Pompei, Parco Archeologico: “I Calchi di Pompei: un percorso nella storia dell’eruzione del 79 d.C.”

Pompei, Parco Archeologico
I CALCHI DI POMPEI: un percorso nella storia dell’eruzione del 79 d.C.
Pompei, 11 marzo 2026

«Poiché l’angoscia di ciascuno è la nostra / ancora riviviamo la tua, fanciulla scarna / che ti sei stretta convulsamente a tua madre». Così Primo Levi, nella poesia La bambina di Pompei, restituisce con precisione quasi archeologica il senso profondo dei celebri calchi della città vesuviana: non semplici testimonianze materiali, ma presenze umane sospese nel tempo, imprigionate nell’istante estremo della morte. «Così tu rimani tra noi, contorto calco di gesso, / agonia senza fine, terribile testimonianza», scrive Levi, indicando la natura morale e memoriale di queste figure. Già nel XIX secolo lo scrittore e patriota napoletano Luigi Settembrini aveva colto la stessa dimensione: «Sono morti da diciotto secoli, ma sono creature umane che si vedono nella loro agonia. Lì non è arte, non è imitazione; ma sono le loro ossa, le reliquie della loro carne e de’ loro panni mescolati col gesso: è il dolore della morte che riacquista corpo e figura». È proprio questa consapevolezza, che i calchi non siano oggetti artistici ma tracce concrete di una tragedia umana, a costituire il fondamento della nuova esposizione permanente che il Parco Archeologico di Pompei inaugura dal 12 marzo 2026 negli spazi della Palestra Grande degli scavi. Il progetto museografico, concepito come un vero e proprio memoriale, intende raccontare per la prima volta l’eruzione del 79 d.C. attraverso un percorso che unisce il rigore della ricerca scientifica a una riflessione sulla memoria e sulla dignità delle vittime. Più che una semplice mostra archeologica, l’allestimento si configura come una narrazione della catastrofe vesuviana che restituisce centralità alle persone travolte dall’eruzione, presentando i calchi delle vittime accanto a una selezione di reperti organici straordinariamente conservati. L’eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei nel 79 d.C. rappresenta uno degli eventi più studiati della storia naturale e archeologica del Mediterraneo. Dopo una prima fase caratterizzata dalla caduta di pomici e lapilli che ricoprì progressivamente la città, la fase finale dell’eruzione fu segnata dall’arrivo delle correnti piroclastiche, nubi incandescenti di cenere e gas che investirono l’abitato causando la morte quasi istantanea di chi non era riuscito a mettersi in salvo. Il deposito di cenere vulcanica che avvolse i corpi si solidificò nel tempo, mentre i materiali organici si decomposero lasciando cavità vuote nella massa indurita. Fu nel 1863 che l’archeologo Giuseppe Fiorelli intuì la possibilità di colmare queste cavità con gesso liquido, restituendo così la forma delle persone e degli oggetti scomparsi. Una volta rimosso il materiale vulcanico circostante, riemersero figure umane straordinariamente dettagliate, spesso con le ossa ancora conservate al loro interno. Grazie a questa tecnica, unica nel panorama archeologico mondiale, Pompei è diventata il solo sito capace di restituire l’impronta fisica di una tragedia collettiva. Il nuovo allestimento riunisce ventidue calchi scelti tra quelli meglio conservati e più leggibili dal punto di vista archeologico, provenienti da contesti diversi della città: dalle domus delle aree interne alle strade che conducevano alle porte urbiche, lungo le quali molti abitanti tentarono invano la fuga. Per la prima volta un numero così ampio di testimonianze viene presentato all’interno di un unico percorso. A Pompei, infatti, dalla metà dell’Ottocento sono stati realizzati circa cento calchi, molti dei quali restano esposti nei luoghi originari del rinvenimento. La scelta di riunirne una parte significativa alla Palestra Grande consente di osservare insieme diverse situazioni della tragedia, restituendo al visitatore una percezione più completa di quanto accadde nelle ultime ore della città. Il percorso espositivo si sviluppa nei portici nord e sud della Palestra Grande, il grande edificio quadrato situato di fronte all’Anfiteatro e destinato in epoca romana alla formazione fisica e civica dei giovani cittadini. Oggi questo spazio assume un valore simbolico nuovo, trasformandosi in luogo di memoria e riflessione sulla fragilità della vita umana. Nel braccio sud è collocata la sezione dedicata alla vulcanologia e alla ricostruzione dell’eruzione del 79 d.C., accompagnata da un video che sintetizza la dinamica dell’evento e da una colonna di circa quattro metri composta da ceneri e lapilli, il materiale eruttivo che seppellì la città. A questa parte si affianca una sezione dedicata agli animali e alle piante, con una collezione di reperti organici straordinariamente conservati che raccontano il rapporto tra gli abitanti di Pompei e le risorse naturali. Il percorso è accompagnato da apparati grafici e riproduzioni iconografiche tratte dagli affreschi pompeiani, compresi esempi provenienti da scoperte recenti come quelle della Casa del Tiaso. Nel braccio nord si trova la sezione dedicata ai resti umani, preceduta da elementi divisori che segnalano al visitatore l’ingresso in uno spazio particolarmente delicato. La scelta museografica è quella di evitare qualsiasi spettacolarizzazione della morte: l’apparato grafico riduce al minimo l’uso del colore e degli elementi decorativi, privilegiando testi essenziali e fotografie d’archivio che documentano i momenti dello scavo e del restauro. I contenuti multimediali illustrano l’evoluzione della tecnica dei calchi dalla sua invenzione fino alle applicazioni più recenti e mostrano, attraverso immagini tratte da TAC eseguite su alcuni esemplari, la struttura interna delle figure e la presenza delle ossa al loro interno. Tra i materiali storici compare anche un’intervista ad Amedeo Maiuri sui calchi dell’Orto dei Fuggiaschi e un frammento del film Viaggio in Italia di Roberto Rossellini, che testimonia l’impatto emotivo di queste figure nella cultura visiva del Novecento. L’allestimento è pensato come un percorso flessibile, capace di adattarsi ai diversi flussi di visita all’interno dell’area archeologica. Particolare attenzione è stata dedicata all’accessibilità, con contenuti audio, video in LIS e ISL, strumenti di comunicazione aumentata alternativa e sezioni tattili con modellini tridimensionali dei reperti accompagnati da testi in braille. Attraverso questi strumenti il memoriale intende garantire una fruizione ampia e inclusiva di testimonianze che appartengono non solo alla storia di Pompei, ma alla memoria collettiva dell’umanità. I calchi delle vittime non sono statue né opere d’arte, ma forme in cui la vita sembra trattenere ancora l’eco dell’ultimo gesto. In essi l’archeologia non restituisce soltanto il passato: restituisce la coscienza della fragilità umana. Ed è forse proprio questo il motivo per cui, dopo quasi duemila anni, quelle figure continuano a interrogarci.