Milano, Teatro Menotti, Stagione 2025/26
“MEPHISTO. ROMANZO DI UNA CARRIERA”
di Klaus Mann
Hendrik Höfgen WOODY NERI
Lotte Lindenthal GIULIANA VIGOGNA
Juliette Martens/ Hans Miklas GABRIELE GASCO
Nicoletta von Niebuhr RITA CASTALDO
Otto Ulrichs SAMUELE FINOCCHIARO
e la voce di LINO MUSELLA
Adattamento teatrale di Andrea Baracco, Maria Teresa Berardelli
Regia Andrea Baracco
Ideazione scene e costumi Marta Crisolini Malatesta, Francesca Tunno
Suoni e musiche Giacomo Vezzani
Video Luca Brinchi, Daniele Spanò
Disegno luci Orlando Bolognesi
Produzione Pierfrancesco Pisani e Isabella Borettini per INFINITO, Compagnia Mauri Sturno, MAT – Movimenti artistici trasversali e Tieffe Teatro
Milano, 12 marzo 2026 – per le altre date della tournèe qui
Quante volte si è detto che il talento dei padri difficilmente si ritrova nei figli! Ebbene, un’eclatante eccezione a quest’aurea regola dell’arte è rappresentato da Klaus Mann, figlio del monumento della letteratura tedesca Thomas, e nipote del non altrettanto grande, ma comunque sensibilissimo letterato, Heinrich: la ricca produzione di Mann iunior rivela, infatti, una consapevolezza letteraria e politica, oltre a una statura personale, che lo dovrebbe ascrivere di buon diritto nell’empireo della letteratura europea del Novecento. Primo personaggio pubblico tedesco dichiaratamente antinazista (col romanzo “Fuga al Nord” del ’34), pagò fino all’ultimo la sua convinta visibilità politica. E come ogni grande autore che si rispetti, anche Klaus Mann ci ha lasciato un capolavoro, summa del suo acume politico e della sua sofferenza esistenziale: “Mephisto”, biografia di Gustaf Gründgens, attore tedesco che attraversò la parabola hitleriana, così come la disgregazione postbellica della Germania, in un costante cono di ambiguità personale ed ideologica – che, come prevedibile, Mann rischiara, rivelandone l’omosessualità, la connivenza al regime, il desiderio di imporsi ad ogni costo sulla scena nazionale. Dopo la guerra, Mann tentò di far uscire il romanzo in Germania, ma l’influenza che Gründgens ancora esercitava sulla cultura tedesca era tale da far mettere al bando l’opera – sebbene il suo nome nell’opera fosse stato cambiato in Hendrik Höfgen. Questa notizia colse Mann nel ’49 in villeggiatura a Cannes, dove si procurò un’overdose di barbiturici e dove ancora riposa. Nel 1980 cadde il diktat editoriale e “Mephisto” conobbe una trasposizione cinematografica di enorme successo (con tanto di Premio Oscar al miglior film straniero); tuttavia, assurdamente, cadde anch’essa nell’oblio nel giro di pochi anni – oggi in Italia non è disponibile su nessuna piattaforma, né in dvd – a riprova dell’imbarazzo che ancora oggi può generare questa vicenda, che, mutanda mutandis, è comune a ben più di un artista o intellettuale del nostro tempo. Questa lunga introduzione ci è parsa essenziale per cogliere l’importanza culturale della produzione di “Mephisto. Romanzo di una carriera” sulle scene nostrane, voluta da Andrea Baracco (regista e curatore dell’adattamento teatrale del romanzo, con Maria Teresa Berardelli): si può, oggi, si deve, parlare di Klaus Mann e ridiffondere le sue opere, il suo pensiero radicale ed umanissimo. Per questo è da apprezzare sicuramente il tono altamente divulgativo scelto da Baracco per lo spettacolo, distante da sperimentazioni cerebrali o estreme, che consente al grande pubblico di approcciare la storia del protagonista e la sua degenerazione morale dovuta all’ossessione per il pubblico riconoscimento; l’adattamento, inoltre, non tralascia i personaggi più rilevanti che gravitano attorno a Höfgen: il socialista Otto Ulrichs (ben interpretato con misura da Samuele Finocchiaro), la compagna e confidente Nicoletta von Niebuhr (incarnata con credibilità da Rita Castaldo), il nazista Hans Miklas deluso dall’irregimentazione dell’ideale (Gabriele Gasco, sulla cui performance torneremo più avanti). Com’è naturale, anche la sceneggiatura cinematografica di István Szabó ha influenzato il testo, nel personaggio dell’attrice di regime Lotte Lindenthal, portata in scena un po’ sottotono da Giuliana Vigogna, che pare non entrare in contatto davvero col personaggio, rifugiandosi in toni e movenze un po’ di prammatica; infine, Baracco sceglie di “svelare” il personaggio della prostituta Juliette, che Mann descrive di colore, per significare lo stigma sociale a lei legata, ma che in realtà si trattava di un ragazzo con cui il protagonista intratteneva una relazione: Gabriele Gasco lo interpreta con grande coinvolgimento, soprattutto fisico, in grado di regalarci un paio di scene parimenti intense e disturbanti, senza mai scadere nel macchiettistico; il contrasto poi con la rigidità del nazista Miklas, fa emergere ancor più la versatilità artistica di Gasco, che risulta ugualmente centrato anche in questo ruolo. L’intero spettacolo si sorregge, naturalmente, su Woody Neri, nel ruolo del protagonista, che il testo eviscera bene, nelle sue contraddizioni, ma che non sembra davvero appartenere a Neri, molto più a suo agio nella prima parte dello spettacolo – quello dell’Hendrik ancora progressista, antiborghese e insicuro nella sua posizione professionale – piuttosto che nella seconda, nella quale l’interprete non sembra davvero approfondire il ruolo, abbracciare la tenebra, rendersi mostruoso dietro il trucco faustiano, ma, al contrario, si rifugia in qualche manierismo di troppo, de facto sgonfiando un crescendo che non esplode mai. A dire il vero, sul piano drammaturgico, questo problema affligge l’intero spettacolo: a metà strada tra la narrazione e il dramma psicologico, tra la denuncia e la rappresentazione, tra la storia nel e quella del romanzo, ci troviamo di fronte a una creatura teatrale ibrida, di facile ricezione (potrebbe avere un grande successo, ad esempio, con le scolaresche), ma anche di rassicurante tepore – e non potremmo immaginare cosa più distante dalla natura dell’opera, del suo autore, della sua vicenda. Insomma, a parte qualche bacio omosessuale, e un paio di proiezioni AI di Göring e Hitler, questo “Mephisto” non fa davvero paura, non annoia (grazie sia alla storia che agli interpreti), ma nemmeno brilla (l’impianto scenico è abbastanza fisso, scene e costumi di Marta Crisolini Malatesta e Francesco Tunno sono semplici e aderenti alla storia, le luci di Orlando Bolognesi non paiono sempre a favore del cast o della regia). Tuttavia, come già detto, questo spettacolo ha un innegabile valore divulgativo e culturale in se, giustamente posto in evidenzia dalla linearità strutturale e dalle semplici interpretazioni del cast. Il pubblico, infatti, apprezza molto, si interroga, si confronta, alla fine della recita. E così deve essere. Foto Manuela Giusto
Milano, Teatro Menotti: “Mephisto. Romanzo di una carriera”