Milano, Teatro alla Scala: Esa-Pekka Salonen e la Filarmonica della Scala

Milano, Teatro alla Scala, Stagione Sinfonica 2025-2026
Orchestra Filarmonica della Scala
Direttore Esa-Pekka Salonen
Corno Stefan Dohr
Maurice Ravel: Le tombeau de Couperin; Esa-Pekka Salonen: Concerto per corno e orchestra (Commissione Lucerne Festival, Finnland-Institut e Musikfest Berlin, Elbphilharmonie Hamburg, Boston Symphony Orchestra, Hong Kong Philharmonic Orchestra e Teatro alla Scala); Jean Sibelius: Sinfonia n. 5 in mi bem. magg. op. 82
Milano, 2 marzo 2026
Il legame tra Esa-Pekka Salonen e la Scala è indubbiamente legato ad alcuni spettacoli straordinari, di ricordi ormai annosi, come Una casa di morti del 2010 o Elektra del 2014. Il fatto che sia tornato per dirigere un concerto della stagione della Filarmonica proprio nei giorni del primo ciclo del Ring, di cui costituisce un intervallo deluxe, non può che tradursi in occasione fastosa, anche perché lo si apprezza nella doppia veste di direttore e di compositore. Imperturbabile come sempre, entra con scioltezza, l’aria rilassata di un eterno quarantenne di successo (che però tra due anni registrerà ufficialmente il settantesimo compleanno) e attacca senza indugio Le tombeau de Couperin, un titolo che sembra scelto apposta per essere rivoltato da cima a fondo. L’abilità di un direttore intelligente, unitamente a un’orchestra brillante, può sortire effetti miracolosi e inaspettati: Salonen stacca rapidissimo il Prélude. Vif iniziale, ne esalta le clausole delle frasi ascendenti, sfoga certe sonorità in modo apparentemente sciatto, come senza freni (in realtà, rispettando tutte le indicazioni della partitura), ed ecco un Ravel dirompente, privo di charme manierato, inaspettatamente consonante con Webern per accostamenti di volumetrie e sonorità. Poi è la volta di un suo Concerto per corno e orchestra, scritto su commissione di una serie di istituzioni musicali di mezza Europa (anche la Scala: un encomio), per il solista Stefan Dohr, primo corno dei Berliner Philharmoniker sin dal 1993: è la prima esecuzione italiana all’interno di una tournée internazionale in cui Salonen presenta la sua opera (la prima assoluta risale all’edizione 2025 del Festival di Lucerna). Dalle fattezze più che classiche, articolato in tre movimenti (I, II e III, senza altre indicazioni), il brano va crescendo quanto a volontà di coinvolgimento ritmico e percussivo: alla fine predomina lo scintillio di Dafnis et Chloé, quasi l’autore volesse concludere il concerto con un certo gusto pompier. Ma il nucleo (in II) è il tema d’apertura della IV Sinfonia di Bruckner: non citazione né parafrasi di uno dei temi più fortunati per corno solista, ma riscrittura allucinata, ripetuta come in un incubo o in un richiamo lugubre. Chi può dire se un musicista cólto come Salonen non pensasse all’olifante di Orlando, alla rotta di Roncisvalle: l’effetto è proprio quello di una richiesta disperata, di chi fa echeggiare il corno fino a che le tempie gli scoppino, come dice l’anonimo poeta medievale. In tutto questo, Stefan Dohr è portentoso per capacità espressiva, mimetica, traendo le sonorità dello strumento fino ai limiti delle sue possibilità tecniche e sonore. Se il concerto è “classico” tanto nella struttura come nello sviluppo (tematico e sintattico), la sua ispirazione è pervasa di nostalgia: per gli esercizi musicali dell’adolescenza, lo studio dei grandi maestri, insomma gli ascolti di una vita intera. Proprio come il Brahms del Trio dell’op. 40, per pianoforte, violino e corno, ossia gli strumenti che il compositore aveva imparato a suonare sin da piccolo. Il concerto di Salonen è come un’antologia della scrittura solistica per corno, basata sulle rimembranze, tra Haydn, Mozart e Bruckner, ma anche con qualche allusione ai borbottii di Fafner. Il pubblico scaligero applaude, dimostrando di apprezzare tanto l’esecutore quanto la musica (ma un signore della fila dietro dice al termine dell’intervallo: «Adesso ci dovrebbe essere un pezzo un po’ meno roccioso …»). È difficile affermare che la V Sinfonia di Jean Sibelius sia un capolavoro: fa l’effetto di un torso, o di un organismo che abbia perduto per la via un pezzo importante (lo scherzo?), maldestramente conclusa da un finale imbarazzante. Chi accusa Bruckner di essere naif dovrebbe riascoltare questo Allegro molto, il suo sviluppo e la coda, per avere un buon termine di confronto. Ma forse Sibelius, all’inizio del Novecento, si proponeva precisamente di essere il Bruckner finnico. Esa-Pekka Salonen estrae dalla partitura tutta la luminosità possibile e allarga il gesto direttoriale, ottenendo una magnifica risposta da parte dell’Orchestra Filarmonica della Scala: riscatto avvenuto con pieno successo, grande soddisfazione ed entusiasmo. Le attese delle ripetute chiamate sono però mortificate: nessun bis. Agli occhi della sobrietà e dell’intelligenza, è qualcosa di superfluo.   Foto Brescia & Amisano © Teatro alla Scala