Parma, Teatro Regio, Stagione d’Opera 2025/26
“MANON LESCAUT”
Dramma lirico in quattro atti su libretto di Luigi Illica, Marco Praga, Domenico Oliva, da “Histoire du chevalier Des Grieux et de Manon Lescaut” di Antoine François Prévost
Musica di Giacomo Puccini
Manon Lescaut ANASTASIA BARTOLI
Renato Des Grieux LUCIANO GANCI
Lescaut ALESSANDRO LUONGO
Geronte di Ravoir ANDREA CONCETTI
Edmondo DAVIDE TUSCANO
Un lampionaio/Il Maestro di ballo SAVERIO PUGLIESE
Un musico ARLENE MIATTO ALBELDAS*
Un oste/Il Comandante di Marina EUGENIO MARIA DEGIACOMI
Madrigaliste ALESSANDRA MANICCIA, GIULIA GABRIELLI, GIULIA ZANIBONI, LORELAY SOLIS, EWA MARIA LUSNIA, LAURA RIVOLTA, MARIA VITTORIA PRIMAVERA, GLORIA PETRINI
Il Sergente degli Arcieri CESARE LANA
*già allieva di Accademia Verdiana
Orchestra Filarmonica di Parma
Coro del Teatro Regio di Parma
Balletto di Venezia
Direttore Francesco Ivan Ciampa
Maestro del coro Martino Faggiani
Regia, scene, costumi, luci Massimo Pizzi Gasparon Contarini
Coreografie di Gheorghe Iancu riprese da Letizia Giuliani
Nuovo allestimento in coproduzione con Festival Puccini, Teatro Petruzzelli di Bari, Teatro Regio di Parma, Teatro Nazionale dell’Opera di Bucarest, Teatro Nazionale Croato di Fiume
Parma, 22 marzo 2026
Ritorniamo, in un certo senso, sul “luogo del delitto”: rivediamo a Parma “Manon
Lescaut” cui un paio d’anni fa abbiamo assistito al Festival Puccini, per la regia di Massimo Pizzi Gasparon Contarini (qui la recensione dell’epoca), ma con un cast musicale radicalmente diverso. L’adattamento di quella produzione per un teatro al chiuso risulta chiaramente più riuscito rispetto a quanto visto all’Arena Puccini: l’enorme maxischermo che riempie tutto il fondale ha una coerenza maggiore al Regio, sebbene le proiezioni continuino a non parerci di particolare buon gusto, con colori lisergici da cartoon disneyano; tuttavia, l’eccesso di colore è il problema dell’intera visione registica, anche nei costumi e nelle luci, e contribuisce – con un paio di momenti un po’ troppo sessualmente espliciti – a negare all’opera quella compostezza, quel rigore formale che si vorrebbe ricercare con il grande e bel praticabile marmoreo che domina i primi due atti. L’ambientazione storica pure vacilla: coristi che ballano il valzer (nel XVIII in Francia non esisteva ancora, se non
alla corte di Versailles) costumi da interno e da esterno confusi (giustacuori scambiati per soprabiti e viceversa), capelli naturali che divengono parrucche che ritornano acconciature naturali. I cantanti, inoltre, mostrano stili recitativi molto diversi: si va dalla spontaneità della protagonista, talvolta più sobria, altre un po’ scanzonata, al manierismo dell’artista navigato di Des Grieux, all’esasperazione di gesti e posture di Edmond, fino alla sostanziale immobilità di Lescaut e Geronte. Infine, restiamo sinceramente perplessi dai due lunghi cambi scena a sipario aperto, del tutto decontestualizzati (tanto che inizialmente crediamo a un problema al meccanismo
della tela) e che sollevano lamentele anche tra il pubblico. Per fortuna, questa volta, un cast di alto livello compensa questi inceppi, a partire da Francesco Ivan Ciampa, la cui bacchetta sa gestire con destrezza ed espressività il pondus orchestrale di quest’opera dagli afflati wagneriani; il gesto è pulito ed elegante, anche nei momenti più infiammati, l’ensemble si mette al servizio della scena, ma senz’altro è nell’intermezzo che sa mettere in luce la capacità coloristica e l’accentuato cromatismo. L’opera è, come prevedibile, dominata dalla protagonista, cui dà splendidi corpo e voce Anastasia Bartoli, al debutto del ruolo in questa produzione: la sua Manon è certamente perfettibile, soprattutto per quanto riguarda il controllo del registro acuto, ma l’attenzione al fraseggio, il bel suono tondo e vellutato, la naturalezza che imprime ai momenti più drammatici – con un apice di
bravura in “Sola… perduta… abbandonata” – garantiscono la compiutezza della prova. Accanto a lei ritroviamo in forma smagliante Luciano Ganci, che non si fa intimidire dalla difficile tessitura di Des Grieux: gli acuti svettano, i centri sono ben modellati sulla linea di canto, il fraseggio si fa sentire, il porgere è spavaldo senza esagerazioni. Davide Tuscano, nel ruolo di Edmond, invece, sembra patire un po’ l’orchestra, con un suono non sempre a fuoco. Corrette le prove di Alessandro Luongo (Lescaut) e Andrea Concetti (Geronte). Molto apprezzata, per quanto
risicata, la performance di Arlene Miatto Albeldas come musico, e delle otto madrigaliste coinvolte nel suo numero. Sa mettersi in luce positivamente anche Eugenio Maria Degiacomi nel doppio ruolo dell’oste e del comandante di marina; funzionali alle loro parti anche gli apporti di Saverio Pugliese (il lampionaio e il maestro di ballo) e Cesare Lana (il sergente degli arcieri). Un cast che, dunque, ha saputo imprimere a questa “Manon Lescaut” un’identità certamente più credibile di quanto visto in passato, ma una regia che dovrebbe concentrarsi meno sull’effetto visivo e più nello sviluppo delle drammaturgie che la vicenda e il suo rapporto con la partitura, oltre che quello con la contemporaneità, possono offrire al pubblico del nostro tempo. Foto Roberto Ricci
Parma, Teatro Regio: “Manon Lescaut”