Parigi, Opéra Bastille: “Nixon in China” di John Adams

Parigi, Teatro dell’Opéra Bastille – Stagione Lirica 2026
NIXON IN CHINA”
opera in tre atti su libretto di Alice Goodman
Musica di John Adams
Richard Nixon THOMAS HAMPSON
Pat Nixon RENÉE FLEMING
Chou En-lai XIAOMENG ZHANG
Henry Kissinger JOSHUA BLOOM
Mao Tse-tung JOHN MATTHEW MYERS
Chiang Ch’ing CAROLINE WETTERGREEN
le segretarie di Mao AEBH KELLY, NING LIANG, EMANUELA PASCU
Orchestra e coro de l’Opéra National de Paris
Direttore Kent Nagano
Maestro del coro Alessandro Di Stefano
Regia Valentina Carrasco
Scene Carles Berga, Peter Van Praet
Costumi Silvia Aymonino
Luci Peter Van Praet
Sound design Mark Grey
Allestimento de L’Opéra National de Paris
Parigi, 20 marzo 2026
L’esordio nel 1987 di Nixon in China provocò reazioni contrastanti, negative soprattutto da parte di ciò che rimaneva delle avanguardie storiche. Ma l’impatto sul pubblico fu immediato e il fatto che oggi il capolavoro di John Adams rientri nel ristretto gruppo di opere del secondo dopoguerra in repertorio, dovrebbe far riflettere. Le ragioni di questo successo sono dovute sicuramente alla drammaturgia, legata a un grande fatto mediatico, come fu indubbiamente l’incontro del 1972 tra il presidente americano Richard Nixon e il monumento del comunismo cinese, Mao Tse Tung. Ma in realtà, nel corso dell’opera, l’insolita ispirazione politica si arena quasi subito, ed è soprattutto la forza dell’invenzione musicale, ricca di fascino timbrico e ritmico, a sostenere l’intero arco esecutivo con evidente coerenza. Da buon americano l’autore utilizza le armi migliori della propria cultura senza alcuna paura dell’eterogeneità dei materiali: emergono richiami pop e al primo Novecento, stilemi lirici e da musical, procedimenti di phasing e ampie distensioni melodiche, il tutto però saldamente legato da una scrittura molto più coerente delle apparenze e all’insegna delle consuete tecniche del minimalismo. Solo alla fine il testo musicale, dopo un folgorante esordio e un buon secondo atto, finisce per essere ripetitivo nella sua sostanziale monocromia armonica e, nonostante alcune belle invenzioni melodiche, destinato a ripiegare come il libretto, che scivola in un’introspezione inconcludente. La ripresa della produzione originale, realizzata nel 2023 per l’Opera Bastille dalla regista argentina Valentina Carrasco, con scene di Carles Berga, Peter van Praet e i bei costumi di Silvia Aymonino, pone al centro la divisione tra americani e cinesi, sottolineata continuamente su piani cromatici contrapposti. Contrapposti anche sportivamente: Il riferimento al ping-pong, ricordo dello storico incontro tra le squadre dei due Paesi, è costante e richiamato abilmente in vari elementi, così come la presenza degli animali simbolo, un dragone rosso animato da figuranti e una grande aquila d’acciaio, la cui spettacolare apparizione in scena evoca efficacemente l’arrivo dell’aereo presidenziale all’inizio dell’opera. Sono state gestite molto bene anche le masse, sia nel meccanismo dei movimenti sia nelle geometrie in palcoscenico, dimostrando tutta l’esperienza della regista negli spettacoli de La Fura dels Baus; tuttavia, l’ampiezza del boccascena della Bastille lascia talvolta emergere un’eccessiva rarefazione visiva, dovuta a una limitata proiezione verticale dell’apparato scenografico. Sono apparse assai curate anche le luci, oltre la gestualità e le reazioni dei personaggi, con un naturalismo di stampo cinematografico congruo per il particolare tipo di opera; ma, a maggior ragione, sarebbe stato meglio evitare il ricorso a qualche didascalismo di troppo. Le controscene agli interventi di Mao con le vittime del regime, così come la presenza di un lungo inserto documentaristico con interviste a dissidenti cinesi, interrompono l’azione senza una reale necessità drammaturgica, limitandosi a ribadire in modo esplicito contenuti già noti, che avrebbero potuto trovare una forma di integrazione più sottile ed efficace. Una coppia di autentiche “leggende”, Thomas Hampson e Renée Fleming, nel ruolo dei coniugi Nixon, hanno dato una lezione su come gli anni non passano per tutti nella stessa maniera: classe, bellezza vocale, legato, sfumature e articolazione della pronuncia, sono ancora di riferimento. Certamente Thomas Hampson, nell’energia e in alcune note di passaggio, non può essere lo stesso di alcuni anni fa, ma proprio l’aria d’esordio, assai scomoda ritmicamente e vocalmente, ha dimostrato quanto ancora il baritono americano possa offrire all’arte del canto. Tutti gli altri interpreti, con alcune differenze, sono stati all’altezza dei protagonisti; è bene sottolineare la sontuosa vocalità di Joshua Bloom (Henry Kissinger) e il virtuosismo glacialmente preciso di Karoline Wettergreen (la moglie di Mao) che nel suo ruolo ideologicamente astratto trova un’ideale corrispondenza con la parte da soprano di coloratura. Un po’ più rigida, ma congrua col personaggio, l’emissione del tenore John Matthew Myers (Mao) mentre vero coprotagonista dell’opera si è rivelato il Chou En-lai di Xiaomeng Zhang, non solo per le interessanti doti vocali, ma anche per una presenza incisiva, capace di svolgere il proprio ruolo di motore scenico nella vicenda. Una citazione è dovuta inoltre al terzetto di mezzosoprani-segretarie di Mao (Aebh Kelly, Ning Liang, Emanuela Pascu) che contrappuntano gli eventi con interventi sottilmente ironici, pur nella loro “osservanza”, ben gestite da una regia che si accorge subito del potenziale offerto dalla loro parte. Sul podio Kent Nagano, di cui è ben noto l’impegno per la musica moderna e contemporanea, che ha condotto con precisione e coerenza l’esecuzione, con un gesto non sempre netto nelle infinite transizioni metriche ma con una spiccata sensibilità per le numerose specificità timbriche e per gli equilibri tra buca e palcoscenico, veramente complessi in certe sezioni. A tal proposito va sottolineato l’eccellente lavoro del coro, ottimamente preparato da Alessandro Di Stefano, preciso ritmicamente, perfettamente intonato, disinvolto nella performance scenica e, soprattutto, di un’orchestra superiore a ogni lode nell’accuratezza e resistenza richieste da questo repertorio: le ipnotiche fasce sonore della partitura, con una formazione insolita per organico e disposizione, richiedono un assoluto rigore esecutivo e una grande duttilità dinamica. Da notare infine l’ottima acustica della più grande sala europea, dovuta a un’integrazione tra sistemi fisici e digitali, con uniformità, presenza e definizione sonora semplicemente incredibili per gli spazi a disposizione; una menzione d’onore anche per il pubblico: oltre 2700 posti, praticamente tutti occupati all’ultima replica di un’opera contemporanea, sottolineano l’abisso che separa i grandi centri della cultura musicale da quelli della rifrittura locale con menù turistici.  Foto © Vincent Pontet