Napoli, MANN
PARTHENOPE. Materia del mito e forma dell’immagine
Francisco Bosoletti al MANN
Napoli, 29 marzo 2026
Ci sono immagini che non appartengono più alla storia dell’arte, ma a qualcosa di più profondo e insieme più fragile: la consuetudine. Parthenope è una di queste. Tutti credono di conoscerla, pochi saprebbero davvero descriverla. È il destino dei miti troppo frequentati: si consumano non per oblio, ma per eccesso di presenza. Intervenire su una figura simile, a Napoli, significa accettare una sfida che è prima di tutto di misura. Ed è proprio su questo terreno che si muove Francisco Bosoletti, chiamato a lavorare nell’atrio del Museo Archeologico Nazionale — uno spazio tutt’altro che neutro, perché è lì che lo sguardo si prepara, che si dispone all’antico, che si lascia lentamente disciplinare.
Nato e cresciuto ad Armstrong, nella provincia argentina di Santa Fe, Bosoletti porta con sé uno sguardo che conserva una qualità quasi originaria: una limpidezza percettiva che si riflette nella sua capacità di cogliere il dato umano e naturale senza sovrastrutture. La sua pittura, pur inscrivendosi in una tradizione figurativa riconoscibile, si presenta come una forma di ibridazione continua — simile, per molti aspetti, a quella dei corpi e delle identità che attraversano i territori migranti. Nulla è mai completamente stabile: ogni elemento, anche il più minimo, può assumere una densità inattesa. Un dettaglio — un fiore, una corda, un frammento di volto — si carica così di una pregnanza che eccede la sua funzione descrittiva. I corpi che Bosoletti dipinge non sono mai semplicemente rappresentati: sono trattenuti in uno stato di sospensione, come se emergessero da una memoria fragile, esposti a una malinconia sottile che non è mai retorica, ma appartiene alla condizione stessa dell’esistenza. Questa sensibilità si riflette anche nel modo in cui l’artista interviene nello spazio urbano. I suoi murales non si impongono ai luoghi, ma li attraversano con discrezione, rispettandone la memoria e accompagnando il tempo che li modifica. Le immagini appaiono e scompaiono, si lasciano consumare, riaffiorano in modo inatteso, come se appartenessero a un presente continuo in cui permanenza e dissoluzione coincidono.
Il passaggio al contesto museale non interrompe questa logica, ma la traduce in una forma diversa. La grande tela su cui Bosoletti interviene al MANN — circa quarantacinque metri quadrati — non si offre come immagine immediata. E questo è il primo dato significativo. L’artista non costruisce una figura riconoscibile, non restituisce una Sirena nel senso iconografico del termine. Lavora piuttosto per approssimazioni, per emersioni parziali, lasciando che l’immagine si formi lentamente, senza mai dichiararsi del tutto. Dal punto di vista tecnico, il procedimento è tanto semplice quanto rigoroso: stratificazione, velature, cancellazioni. La pittura si costruisce per accumulo, ma anche per sottrazione, come se l’immagine dovesse essere trovata più che inventata. In alcuni punti si addensa, in altri si rarefà, creando una superficie instabile che non concede allo sguardo un appiglio definitivo. Non c’è contorno che tenga, non c’è linea che chiuda. Tutto resta in sospensione.
Ed è proprio qui che si coglie la qualità del lavoro. Bosoletti non forza l’immagine, non la definisce, non la rende immediatamente leggibile. Accetta, al contrario, che Parthenope resti ciò che è sempre stata: una figura sfuggente, mai del tutto afferrabile. La scelta di lavorare sotto gli occhi del pubblico aggiunge un elemento ulteriore, ma va intesa con attenzione. Non è una concessione spettacolare. È piuttosto una dichiarazione di metodo. L’opera non esiste come oggetto finito, ma come processo visibile. Chi entra nell’atrio del MANN non vede un’immagine, ma assiste al suo farsi — e questo comporta una responsabilità diversa dello sguardo. Si vede la pittura che cambia, che si corregge, che si ripensa. Si vede il tempo. E proprio in questa dimensione percettiva si inserisce uno degli aspetti più profondi della ricerca dell’artista. Le sue immagini non chiedono di essere riconosciute, ma di essere scoperte. Lo sguardo, abituato a visioni immediate e spesso urlate, è costretto a rallentare, ad affinarsi.
Le figure emergono lentamente dallo sfondo, quasi sotto la soglia della coscienza, attivando una percezione più sottile, meno rassicurante e proprio per questo più autentica. Sono apparizioni, più che rappresentazioni. E come tali non si esauriscono nella visione, ma si depositano nella memoria, si intrecciano alle emozioni, riattivano qualcosa di intimo e difficilmente nominabile. Il soggetto, il tuffo della Sirena, è trattato con la stessa cautela. Nessuna enfasi narrativa, nessuna teatralità. Piuttosto, una tensione trattenuta: un corpo che sembra sul punto di cadere, o forse già in caduta, ma senza mai trasformarsi in scena. È un movimento che resta interno alla pittura, non si traduce in racconto. Questo atteggiamento dice molto anche dell’idea di mito che attraversa il lavoro. Per Bosoletti il mito non è un repertorio di immagini da citare, ma una materia instabile da rimettere in gioco. Non interessa restituire Parthenope “come era”, ma verificare se sia ancora possibile vederla oggi senza ricadere nella ripetizione. In questo senso, il dialogo con la mostra Parthenope. La Sirena e la città, che aprirà nelle stesse settimane, è particolarmente interessante.
Da una parte, un percorso che ricostruisce con rigore la lunga storia iconografica della Sirena, dall’altra un’immagine che rifiuta ogni sistemazione definitiva. Non si tratta di un contrasto, ma di una tensione produttiva. Laddove la mostra organizza, la pittura disorganizza; laddove l’archeologia chiarisce, l’immagine contemporanea introduce un margine di dubbio. E forse è proprio questo margine a restituire al mito una qualche vitalità. Alla fine, ciò che resta non è tanto una figura, quanto un’esperienza dello sguardo. Parthenope non si lascia fissare, non si concede come immagine stabile. Bisogna tornare, riguardare, accettare che qualcosa sfugga. Ed è forse proprio qui che si misura la qualità del lavoro di Bosoletti. Nella capacità di non chiudere l’immagine, di non esaurirla, di lasciarla aperta. In un contesto come quello del MANN, dove tutto tende alla definizione, questo gesto ha un valore preciso. Non aggiunge un’immagine al mito. Riapre il mito all’immagine.
Napoli, MANN: “Parthenope. Materia del mito e forma dell’immagine. Francisco Bosoletti al MANN”