Modena, Teatro Comunale: “L’Italiana in Algeri”

Modena, Teatro Comunale di Modena, Stagione Opera 2025/2026
L’ITALIANA IN ALGERI
Dramma giocoso in due atti su libretto di Angelo Anelli
Musica di Gioachino Rossini
Mustafà GIORGIO CAODURO
Lindoro RUZIL GATIN
Isabella LAURA VERRECCHIA
Elvira GLORIA TRONEL
Taddeo MARCO FILIPPO ROMANO
Haly GIUSEPPE DE LUCA
Zulma BARBARA SKORA
Orchestra dellEmilia-Romagna Arturo Toscanini
Coro “Claudio Merulo” di Reggio Emilia
Direttore Alessandro Cadario
Maestro del coro Martino Faggiani
Regia Fabio Cherstich
Scene Nicolas Bovey
Costumi Arthur Arbesser
Luci Alessandro Pasqualini
Nuovo allestimento in Coproduzione Fondazione I Teatri di Reggio Emilia, Fondazione Teatri di Piacenza, Fondazione Teatro Comunale di Modena, Fondazione Ravenna Manifestazioni/Teatro Alighieri, Fondazione Haydn di Trento e Bolzano, Teatri di OperaLombardia
Modena, 6 marzo 2026
Quello del teatro è un vecchio gioco. E questo vale soprattutto per il genere comico: di tutti, forse, il più conservatore. Come cambiano le fogge degli abiti secondo le mode, ma inalterate restano le forme dei corpi che li portano; così s’aggiorna il teatro comico, costruito però sempre sugli stessi schemi, sugli stessi topoi. Ad animarli c’è tutto il vitalismo sornione e disincantato di Rossini, il palpitare straripante e cieco, disinteressato, della vita, che trascina con sé i destini di ciascuno. Buon per chi saprà adattarsi e trarre il proprio vantaggio: trionfa lo scaltro pragmatismo femminile. Il regista Fabio Cherstich mantiene di algerino la luce caldissima e abbagliante, un fez per Mustafà, e le palme, stilizzate con garbo nellimpianto scenico di Nicolas Bovey. Al centro della scena e dellopera c’è invece il cantiere infinito di una villa in costruzione, abitato da svogliati lavoranti e da uno straordinario servo acrobata, Julien Lambert, che diventa de facto un coprotagonista al fianco dei cantanti, che con lui duettano i proprî momenti solistici. Legittimo il sospetto che linfilata di gags nasconda ben poco, ma indubbio che siano divertenti, ben congegnate, sostenute da un ritmo incalzante e da una salda grammatica teatrale. Lo stesso vale per la già citata scena, curatissima fino al minimo elemento di attrezzeria, e per i costumi di Arthur Arbesser, che nonostante il contesto dichiaratemene kitsch conservano una loro cifra trendy. Esilarante poi il Coro Claudio Merulo di Reggio Emilia (tutto maschile), in abiti femminili, coi foulards annodati sotto le barbe. L’Orchestra è la Toscanini dellEmilia-Romagna (non la Filarmonica), diretta da Alessandro Cadario con piglio saldo, bel nitore, e soprattutto buonsenso. Nel cast spicca su tutti, inutile dirlo, Marco Filippo Romano. Ineccepibile musicista, sillabati ineguagliati e squisitamente sfumati despressioni e dintenzioni, in scena è sempre brillante ma mai sopra le righe: non accetterebbe mai di strappare una risata in più a prezzo di indulgere alleccesso caricaturale, al cattivo gusto. Ha tali e tante qualità di cantante che gli si perdonerebbe volentieri qualche debolezza di natura vocale: e invece ha voce notevole e ottima proiezione del suono. Giorgio Caoduro unisce a voce morbida e corposa lodevoli accenti vagamente bruscantineggianti: facendo del suo Mustafà, in qualche modo, una sorta di analogo specchiato del Taddeo di Romano: dunque una coppia seria, contralto e tenore, contrastata da una buffa, basso e buffo. Insomma rende il personaggio forse un po’ più simpatico, ma decisamente più innocuo. Laura Verrecchia si conquista il suo protagonismo con voce ampia e capace di un canto sensibilissimo al colore, ma soprattutto per la timbratura ombrosa, il suono ben coperto, rotondo e sottilmente sensuale. Il suo Lindoro, Ruzil Gatin, non manca della fiammante emissione che gli conosciamo né della sua connaturata brillantezza, ma della sua consueta spavalderia sì: dev’essersi trattato di una serata in cui i passaggi più scoperti richiedevano un approccio a dir poco esitante. Giuseppe De Luca è un ottimo Haly, di voce pastosa e che sallarga quasi con pudore, nonché di sciolta presenza scenica. Se quello di rompere il timpano a Mustafà (ma a lui solo) è proprio il compito della sua Elvira, Gloria Tronel l’adempie appieno, ma con voce davvero assai pungente. A consolarla Barbara Skora, sua buona Zulma. Resta la sgradevole sensazione che il giubilante tributo da parte del pubblico non sia del tutto una sincera espressione di piena soddisfazione: ma che nasconda, dietro una insolita tolleranza, una modesta considerazione del titolo. Foto Andrea Mazzoni