Milano, Teatro alla Scala, Stagione d’Opera e balletto 2025/ 2026
“CHROMA”
Coreografia Wayne McGregor ripresa da Neil Fleming Brown
Musiche Joby Talbot, Jack White III
Interpreti: NICOLETTA MANNI, MARTINA ARDUINO, ALICE MARIANI, AGNESE DI CLEMENTE, TIMOFEJ ANDRIJASHENKO, CLAUDIO COVIELLO, DOMENICO DI CRISTO, MATTIA SEMPERBONI, VALERIO LUNADEI, GIOACCHINO STARACE
Scene John Pawson
Costumi Moritz Junge
Luci Lucy Carter
“DOV’È LA LUNA”
Coreografia Jean-Christophe Maillot ripresa da Bernice Coppieters
Musica Aleksandr Skrjabin
Interpreti: MARIA CELESTE LOSA, ROBERTO BOLLE, NICOLETTA MANNI, DOMENICO DI CRISTO, AGNESE DI CLEMENTE, GABRIELE CORRADO, SAÏD RAMOS PONCE
Pianoforte Leonardo Pierdomenico
Scene e costumi Jérôme Kaplan
Luci Dominique Drillot
“MINUS 16”
Coreografia Ohad Naharin
Musiche di Autori Vari Colonna Sonora da “Cha-Cha De Amor“, canzone popolare arrangiata da Dick: Dale, “Echad MiYodea” arrangiata e interpretata da Tractor’s Revenge e Ohad Naharin, Antonio Vivaldi, canzone di Arlen Harold arrangiata da Marusha, Asia 2001, Fryderyck Chopin
Corpo di Ballo del Teatro alla Scala
Costumi Ohad Naharin
Luci Avi Yona “Bambi” Bueno
Milano, 20 marzo 2026
Come ogni anno la Scala dà spazio a una serata contemporanea. Anche quest’anno, quindi, si stanno avvicendando sul palco, in questi giorni, tre coreografie nate negli ultimi decenni e che si stanno affermando come canoniche. I coreografi: McGregor, Maillot e Nahari; tre nomi, tre stili,
tre bagagli completamente differenti. Iniziando con Chroma di Wayne McGregor, registriamo, in prima battuta, una felice novità: rientra ufficialmente in scena Claudio Coviello dopo un infortunio (lo avevamo già visto danzare alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Milano-Cortina). Questa coreografia necessita di una grossa abilità tecnica: precisione, controllo muscolare e velocità, con posizioni portate quasi al limite. Infatti, presenta scelte estetiche dove predominano torsioni e contrasti tra fluidità e rigidità; il vocabolario combina elementi classici e contemporanei, con sequenze frammentate, ripetizioni e improvvisi cambi di direzione. Il movimento costruisce una tensione continua, sostenuta da una struttura musicale che a tratti assume dei caratteri quasi urticanti, e uno spazio scenico essenziale, privo di decorazioni superflue, dove le luci passano da tenui ad abbaglianti. I danzatori della Scala sono stati
interpreti altamente versatili, capaci di passare dalle dinamiche esplosive alle sospensioni controllate che impone McGregor. Superata la meraviglia della macchina scenica – che già avevamo conosciuto di recente sotto diversi aspetti, l’ultima volta a novembre alla Serata McGregor – ci chiediamo: Ma che vuol dire tutto ciò? La risposta la fornisce McGregor stesso: nulla. Un’ altra soluzione arriva forse da un signore che lo commentava in sala con un suo conoscente al primo intervallo: “Che energia!”. La serata è proseguita con Dov’è la luna di Jean-Christophe Maillot. Essa richiede un notevole controllo e precisione nei lavori soprattutto di coppia, oltre che una notevole attenzione per le dinamiche.
La coreografia è infatti giocata molto su simmetrie, incontri e allontanamenti, e su movimenti speculari per dipingere qualcosa nell’aria. Prevalgono, quindi, sequenze legate, variazioni ritmiche contenute e un uso espressivo dello spazio. Questo dialogo costante tra corpi raggiunge un certo grado di liricità nel duetto con degni protagonisti Roberto Bolle e Domenico Di Cristo: è il momento in cui il linguaggio della coreografia sembra farsi più raffinato, ma pure quello che più ci ha ricordato, come ispirazione, il combat des anges di Roland Petit. Ha chiuso la serata Minus 16 di Ohad Naharin. Nata nel 1999 a Tel Aviv, e approdata subito in Olanda, dopo ben 27 anni arriva alla Scala. È una coreografia che, a detta di Naharin, gli permette di familiarizzare con danzatori che non hanno mai affrontato GAGA, il linguaggio che ha sperimentato negli anni. Muoversi per lui nasce da un’intenzione semplice, per esempio reagire a uno stimolo immaginato: come se qualcosa tirasse in una direzione, attraversasse il corpo o costringesse a cambiare ritmo, così ci si muove per rispondere a quella sensazione,
non per eseguire una forma precisa. A tratti vediamo parallelismi con la biomeccanica di Mejerchol’d, sul lavoro di azione e reazione. Se Mejerchol’d punta a precisione e ripetibilità del gesto, mentre Naharin a variabilità e assenza di forme prestabilite, mantenendo il movimento aperto e in trasformazione, esso, però, deve pur essere comunque ripetibile, altrimenti non potrebbe andare in scena. All’inizio del secondo intervallo, molti spettatori sono in coda per la toilette, a sgranchirsi le gambe, o a bere un prosecco. Un ballerino, se non andiamo errati, Francesco Mascia, è invece immobile fuori scena, poi accenna dei movimenti: passetti di danza, la macarena, twerka, e così via; si apre il sipario, nel silenzio bisbigliante, le luci ancora tutte accese, parecchia gente ancora in giro; fa un manège di grand jeté, altri passi frenetici senza schema, mima amplessi, posizioni da body builder, nuoto sfrenato! E il pubblico risponde. Ad un certo punto, in pochi minuti si riempie la scena; le luci sfumano; la fine dell’intervallo si fonde con l’inizio della rappresentazione. Tutto inizia prima dello spettacolo, quindi: non
allontanatevi dal vostro posto! Passi interessanti e toccanti non sono mancati: soprattutto l’esplosività dei momenti iniziali e quelli sul Nisi Dominus di Vivaldi. L’acme, quasi dissacratorio, arriva con l’accensione delle luci in sala, i danzatori che scendono in platea e portano sul palco persone del pubblico per ballare. Tutto termina con applausi scroscianti e un buon umore che aleggia nella folla, dal foyer alle scale delle gallerie; e non fa male, dati i tempi che corrono. Se alcune scelte estetiche necessitano tempo per essere digerite, richiami, come quello che ci è sembrato di vedere in Maillot di Roland Petit – continuando su quella sorta di sentiero che si sta percorrendo, e potremmo chiamare dei “passi a due maschili” (quasi per compensare una questione di genere ribaltata) – ha fatto ricordare con nostalgia alcune creazioni: di Petit, ma pure di Béjart: in special modo Le chant du compagnon errant, un emozionante colloquio a due che manca in Scala dal 2011: forse troppo tempo! Ad ogni modo, senza indugiare troppo nel fare i nostalgici, questa serata vede l’energia (forse fin troppo chirurgica in Chroma) di McGregor, l’intimismo “post-neoclassico” di Maillot, e lo sperimentalismo a tratti caotico di Naharin, quasi vivesse un nuovo periodo di avanguardie. Ai posteri l’ardua sentenza! Prossime repliche 24, 27, 28 marzo. Foto. Brescia – Amisano © Teatro alla Scala
Milano, Teatro alla Scala: McGregor / Maillot / Naharin