Roma, Galleria Mucciaccia
EZGI GUNESTEKIN. LIFE IS GOOD
Roma, 27 marzo 2026
Non è facile, oggi, prendere sul serio la pittura. Non per mancanza di opere, tutt’altro. Le immagini proliferano, si moltiplicano, occupano ogni spazio disponibile. Ma proprio questa sovrabbondanza ha prodotto un effetto paradossale: la pittura, quella che pretende tempo e restituisce complessità, è diventata sospetta. Troppo lenta, troppo silenziosa, troppo resistente a quella forma di consumo rapido che il contemporaneo ha imposto come norma.
È per questo che il lavoro di Ezgi Güneştekin produce, prima ancora che consenso, un leggero disagio. Non perché sia aggressivo o provocatorio, ma perché rifiuta di essere immediatamente disponibile. Non si lascia attraversare in fretta. Non si concede. La sua prima mostra personale in Italia, Life Is Good, alla Mucciaccia Gallery, non è un debutto nel senso più prevedibile del termine. Non c’è nessuna volontà di affermarsi attraverso un linguaggio riconoscibile e rassicurante. Al contrario, ciò che emerge è una pratica che sembra già altrove, già oltre la necessità di dichiararsi. Güneştekin dipinge come se non dovesse dimostrare nulla. E questo, oggi, è forse il gesto più radicale. Le sue figure non si impongono, affiorano. Non entrano nello spazio, lo attraversano. Non si offrono allo sguardo, ma lo mettono in crisi. È una pittura che lavora per sottrazione, anche quando si presenta densa, stratificata, materica. Ogni elemento sembra trattenuto, come se fosse arrivato fino a un certo punto e poi si fosse fermato, rifiutando di completarsi. Non è incompiutezza. È una forma precisa di resistenza. Ciò che colpisce, osservando queste opere, è la loro capacità di sfuggire a qualsiasi narrazione immediata. Non raccontano storie, non costruiscono scene, non organizzano il visibile secondo una logica riconoscibile. Eppure non sono astratte. Al contrario: sono profondamente incarnate. Ma è un’incarnazione instabile, attraversata, continuamente messa in discussione. Le figure sembrano emergere da una materia che non le sostiene completamente. Come se il fondo non fosse mai davvero fondamento, ma piuttosto una zona di attrito, un campo in cui qualcosa accade senza mai fissarsi.
C’è, in questo, una qualità quasi archeologica. Non nel senso della citazione o del riferimento storico, ma in quello più profondo di stratificazione. Le immagini non si costruiscono, si depositano. E ciò che vediamo è sempre il risultato di un processo che non è interamente visibile. La superficie pittorica, infatti, non è mai neutra. È attraversata da segni che non descrivono, ma incidono. Linee che sembrano più vicine al gesto dell’iscrizione che a quello del disegno. Come se la pittura, a un certo punto, avesse deciso di farsi scrittura, ma senza diventare linguaggio. È qui che il lavoro di Güneştekin si sottrae definitivamente a ogni tentazione illustrativa. Non c’è nulla da “capire” nel senso più consueto del termine. Non c’è un messaggio da decifrare. C’è, piuttosto, una condizione da attraversare. E questa condizione è, prima di tutto, mentale. Le sue opere funzionano come spazi psichici. Non rappresentano un luogo, lo producono. Entrarvi significa accettare una sospensione: del tempo, del significato, dell’identità stessa delle figure. Non siamo davanti a personaggi, ma a presenze. E le presenze, per definizione, non si lasciano ridurre. In alcuni lavori, come After the Silence o No Surprises, il corpo umano appare quasi trattenuto dentro una soglia.
Non accade nulla, e proprio per questo tutto sembra sul punto di accadere. È una quiete che non è mai pacifica, ma tesa, carica di una densità che non esplode. Questa sospensione è uno degli elementi più interessanti della sua ricerca. In un’epoca che chiede continuamente di spiegare, dichiarare, rendere esplicito, Güneştekin sceglie la direzione opposta: lasciare aperto. Non per vaghezza, ma per precisione. Perché l’indeterminatezza, qui, non è mancanza di forma. È una forma più esigente. Anche il volto, elemento tradizionalmente deputato all’identità, perde la sua funzione. Non descrive, non comunica, non rappresenta. Diventa superficie. Una superficie instabile, che trattiene qualcosa ma non lo restituisce mai completamente. È come se ogni figura fosse colta in un momento di slittamento, in cui l’identità non è ancora o non è più. E proprio in questa frattura si apre uno spazio inatteso: quello dell’empatia. Non un’empatia sentimentale, ma una partecipazione più sottile, quasi involontaria. Lo spettatore non osserva semplicemente, ma viene coinvolto in un processo di riconoscimento che non passa per la somiglianza, ma per la tensione. Altre opere, come Everybody Knows, introducono una variazione significativa.
Qui la figurazione sembra attraversata da una malinconia più esplicita, ma senza mai scivolare nella teatralità. Non c’è enfasi, non c’è dramma. Tutto resta trattenuto, come se anche il sentimento fosse sottoposto a una disciplina. È una pittura che non concede nulla alla seduzione facile. E forse è proprio questo che la rende, oggi, così necessaria. Il titolo della mostra, Life Is Good, potrebbe trarre in inganno. Non è uno slogan, non è una dichiarazione. È, piuttosto, una frase fragile, quasi sospesa. Dire che la vita è buona, in questo contesto, non significa affermare una positività ingenua, ma riconoscere una possibilità. Una possibilità che non cancella il peso, ma lo attraversa. In un momento in cui l’immagine è sempre più spesso chiamata a intrattenere, rassicurare o provocare, il lavoro di Ezgi Güneştekin compie un gesto diverso: restituisce alla pittura una funzione che sembrava perduta. Quella di essere uno spazio di resistenza. Non contro qualcosa, ma a favore di una complessità che non si lascia ridurre. Guardare queste opere richiede tempo. E, soprattutto, disponibilità. Non offrono soluzioni, non chiudono discorsi. Restano. E in questo restare, forse, si gioca la loro forza più autentica.
Roma, Galleria Mucciaccia: “Ezgi Güneştekin. Life is Good”