunther, è anche buon attore e supera brillantemente la prova del III atto (il quartetto con le figlie del Reno e il canto aedico con i Ghibicunghi prima della morte; non limpido il do acuto della quarta aumentata discendente, con cui saluta l’arrivo di Hagen, ma non importa).
La vera eroina della serata è senza dubbio Camilla Nylund: dopo i duetti con Siegfried e con Waltraute (Christa Mayer, che sostituisce l’indisposta Nina Stemme), il pubblico sussulta sentendola preda della tosse e di un momentaneo abbassamento di voce, temendo il peggio. Invece, nella seconda parte del II atto, il soprano ritorna con la forza, vocale e attoriale, di una tigre, dissipando qualunque perplessità; e con la stessa veemenza e solidità vocale giunge alla fine dell’opera, confermando che il personaggio di Brünnhilde-non-più-valchiria è perfetto per le sue corde e il suo temperamento.
Signorile il Gunther di Russell Braun, dignitoso, volitivo e beffardo (senza essere istrionico come il suo predecessore nel prologo e nella seconda giornata) l’Alberich di Johannes Martin Kränzle: unico cantante (insieme a Michael Volle) che già prese parte al Ring scaligero del 2013 vestendo i panni dello stesso personaggio. Va crescendo la prestazione di Olga Bezsmertna nel doppio ruolo della terza Norna e di Gutrune, mentre è ottima la già ricordata Christa Mayer, che canta sia la prima Norna sia Waltraute (memorabile l’intensità della supplica a Brünnhilde). Il pubblico lo apprezza, ma Günther Roissböck (Hagen) continua a cantare con un’impostazione molto discutibile, con messe di voci fisse e petulanti, acuti stimbrati e scoperti.
Nuovamente magnifiche le figlie del Reno nel III atto, Lea-Ann Dunbar, Svetlina Stoyanova e Virginie Verrez, le cui armonie riportano l’opera al punto di partenza della Ringkomposition. Molto buona anche la prova del Coro del Teatro alla Scala preparato da Alberto Malazzi. Alexander Soddy conferma di essere un direttore costantemente capace di sorprendere: il suono complessivo della sua Götterdämmergung non è mai greve (in parte lo fu, e legittimamente, quello di Barenboim), perché ricerca sempre almeno un colore o un ritmo particolare, senza inseguire clangori monolitici. Il tempo pacato e l’ampio respiro orchestrale dell’introduzione alla seconda scena del I atto, per esempio, si impennano nel duetto tra i due eroi, per poi offrire un viaggio fluviale di Siegfried singolarmente baldanzoso, rapido, forte nelle sonorità.
Allo stesso modo la marcia funebre, ritmata dagli accenti inesorabili del timpano (scelta condivisa con la direzione di Simone Young), più che solenne glorificazione dell’eroe ucciso si trasforma in una marcia verso il supplizio per l’intera comunità (forse con una clausola un po’ troppo accelerata; motus in fine velocior?). In ogni caso, se nel ricordo di questo Ring dovesse imporsi un suono strumentale, sarà sicuramente quello delle arpe (insieme al prevedibile corno), sempre nitidamente presenti nei passaggi più drammatici o musicalmente intensi, in particolare durante la terza giornata. Che il Ring non sia semplicemente la somma di quattro opere è dimostrato dal “sentimento della fine”, che anche il pubblico tematizza; che sia invece un’unica, grande opera, che è giusto fruire di seguito, e doveroso festeggiare, è dimostrato dalla reazione finale degli spettatori della Scala, con dodici minuti di applausi entusiastici rivolti a tutti gli interpreti, al coro, al direttore.
Insomma, un successo straordinario che ricorda moltissimo quello tributato a Barenboim e alla sua compagnia tredici anni fa. Approssimandosi il culmine narrativo e musicale, è chiaro che il regista intenda svuotare il finale di ogni presenza materiale, umana o divina (anche Siegfried, quando muore, è solo sul palcoscenico): dopo l’uscita di scena di Brünnhilde, i tentativi di Hagen e Alberich di impadronirsi dell’anello, l’apparizione di Wotan sulla scalinata del Walhall (con la lancia che gli scivola giù per i gradini), l’unico personaggio a restare sulla scena è il tersicoreo che rappresenta l’oro del Reno: egli danza durante gli ultimi accordi della “redenzione d’amore” e continua a danzare per tre battute, nel silenzio, fino a quando la luce si spegne del tutto.
Non si dà alcuna umanità che esca purificata dall’olocausto; non è l’inizio della storia umana; non è neppure la catastrofe di un ciclo corredata da messaggio per il futuro. La dissoluzione è totale, ma affidata all’arte (allegoricamente espressa attraverso la danza), come unica realtà possibile; anche dopo la fine. Foto Brescia & Amisano © Teatro alla Scala
Milano, Teatro alla Scala: “Der Ring des Nibelungen” (4. “Götterdämmerung”)