Modena, Teatro Comunale: “Le Carnaval, Mascarade Royale”

Modena, Teatro Comunale di Modena, Stagione Opera 2025/2026
LE CARNAVAL, MASCARADE ROYALE”
Opéra-ballet su libretto di Philippe Quinault
Musica di Giovanni Battista Lulli
Première dessus VALERIA LA GROTTA
Deuxième dessus GIUSEPPINA BRIDELLI
Haute-contre PHILIPPE TALBOT
Taille CYRIL AUVITY
Premier basse BIAGIO PIZZUTI
Deuxième basse ALEXANDRE BALDO
“Modo Antiquo”
Coro I Musici del Gran Principe
Direttore Federico Maria Sardelli
Assistente direttore e direttore del Coro Samuele Lastrucci
Regia, scene Emiliano Pellisari
Costumi Nora BujdosoDaniela Piazza
Luci Emiliano PellisariGregory Zencher
Coreografie Emiliano PellisariMariana Porceddu
Danzatori della Compagnia NoGravity Theatre
Nuovo allestimento in coproduzione Fondazione Teatro Comunale di Ferrara, Fondazione Teatro Comunale di Modena, in collaborazione con Orchestra Modo Antiquo e NoGravity Theatre
Modena, 1 marzo 2026
Le Carnaval, Mascarade Royale, pasticcio inedito del gran Jean-Baptiste de Lully: oh, pardon, Giovan Battista Lulli, com’è nato, a Firenze, e come recitano autarchicamente programma di sala e locandine. Il pasticcio, già nella cucina rinascimentale, è un piatto di stravagante ricchezza, caratterizzato dalleterogeneità dei suoi ingredienti: e lo sa bene Federico Maria Sardelli, ché anche di antiche pratiche culinarie sintende. Dunque, gli ingredienti: trattasi, da didascalia, di un opéra-ballet su libretto di Quinault, ma composto da entrées di varia provenienza, e così vi sono musiche di scena per testi suoi, ma anche di Benserade e Molière, nientemeno. I pezzi più celebri e riconoscibili (per il pubblico più preparato, almeno) provengono proprio dalla Comédie Balet (sic) di questultimo, Le Bourgeois Gentilhomme, ivi compresa la celeberrima Marche pour la Cérémonie des Turcs (spesso eseguita con piglio imperioso, marziale, quasi aggressivo, e che qui invece Sardelli, con sottile ironia, riconduce alla sua sorniona leziosità profumata desotismo). Il motore immobile di questa prima mondiale in tempi moderni (o, meglio: questa di Modena è già la seconda, perché la prima è stata quella ferrarese), dopo lideatore del progetto Marcello Corvino e il curatore delledizione critica Bernardo Ticci, è proprio Sardelli, fondatore, con Samuele Lastrucci, dellIstituto Giovanni Battista Lulli, nato nel 22 a Firenze con lambizione di promuovere la conoscenza di un protagonista capitale nella storia della musica occidentale. Le mani affilate svolazzano sguizzanti, lievi ma volitive, taglienti, intrecciando talvolta aeree spirali dacanto, disegnando talaltra arricciate e spumeggianti volute. Oppure, e meglio ancora, come dando con spavalda sicumera quel tocco di biacca che rende così irrealistico e credibile il riflesso della luce sul sinistro velluto oscuro dun togato veneziano, o quel tocco d’inverosimile rosa che, slanciato nel cielo a guisa dimprobabile cirro, rende così verosimile lassurdo e capriccioso vedutismo sottostante: e anche questo Sardelli lo sa bene, perché persino di pratiche pittoriche sintende. Paragone non qui evocato per pura retorica: se quella stessa economia di mezzi e spregiudicata spavalderia nel farvi ricorso che s’è tentato di descrivere si ritrovi nellorchestra di Lulli (qui incarnata dallOrchestra Modo Antiquo), inventore primiero della sensibilità tutta francese per le nuances e gli impasti timbrici; o, per tornare in cucina, delle spezie. Ottima la qualità delle “materie prime”. Valeria La Grotta, Première dessus, ha timbro incantevole e zuccherino e canta con deliziosa levità; mentre Giuseppina Bridelli, Deuxième dessus, sfoggia pasta vocale tornita e corposa, morbidamente e placidamente timbrata. Cyril Auvity, Taille, ha voce di bella grana spessa e al contempo brillante; Philippe Talbot, Haute-Contre, timbro più lucido e ottimamente proiettato, ma entrambi accentano con le stesse espressione e proprietà stilistica. E ancora Biagio Pizzuti, Premier Basse dalla timbratura luminosa e rotonda, e Alexandre Baldo, Deuxième basse di voce più asciutta ma ottimamente proiettata, di sicurissima tempra e scurissima tinta. Quanto allo spettacolo: è bellissimo a vedersi, tanto per cominciare. Poi si legge nelle note di regia che lintenzione è di produrre anzitutto il compiacimento estetico di chi guarda; e solo poi, in seconda istanza, tentar di veicolare con qualche spunto, con qualche accenno, con qualche ammiccamento, un tipo di messaggio o di contenuto (scusate lespressione) culturale: badando bene di non risultare didascalici. Incredibile dictu, tali note di regia non sono lelenco dei buoni propositi disattesi, ma descrivono il lavoro effettivamente svolto, e con successo, dal loro estensore: Emiliano Pellisari, che firma anche limpianto scenico (consustanziale alla regia) e, insieme a Marianna Porceddu, le coreografie; i costumi sono invece di Nora BujdosoDaniela Piazza. Arduo esercizio, e sterile, il tentare di tracciare precisi confini d’autorialità in così coesa produzione. I corpi dei Danzatori della Compagnia NoGravity Theatre, riflessi da una superficie specchiante inclinata, appaiono sospesi a mezzaria mentre con gran sprezzatura (nel senso barocco del non dare a vedere lo sforzo delle proprie prodezze) si contorcevano sul pavimento. Apoteosi, quindi, del barocco: la meraviglia, lillusione, la spettacolarità, la festa. E apoteosi del pubblico, numeroso ed entusiasta. E poi c’è chi ancora dice che tanto alla fine piacciono solo i soliti titoli: ma se lo dice allo specchio. Foto Rolando Paolo Guerzoni